C’è una grande acacia nella scarpata sotto la nostra casa, uno dei pochi alberi che sono riusciti a crescere su queste aride colline. Ha affondato le sue radici trai sassi e a fatica tende le sue foglie al vento.
“Un giorno andrai via ed io resterò sola a guardare questa vallata. Mi mancheranno i nostri discorsi, le tue domande impertinenti, mi mancherà la vita che ti trascini dietro”
“Io non andrò via” rispose il gatto colorato.
“Io non posso andare via, ho le radici” rispose l’acacia, “tu invece hai quattro agili zampe e un passaporto”.
“Io non voglio andare via, le mie agili zampe continueranno a calpestare questa terra”
“E lascerai che lei vada via senza di te?”
Il gatto colorato si girò e la guardò.
Come al solito durante le loro passegiate, lei l’aveva seguita, inciampando trai rovi e scivolando sui sassi, attaccata al guinzaglio nel terrore di perdere il suo gatto colorato. Stava in piedi, in un equilibrio precario, persa nei suoi pensieri.
“No, non potrei lasciarla”
“E allora, amica mia, un giorno lei ti porterà via” sospirò l’acacia.
“Ma lei ama questa terra, non potrebbe vivere in nessun altro posto”
“Potrebbe”
“Non potrebbe essere felice in nessun altro posto” incalzò il gatto colorato
“E’ probabile, ma lei non appartiene a questo posto. Noi apparteniamo a questo posto: io, Gatto Bianco, i Wallyni, il falco, l’aquila pescatrice, la ginetta, la iena, il serpente e il ragno a cui hai staccato due zampe, Wally apparteneva a questo posto. Noi apparteniamo all’Africa, lei ama l’Africa, ma non appartiene all’Africa.”
“ed io?” chiese il gatto colorato
“tu sei l’Africa che lei porterà sempre con sé” rispose l’acacia
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