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Un esercito di piccole ombre

E’ dietro di noi nascosto tra mille pensieri, e’ dietro di noi tutto il tempo che ci resta.

Un esercito di piccole ombre che camminano leggere sulla terra: trotterellano felici per un gioco di luci tra le foglie, si nascondono tra i ricordi pensando di non essere viste, ci saltano addosso rompendo oggi, come allora, il silenzio del nostro dolore.

Un esercito di piccole ombre che conosce il nostro respiro stanco, i nostri sguardi distratti, i nostri sorrisi smarriti, le nostre lacrime asciugate sul loro pelo morbido, un esercito di piccole ombre che conosce l amore di ogni carezza.

Ogni ombra ha avuto la sua copertina preferita, la sua ciotola o il suo giochino, ogni ombra ha avuto un nome e una voce che la chiamava.

E’ un esercito di piccole ombre che aspettano di essere chiamate ancora una volta.

Non smettere di sussurrare il loro nome. Non smettere di sentire il loro odore. Non smettere di cercarle trai tuoi ricordi. Non smettere di aver ancora bisogno loro. Non smettere mai di amarle.

Ti diranno pazza, ma non importa, non e’ mai importato.

E’ il nostro esercito di piccole ombre, e’ la parte migliore di noi, e’ quello che ci resta ……ed e’ il dono più grande.

Alla piccola Minnie e a chi l’ha amata tanto.

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Venuta al mondo

Oggi sei venuta al mondo, piccola Nina.
Il mondo e’ un posto bellissimo.
C’è il mare, sai.
Imparerai ad amare il mare. La tua famiglia e’ nata davanti al mare, quando le tue mamme si sono promesse di amarsi per sempre. Nel mare ci sono le onde, ti insegnerò a giocare con loro. Nel mare ci sono i pesci, sono tantissimi di tanti colori e forme diverse. Ci sono anche i polipi, sono degli animali molto buffi con otto zampe e una testa molto grande, ma nel mare essere diversi e’ la normalità. Il mare, Nina, ti insegnerà che la diversità e’ bellezza, e’ ricchezza, la diversità e’ la forza della vita.
C’è il cielo, sai.
Quante volte ti incanterai a guardare le stelle in cielo o la luna che cambia forma per restare sempre uguale.
Ti perderei tra le stelle, Nina, ti sentirai piccola e sola, ma non devi aver paura del tempo e dello spazio, prepara un sogno, un sogno per ogni stella, e consegnalo a loro, le stelle ne avranno cura.
Imparerai i colori del cielo, le sfumature della luce, le forme delle nuvole, non ti stancare mai, Nina, di guardare il cielo. Non far passare neanche un giorno, senza guardare il cielo, trova sempre il tempo per alzare la testa, guardare il cielo e riempire i tuoi occhi con i suoi colori.
Un giorno mi dirai quale e’ il tuo colore preferito, ma prima devi vederli tutti.
Imparerai a viaggiare Nina e girerai il mondo alla ricerca del tuo colore preferito.
Un giorno mi dirai quale e’ il tuo colore preferito ed io ti dirò il mio.
Ci sono i fiori, Nina, i fiori nascono sempre. Un giorno ti porterò in un prato e ti farò correre trai fiori, non riuscirai a contarli tutti, ma non c’è bisogno di contarli, non c’è bisogno di controllare sempre tutto, a volte la vita bisogna accettarla e basta. Devi stare attenta però, dove ci sono i fiori ci sono le api, devi stare attenta a non ucciderle, le api sono il segreto della vita e devi proteggerle ogni giorno facendo le scelte giuste.
Nina, amore di zia, nel mondo ci sono i gatti. In realtà, imparerai presto che il
nostro mondo e’ dei gatti. Sai, loro sono esseri speciali, sono i custodi della tua anima: se ne prenderanno cura e la proteggeranno da ogni dolore. Ti racconterò la storia di ognuno di loro, imparerai a conoscere i loro nomi, e ti addormenterai la sera inseguendo le loro code.
Ci sono tanti altri animali al mondo oltre i gatti, dovrai studiare tanto per conoscerli tutti e scoprirai che e’ grazie ad ognuno di loro che esiste il mondo, che esistiamo noi. Dovrai lottare, Nina, per proteggere il mondo. Dovrai lottare, Nina, per salvare il mondo, ma alla fine ce la farai, tu e tutti i bimbi che stanno arrivando, perché voi sarete migliori di noi.
Il mondo, Nina, e’ un posto bellissimo.
Ci vuole tanto coraggio, tanta passione, e tanta pazienza, ma imparerai ad amare il mondo e il mondo imparerà ad amare te.
benvenuta piccola Nina.

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Il mondo va avanti

Speri sempre che non sia uno di loro, con il cuore in gola ti avvicini e lo riconosci, anche se la tua testa continua ad ingannarti e a dirti ‘no, non e’ lui’.

Poi torni a casa. Le lacrime cominciano a scendere e tu inizi la tua ennesima lotta.

Cerchi di cacciare dalla testa quella immagine, cerchi di sostituirla con i tanti momenti felici che nella sua breve vita ti ha regalato.

Inizi a chiederti cosa avresti potuto fare per evitarlo, inizi a cercare una ragione, inizi a pensare che non ce la farai a superare questo dolore un’altra volta.

E’ un dolore che conosci bene, sono onde che si infrangono sugli scogli. Qualche istante di pace e poi ti mettono in ginocchio prima di portarti via.

Cerchi qualcuno con cui condividere il tuo dolore, ma non c’è nessuno, non c’è mai nessuno, solo sguardi compassionevoli e frasi fatte. Le stesse frasi che anche tu hai detto mille volte a chi ha avuto una perdita e ti rendi conto di quanto siano inutili quelle parole.

Il mondo va avanti, non si fermerà per un gatto.

‘Non era un gatto’, sussurri, erano mille momenti vissuti insieme, erano sorrisi, era dolcezza, era bellezza, era la vita, la parte migliore della tua vita. Ognuno e’ libero di amare come crede, eppure c’è sempre qualcuno che giudica il tuo amore.

Non ti e’ concesso piangere per un gatto, ‘ti fa male’, mentre tu sai che lui ha diritto alle tue lacrime, le tue lacrime più dolci.

Riprendi la tua vita.

Arriva la sera e prepari le ciotole, ne prendi quattro come al solito, ma ne riempi solo due e le altre le lasci vuote sul lavandino.

Esci fuori e speri sempre di esserti sbagliata, speri sempre di vederli spuntare tra i fiori, ma loro non ci sono più.

Rientri a casa e li guardi dalla finestra. Fino a qualche giorno prima, era il momento più bello, quando con il pancino pieno li guardavi rotolarsi al sole. Oggi e’ il momento più doloroso.

Il mondo va avanti.

Tu sai che mentre il mondo va avanti, tu avrai mille ricordi da affrontare, mille abitudini da spezzare, mille speranze da riporre. Conosci molto bene quella strada e lentamente ti avvii a precorrerla un’altra volta insieme a tutti i tuoi piccoli fantasmi che non ti lasceranno più sola.

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I verbi servili

I verbi servili sono ‘dovere’, ‘potere’ e ‘volere’, si comportano tutti allo stesso modo, aprendo la nostra vita a mille possibilità, ma in realtà hanno significati profondamente diversi. A volte li usiamo impropriamente, confondendo ciò che vogliamo con ciò che dobbiamo o che possiamo fare, e questo non va bene, soprattutto ad un certo punto della nostra vita.

Quando si e’ piccoli, si ‘vuole’ fare un po’ tutto senza ‘poter’ far nulla veramente, più che altro si impara, nostro malgrado, a ‘dover’ fare cose.

Quando si e’ adolescenti, avviene lo scontro titanico tra ‘voler e dover’, mentre senza accorgercene sviluppiamo la capacità di ‘poter’ fare qualcosa.

Quando siamo giovani donne o uomini, sperimentiamo l’ebbrezza del ‘poter’ fare, dimenticandoci lentamente cosa veramente ‘vorremmo’ fare.

Senza rendercene conto, il tempo passa e il ‘potere’ diventa ‘dovere’ e il ‘volere’ non ha più importanza.

Generalmente andiamo avanti così fino alla vecchiaia, quando improvvisamente non ‘dobbiamo’ più fare niente e ‘vogliamo’ fare solo quello che ‘possiamo’ fare o, per dirla in maniera più tragica, ‘vorremmo’ fare cose che non ‘possiamo’ più fare.

Is that all there is?

E’ questo l’unico modo per declinare la nostra vita o possiamo fermare la mattanza dei verbi servili e chiederci per tempo: cosa devo, cosa posso e cosa voglio?

La risposta alla domanda ‘cosa devo fare?’ e’ facile. E’ una lista più o meno infinita che ognuno di noi ha e conosce molto bene: ‘devo cambiare la lettiera dei gatti’, ‘devo lavorare per comprare le scatolette ai gatti’, ‘devo trovare il tempo da dedicare ai gatti’, ‘devo vaccinare i gatti’, ‘devo comprare quel giochino troppo bello per i gatti’. Il felino in realtà e’ solo un trucco per motivare voi, gattari incalliti, a finire di leggere quanto ho scritto, e in realtà può essere sostituiti da qualsiasi altra cosa… ammesso che voi gattari abbiate altro!

La risposta alla domanda ‘cosa posso fare?’ invece e’ molto importante. Non dobbiamo dare per scontato quello che ‘possiamo’ fare perché e’ il risultato di anni e anni di ‘devo’: ‘devo studiare’, ‘devo lavorare’, ‘devo migliorare’, e’ l’inviluppo dei massimi di un estenuante insieme di ‘doveri’, alias rotture di balle, che abbiamo diligentemente assolto durante tutta la nostra vita ed e’, in verità, tutto ciò che siamo o che potremmo essere. Non limitatevi a quello che fate, pensate veramente a quello che potreste fare. In questo caso se state per rispondere ‘farmi crescere baffi e coda e diventare un gatto’, prendetevi qualche minuto in più per pensarci.

La risposta alla domanda ‘cosa vuoi fare?’ e’ quella che richiede un grosso sforzo emotivo e che, per questo, in genere dimentichiamo in macchina la sera quando torniamo a casa. Il più delle volte non ci concediamo il lusso di rispondere, non ci concediamo il vezzo di ascoltarci, semplicemente ci convinciamo che ‘dovere’ o ‘volere’ siano interscambiabili e rinunciamo a desiderare, perché sappiamo molto bene quale siano le conseguenze del verbo ‘volere’.

Se hai una casa piena di gatti e scopri che in realtà tu volevi un cane… forse era meglio non saperlo perché se lo scopri, amica mia, hai solo una alternativa: o compri un cane e ti fai un mazzo infinito per farlo accettare dai tuoi gatti o compri un cane e ti fai un mazzo infinito per farlo accettare dai tuoi gatti. Se non sei disposta, allora continua a cambiare la lettiera senza farti troppe domande, altrimenti, preparati a lottare con i gatti, con il cane e con tutte le persone che ti vogliono bene e che ti diranno: ‘non prenderlo e’ una follia’, ‘te l’avevo detto’, ‘non contare su di me, ‘io non ero d’accordo’, ‘portalo al canile’, ‘tu sei pazza’.

Se sopravvivi a tutto questo e non molli, ma solo se sopravvivi, un giorno tornerai a casa e li troverai, cane e gatti, tutti insieme accoccolati sul divano ad aspettarti e solo allora ti renderai conto che la tua non e’ mai stata una scelta.

Se sopravviverai a tutto questo, ti renderai conto che la cosa migliore che ‘potevi’ fare in vita tua, o forse l’unica cosa che ‘dovevi fare’ in vita tua, era chiederti ‘cosa vuoi fare?’

Certo se invece del cane, scopri che il tuo desiderio era quello di avere un rinoceronte bianco, allora la faccenda si complica, ma puoi sempre scendere a compromessi con te stessa (bada: non con il mondo, con te stessa) e optare per un mega poster in salotto, un peluche sul divano e un viaggio in sud africa a vedere gli ultimi esemplari di rinoceronte bianco.

Pertanto, senza perdere di vista il rinoceronte bianco in salotto, possiamo riformulare in maniera più corretta la nostra domanda: ‘senza dimenticare cosa ‘devi’ e tenendo presente cosa ‘puoi’, tu cosa ‘vuoi’ fare?’. Senza dimenticare chi sei e tenendo presente quanto vali, tu cosa vuoi fare?

Questa e’ la domanda a cui ‘devi e puoi’ rispondere, se non ‘vuoi’ finire schiacciata sotto la mole del rinoceronte bianco che avresti voluto.

Si chiamano ‘verbi servili’ non perché servono altri verbi, ma perché servono a te per non perderti senza neanche accorgertene.

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Un sogno in tasca

Stanno tutti beni: i quattro wallyni e wallyna… ma non riesco più a raccontarvi di loro, ne’ a fargli foto, ne’ a provare gioia nel vederli correre trai fiori o saltare sul davanzale della finestra.

Tra tre settimane partiamo e loro dovranno dimenticarmi.

Vorrei potergli spiegare che vado via mio malgrado, vorrei potergli spiegare che gli vorrò sempre bene, vorrei potergli spiegare che loro saranno felici lo stesso, anche senza di me, perché hanno avuto la fortuna di nascere in una terra meravigliosa, ma loro troveranno solo una casa vuota.

Per me l Africa non era una diga, il lavoro, le persone con cui ho condiviso tanto, per me l Africa, la mia Africa, erano e saranno solo loro: la vita.

Restituirò a questa terra meravigliosa tutta la felicità che mi ha dato perché non mi e’ dato portarla via.
Porterò con me solo il dolore, quello invece e’ solo mio.

Ogni viaggio che facciamo ci restituisce un’immagine di noi.

Il mio e’ stato un viaggio molto lungo: sono partita da sola, con tante speranze e tanti sogni. Ero giovane, con i capelli rasati a zero e indossavo un pile rosa. Avevo mille paure. Pensavo di poter cambiare il mondo, pensavo che la mia rabbia, la mia tenacia, sarebbero bastate e il mondo sarebbe diventato un posto migliore.

Torno a casa con una professione, con l’uomo che amerò per tutta la vita, con i miei gatti. Ho 45 anni, ma me ne sento 200, ho i capelli lunghi e ricci e un k-way rosa. Non sono riuscita a cambiare il mondo, ma nonostante le bastonate posso dire che il mondo non ha cambiato me. Ho sempre mille paure, ma neanche più un sogno.

Non può essere solo questo.

Ogni viaggio che facciamo ci restituisce un’immagine di noi…. forse mi regalerai un sogno, il giorno che partirò, lo farai scivolare nella tasca del mio k-way rosa e quando arriverò a casa, quando il dolore mi piegherà le ginocchia, lo troverò in fondo alla tasca.

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Le storie non finiscono mai

‘Quando parti?’ chiese l’acacia,

‘Tra un mese’ rispose il gatto colorato.

‘Sei triste?’

‘Un po’, e tu sei triste?’

‘Un po’’ rispose l’acacia e aggiunse sottovoce quasi non volendo farsi sentire ‘avrei voluto avere più tempo’

‘più tempo per cosa’ chiese il gatto colorato

‘più tempo per guardare questa vallata insieme a te. non e’ uguale, sai, non e’ uguale guardarla da sola’

‘mancherai anche a me’ sussurro al vento il gatto colorato

‘promettimi una cosa’ disse l’acacia ‘quando il cielo sarà grigio e ti sentirai soffocare tra il cemento, chiudi gli occhi e torna a guardare questa vallata con me… il grigio si riempirà di azzurro’

‘promettimi una cosa’ rispose il gatto colorato ‘quando la notte ti farà paura chiudi gli occhi e fai finta che la luce della nostra casa alle tue spalle sia ancora accesa…. la notte sarà meno buia’

‘porta le mie storie con te, porta le storie di questa vallate lì dove le vallate non hanno più storie e da loro una nuova vita’

‘quando questi gattini saranno grandi e verranno a sdraiarti sotto la tua ombra, mostragli questa vallata e racconta loro la storia del gatto colorato’

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This is me

Io sono questo.

Sono un corpo sottile in un paio di pantaloni troppo larghi. Sono un paio di scarponi azzurri come l’acqua del mare abbinati ad un improponibile k-way rosa shocking che urla al mondo ‘a me piace il rosa’.

Io sono questo.

Sono un pugno in un occhio.

Sono una accozzaglia di colori nel verde delle radura.

Io sono questo.

Mi ero allontanata dagli altri per vedere ancora una volta l’elefante, c’è a chi basta una foto, uno sguardo dal cannocchiale, non a me, io dovevo vedere di più, dovevo seguirlo fino al suo ultimo passo prima che sparisse nella boscaglia.

Gli ho visto muovere le orecchie, e ho detto ‘guarda’, ma non c’era nessuno vicino a me.

Gli ho visto arricciare la proboscide, ho sorriso divertita e con la mano ho ripetuto goffamente quel movimento, ma non c’era nessuno che rideva con me.

Avevo troppe cose in mano e sempre troppe poche tasche: il binocolo, il telefonino, il fermaglio per i capelli. Non mi ero organizzata bene. Non sono mai organizzata bene, sbaglio sempre qualcosa nella logistica.

Dovevo fare un’altra foto, dovevo fare un’altra foto da far vedere al mondo. Dovevo fare un’altra foto da guardare ogni volta che il mondo intorno a me fosse diventato troppo piccolo.Dovevo fare un’altra foto da aggiungere alle migliaia di foto che ho scattato ogni volta che per me era bello. Conterò un giorno le mie foto e saprò dirti quanta bellezza c’è stata nella mia vita.

Io sono questo.

Un eccentrico quanto inopportuno k-way rosa che si aggira maldestramente nella foresta alla ricerca di un’altra preziosa foto che mai nessuno guarderà.

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Fino all’altro giorno

Questa cosa mi lascia ogni volta sbalordita.

Fino all altro giorno era pronta a morire per i suoi cuccioli. e’ stata la migliore delle mamme, li ha portati tutti e quattro fuori dall eta’ più pericolosa e gli ha insegnato a vivere. li riempiva di affetto e coccole e non toccava cibo prima che tutti avessero riempito il loro pancino. era commovente vedere con quanto amore e dedizione si prendesse cura di loro.

Questo fino all’altro giorno.

Ieri sera, all’improvviso, ha cominciato a soffiargli, gli ringhiava, chi si avvicinava in cerca delle solite coccole veniva allontanato in malo modo, chi provava a mangiare dalla sua ciotole si beccava una zampata.
era irriconoscibile.
quella pace, quella serenità, quella gioia che trasmetteva quando guardava fiera i suoi cuccioli giocare, si è trasformata da un giorno all’altro in spietata lotta per la sopravvivenza.

Non so se ero più attonita io o i gattini che non riconoscevano più la loro mamma.
e’ una scena che ho visto tante volte, arrivati i tre mesi e mezzo le gatte allontanano i loro cuccioli, ma ogni volta mi spezza il cuore, eppure e’ la forza che fa andare avanti questo mondo e che da senso a tutto.

Quello che doveva dargli, gli ha dato nulla di più nulla di meno.

Gli ha insegnato a cacciare, a scappare, a giocare, a correre, a trovare un rifugio sicuro, gli ha insegnato a non fidarsi, gli ha insegnato a saltare su un davanzale e chiedere cibo a chi non gli farà mai male, gli ha insegnato che ogni tanto bisogna mangiare l erba, gli ha insegnato a conservare le energie, gli ha insegnato a guardarsi dai falchi e stare lontano dalle macchine, gli ha insegnato a non avere paura del temporale perché poi passa, gli ha insegnato che il mondo e’ grande ma basta poco per essere felici.

gli ha insegnato tutto quello che dovevamo sapere, come wally aveva insegnato a lei.

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L’elefante

E’ risaputo che, per andare a fare un safari, più si e’ mimetizzati e meglio e’.

Diciamo che scarpe azzurre, maglietta a strisce rosa e k-way rosa non sono proprio la scelta migliore. Nella foto potete vedere sulla sinistra lo scout, con abbigliamento appropriato, e al centro un esempio di abbigliamento decisamente non appropriato.

Ciononostante, questa e’ stata la volta buona.

Siamo partiti molto molto presto, pioveva e l aria era frizzante.

Siamo stati molti fortunati, abbiamo visto un impala (o un suo simile), i bufali e finalmente proprio sulla strada del ritorno: sua maestà l elefante.

e’ stata in emozione grandissima.

Era probabilmente un maschio adulto, vista la lunghezza delle zanne, si muoveva lentamente …. libero nel suo habitat.

quanti elefanti ho visto al circo o allo zoo? eppure non e’ la stessa cosa, vedere questo animale, anzi riuscire a vedere dopo tanti tentativi questo animale libero nella foresta e’ un’altra emozione.

Proprio qui nel 2015, un elefante ha ucciso un turista spagnolo che, per scattare delle fotografie, si era avvicinato troppo.

Per questo noi lo abbiamo osservato da lontano, con rispetto e attenzione.

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E’ tornato Romoletto

Romoletto e’ comparso una mattina di un anno fa’, in pieno lockdown.

Saffolina ed io stavamo in giardino, a Roma, quando abbiamo visto un gattone rognoso e affamato che ci seguiva.

Tempo qualche giorno, e il gattone aveva già la sua ciotola, la sua scorta di scatolette preferite, era stato spulciato, sverminato, aveva una cuccia e persino un nome: Romoletto.

Romoletto e’ entrato così nelle nostre vite. Ogni sera scendevo a dargli da mangiare, era un gatto di appetito: mangiava una scatoletta da 180gr al tonno di natural code (le sue preferite) e una bustina di alimento completo al manzo o al pollo. Romoletto era un gatto esigente: aveva i suoi gusti in fatto di scatolette e i suoi orari.

Mi affacciavo dalla finestra e vedevo una macchia nera sul muretto, di corsa mi precipitavo in cortile e lui aveva sempre da ridire perché lo avevo fatto aspettare.

Romoletto era diventato famoso e tutti gli volevano bene: la mia famiglia, mia zia e Mascia. Quando non potevo io, c era sempre qualcuno disposto a dargli da mangiare. non si dica che romoletto sia rimasto un solo giorno a stomaco vuoto.

Anche il dott Cara e’ stato coinvolto nella storia di Romoletto, e ci ha aiutato a curarlo. Romoletto aveva un occhietto messo male, non e’ mai guarito perfettamente ma siamo riusciti a farlo migliorare moltissimo.

Romoletto e i piccioni sul balcone erano la mia Africa a Roma: mi facevano sentire libera in una foresta di cemento.

Romoletto e’ rimasto con noi parecchi mesi, poi un lunedì e’ scomparso.

Era domenica sera, da pochi giorni ero riuscita ad accarezzarlo e, un po’ infastidito un po’ compiaciuto, lasciava che la mia mano percorresse la sua schiena facendo una piccola gobba. quella domenica sera era stato particolarmente affettuoso. Il lunedì non e’ venuto. Lunedì notte l’ho sognato: stava bene, e poi non l ho più visto ne’ sul muretto ne’ nei miei sogni.

All’inizio ho pensato che lui stesse bene, che in qualche modo mi aveva detto di non preoccuparmi. I giorni passavano e le scatolette rimanevano accumulate nell’armadio. Ogni sera scendevo a cercarlo e il cuore impazziva ogni volta che qualcuno mi diceva di averlo visto.

Con il tempo mi sono dovuta rassegnare: Romoletto non c era più.

E’ stato un dolore grande, un dolore che ogni giorno tornava come un onda sulla battigia quando passavo davanti al suo muretto.

Non ho mai smesso di pensare a lui. Ho messo le sue foto in una cornice elettronica insieme a quelle di tutti i miei gatti e ogni tanto me lo guardavo: bello, con il suo testone e l orecchio piegato.

Una voce dentro di me, la voce della follia, mi diceva che sarebbe tornato, ma i fatti lasciavano ben poca speranza.

A fine gennaio siamo tornati in Etiopia, forse lo avrei dimenticato, forse avrei sofferto di meno.

‘Scrivi di lui’, ma non ci riuscivo, non ero ancora pronta, non potevo scrivere che Romoletto non c’era più.

Stanotte mi sono svegliata verso le 5 e ho guardato il telefono: 18 messaggi e due chiamate perse dalla mia famiglia. avevo il cuore in gola. inizio a leggere:

Mia sorella: ‘E’ tornato Romoletto’

I miei genitori: ‘sei sicura, dove? dagli da mangiare’

mia sorella: ‘Si si è Romoletto, ora glielo porto’

A quel punto hanno provato a chiamarmi, ma io dormivo e non ho sentito le chiamate.

Donatella: ‘A Francy e’ caduto il cellulare nell’ ascensore, Romoletto ha mangiato, ora chiamiamo l assistenza per recuperare il cellulare’

silenzio

mia sorella: ‘il cellulare funziona’

e questo video …

In Etiopia sono le 7:28, in Italia le 5:28 ed io non sto nella pelle. Non vedo l ora di farmi raccontare del ritorno di Romoletto. Ho tante domande da fare, tante raccomandazioni. Vorrei stare lì, vorrei essere lì con lui, vorrei tanto guardarlo negli occhi e dirgli: ‘mamma non ha mai smesso di aspettarti’

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E’ stato un onore poterti amare…

Nessuna diga, nessun ponte, nessuna costruzione fatta dagli uomini mi emozionerà mai come la semplicità della natura.

Questo lavoro, per quanto lontano dalle corde della mia anima, mi ha permesso di vivere in luoghi incontaminati e ammirare l’immenso spettacolo della vita.

Mi mancherà il canto della foresta che non so raccontare, mi mancherà il silenzio della notte che non so descrivere, mi mancherà il vento caldo sulla pelle e l immensità davanti agli occhi.

E’ stato un privilegio poterti amare…

Mi hai insegnato a sognare e mi hai insegnato a piangere quando i sogni si sono infranti.

Mi hai insegnato a credere in me stessa e mi hai insegnato a dubitare sulle mie ceneri.

Mi hai insegnato a volare e ti sei ripresa le ali lasciandomi cadere.

ogni volta hai aspettato che io mi rialzassi.

Ho imparato a rialzarmi e lo farò anche lontano da te.

E stato un privilegio poterti amare… porterò con me il tuo dolore e la tua bellezza e spero che il mio sorriso rimanga in questa vallata.

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Jessica e Ivano

E’ da qualche giorno che due grossi babbuini, da me soprannominati Jessica e Ivano, salgono la scarpata sotto la nostra casa, si soffermano un po’ all’ombra dell’acacia e quando tutto sembra tranquillo entrano nel nostro giardino.

Passeggiano tranquillamente sotto gli alberi di papaya e quando ne intravedono una matura, leggeri come il vento si arrampicano sull’albero e rubano il frutto. A volte lo staccano con la bocca, altre ancora gli danno delle botte fino a farlo cadere. Poi, con la gustosa refurtiva si fermano sul bordo del giardino e, godendo della meravigliosa vista, fanno colazione.

Questa storia va avanti da qualche settimana, da quando cibo e acqua scarseggiano nella vallata per via degli incendi e della inoltrata stagione secca.

Jessica e Ivano non sembrano pericolosi, maleducati sicuramente, ma non pericolosi.

Hanno la pessima abitudine di sputare le bucce di papaya nel mio giardino e talvolta incuranti spezzano i rami delle mie piante. E’ anche scomparsa una delle due Crocs verdi di Stefano e, secondo me, ora giace abbandonata in fondo alla vallata.

Insomma un po’ di buon educazione non guasterebbe.

Ieri mattina li ho beccati in fragrante: Ivano passeggiava tranquillo per il giardino senza il minimo imbarazzo.

Mi sono affacciata alla finestra e gli ho gridato: ‘ciccio, ma non ti starai allargando un po’ troppo? questo e’ il mio giardino e quelle sono le mie papaye … porta le tue chiappe colorate altrove’

Si e’ voltato verso di me e ci siamo guardati negli occhi….

‘il mio giardino, le mie papaye… ci manca solo che ti senta dire ‘i miei babbuini’. E’ tutto tuo. Amica mia te do una notizia: tuo e’ solo ciò che rimarrà con te anche quando lo avrai dimenticato. L’amore con cui hai annaffiato le piante e’ tuo, l’amore con cui hai nutrito i gatti e’ tuo, l’amore con cui hai guardato questa vallata e’ tuo, ma le piante, i gatti e questa vallata non ti appartengono. Non ti appartiene questo giardino e neanche quella papaya, pertanto lasciami fare colazione’

Dondolando lentamente mi ha voltato la schiena, mi ha mostrato il sedere colorato e si e’ diretto verso l’albero di papaya più alto.

‘Ciccio, , dopo aver fatto colazione con la non-mia papaya, vedi di portare le tue chiappe colorate fuori dal non-mio giardino e la prossima volta che vieni vedi di riportarmi la non-mia Crocs’

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Io e te sedute a guardare l’immensità

Io e te sedute a guardare l’immensità.

Non conosco i tuoi pensieri, sento il tuo respiro sopra il mio, ma mi sfuggono i tuoi sogni.

Ascoltiamo insiemi i rumori della vallata, il richiamo delle scimmie che corre tra gli alberi e il canto degli uccelli che si perde all’orizzonte.

Io e te sedute a guardare l’immensità.

hai una domanda per me?

Guardiamo insieme le ombre delle foglie tremare sulla terra e il vento trai capelli mi sussurra parole antiche, parole che tu conosci, ma non vuoi dirmi.

io e te sedute a guardare l’immensità.

hai una risposta per me?

Abbiamo percorso la stessa strada e inciampato sugli stessi sassi. Abbiamo saltato insieme una pozza d’acqua e ci siamo sporcate con la stessa terra. Abbiamo attraversato i giorni e consegnato le notti, insieme abbiamo girato l’angolo.

Non hai una risposta per me ed io non ho una domanda per te.

E’ solo un po’ di vento, e’ solo una vallata, sei solo un gatto ed io colei che ti ama.

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Non avrei potuto essere altrimenti

C’è una grande acacia nella scarpata sotto la nostra casa, uno dei pochi alberi che sono riusciti a crescere su queste aride colline. Ha affondato le sue radici trai sassi e a fatica tende le sue foglie al vento.

‘Ti capita mai di pensare di aver sbagliato tutto?’ chiese il gatto colorato

‘Tutto cosa?’ rispose l’acacia.

‘Tutto’

‘Tutto cosa?’

‘La vita che hai scelto. Potevi crescere giù nella vallata con le altre acacie, e invece hai scelto questa scarpata solitaria’

L’acacia rimase in silenzio.

‘Potevi stare giù nella vallata con le altre acacie’ insistette il gatto colorato ‘ti trovavi il tuo spazio, senza dare troppo fastidio, e avresti avuto una vita più semplice’

L’acacia rimase in silenzio.

‘E invece eccoti qua, aggrappata a questa scarpata, in una posizione molto precaria, sempre sul punto di cadere. Il sole ti brucia le foglie e il vento ti spezza i rami. La pioggia ti bagna appena le radici e poi corre giù a valle lasciandoti assetata. Sola con i tuoi pensieri’

L’acacia rimase in silenzio.

‘Ti sei andata a complicare la vita inutilmente. Sei un’acacia, non una conifera, e le acacie crescono nella vallata con le altre acacie.’

L’acacia rimase in silenzio.

‘Non pensi di aver sbagliato tutto?’

L’acacia guardò il gatto colorato e penso’ che tuttavia gli doveva una risposta.

‘Non lo penso. Non avrei potuto fare altrimenti. Quando il vento mi ha spinto ancora seme su questa scarpata, non ho pensato alla vallata, ma solo a farmi spazio tra questi sassi. Sono cresciuta, affondando le radici in questa terra, ho alzato lo sguardo e ho visto il cielo. Non avrei potuto essere altro. Sarei soffocata nella vallata, perché condividere uno spicchio di cielo quando posso averlo tutto?’

‘e se alla fine il vento ti spezza?

‘il vento alla fine mi spezzerà, la roccia a cui sono aggrappata alla fine franerà, ma nessuno potrà togliermi quello che questa rupe mi ha dato: i cristalli di luna riflessi sul fiume, l’alba che squarcia il cielo, le nuvole che rotolano all’orizzonte. Nessuno potrà togliermi tanta bellezza’.

‘ma non hai paura?’

‘certo che ho paura, ma non avrei potuto essere altrimenti’

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Un secondo in più

C’è una grande acacia nella scarpata sotto la nostra casa, uno dei pochi alberi che sono riusciti a crescere su queste aride colline. Ha affondato le sue radici trai sassi e a fatica tende le sue foglie al vento.

‘Hai avuto paura?’

‘Paura di cosa?’ chiese l acacia

‘Di morire bruciata dal fuoco’ rispose il gatto colorato ‘eri completamente avvolta dalle fiamme e le tue foglie bruciavano’

‘questi fuochi fanno male, ti bruciano le foglie e ti graffiano l’anima, ma non durano molto. basta resistere un secondo più di loro e li vedrai spegnersi tra le loro ceneri’

‘e tu come hai fatto a resistere un secondo più di loro’ chiese il gatto colorato leccandosi in maniera disinvolta la zampa

‘mi sono aggrappata al mio dolore e non l ho lasciato andare via, e’ stato con me ancora un secondo e abbiamo visto insieme il fuoco piegarsi su se stesso’ rispose l acacia accarezzata dal vento

‘sono belle’

‘che cosa?’

‘pensavo di averti perso e invece le tue foglie nuove, sono più verdi, più grandi, sono più belle di quelle di prima’

‘e’ la cenere dei fuochi: nutre le nostre radici e riempie di foglie i nostri rami.’

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E’ abbastanza…

Stasera ci sono tutti e quattro.

Hanno il pancino pieno. La loro mamma ha il pancino pieno.

E’ una serata calda, un vento leggero muove l’aria, il prato secco inizia a sporcarsi di verde.

Giocano.

Si rincorrono trai sassi, con il pelo dritto e la coda gonfia. Si rotolano, si azzuffano e poi si nascondono trai cespugli.

Lei li guarda orgogliosa, sempre attenta ad ogni rumore, e’ tanto stanca.

Quello bianco e grigio prova a ciucciare un po’ di latte, lei si alza e si allontana qualche passo, ma poi lo avvicina a se’ e gli lecca le orecchie dolcemente.

I fratellini bianchi stanno lottando contro una foglia secca.Il gattino grigio si stiracchia sull’asfalto ancora caldo.

E’ abbastanza.

Una sera attraversata da un vento caldo, un pancino pieno e un prato su cui giocare.

E’ abbastanza.

Tra poco andranno via nella notte e rimarra’ solo questo frammento di tempo. Un attimo di infinito.

E’ abbastanza.

Per ogni cucciolata c’è’ sempre un attimo come questo. Li ricordo tutti e li ho infilati nella collana più bella che indosso quando la tristezza mi invade. Quando la vita mi distrugge. Sono momenti preziosi, sono momenti infiniti. Non importa cosa e’ successo dopo, l importante e’ che ci sia stato un attimo così per dare senso a tutto.

E’ abbastanza.

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Stanno arrivando…

Stanno arrivando.

Hanno scelto Koysha come base di atterraggio. Arriveranno alle prime luci dell’alba di un giorno qualunque. Non ci sarà modo di scappare, non ci sarà modo di avvertire il resto del mondo, resteremo senza parole, le nostre ginacchia si scioglieranno per la paura e non ci sarà posto per la speranza.

Gli extragatti partiranno da Koysha e invaderanno il mondo. Il loro obiettivo non è conquistarlo, ma liberarlo da chi lo sta distruggendo. Individueranno e si mangeranno tutti coloro che non hanno dimostrato di avere rispetto e amore per il nostro pianeta e li trasformeranno in tonnellate di cacca. L’ottimo fertilizzante servirà per far crescere foreste e boschi dove ora c’è solo cemento.

Devi stare attento perchè non basterà non aver fatto niente di male, bisognerà dimostrare di aver lottato per il pianeta e per gli animali che lo popolano.

“Quando il gatto mi ha attraversato la strada, ho frenato”, non sarà sufficiente

“io non ho mai fatto male ad un animale”, non gli basterà.

“Io sono contro la caccia”, non ti salverà

Loro analizzeranno la tua intera esistenza e, se non avrai lottato per non fare abbattere un albero, se non avrai curato un gatto ferito o sfamato un cane affamato, se non avrai raccolto le buste di plastica sulla spiaggia, se non avrai avuto il coraggio di cercare di fermare questa follia, allora gli extragatti ti mangeranno e tu diventerai una immensa cacca.

E se ti stai domandando perchè, sappi che un extragatto ti risponderebbe che se siamo ridotti così non è colpa solo di chi ha deliberatamente distrutto il pianeta o fatto del male ad un animale, è anche, e soprattutto, colpa di chi non lo ha fermato, di chi non si è esposto, di chi si è girato dall’altra parte.

In realtà, un extragatto non ti darebbe nessuna spiegazione: un’arraffata e via, concime per i campi.

Stanno arrivando

I segnali si stanno intensificando e ormai ci rimane poco tempo. Alcuni di loro sono già tra di noi e hanno occupato avamposti strategici, le comunicazioni peggiorano di giorno in giorno, internet è sempre più rallentato e gli apparati elettronici stanno cedendo, il ripetitore telefonico è bruciato, stiamo rimanendo isolati.

Stanno arrivando

L’operazione degli extragatti è iniziata circa quattro anni fa, quando un extragatto si è fatto trovare in una soffitta di un cantiere in Africa. E’ stato il loro cavallo di Troia. Quell’extargatto era stato addestrato per entare in contatto con gli umani senza destare sospetti e dare agli extragatti un accesso illimitato alle informazioni necessarie per pianificare l’invasione. Parliamo del colonnello Saffo. Al colonnello va anche il merito di aver stretto patti con la resistenza, un ristretto gruppo di gatti del pianeta terra, pronti ad unirsi alla causa.

l intrepido generale Saffo

A seguire, altri extragatti sono entrati nelle nostre vite e noi, ignari, abbiamo lasciato che ci plagiassero rendendoci inconsapevoli complici della loro invasione . Non solo, gli abbiamo aperto le porte delle nostre case qui a Koysha, ma li abbiamo anche portati con noi in Europa, dandogli così la possibilità di pianificare l’invasione nei minimi dettagli.

Alcuni di questi extragatti sono rimasti con noi per controllarci, altri se ne sono tornati a casa portando con loro preziose informazioni. Altri ancora sono arrivati recentemente con nuove istruzioni da eseguire.

Il tenente Gatto Bianco era un biogatto e aveva il compito di studiarci e registrare i nostri bisogni biologici: ore di sonno, kg di cibo, litri di acqua, capacità riproduttive, episodi di malattia, tempi di guarigione, allergie, intolleranze, resistenza fisica etc etc Tornato a casa, si è chiuso nel suo laboratorio e sta portando avanti la sua ricerca con risultati sorprendenti.

tenente gatto bianco mentre osserva gli umani

Il maggiore Wally invece era un psicogatto e aveva il compito di studiare la nostra mente: da cosa dipendesse il nostro sorriso e le nostre lacrime, gli sguardi malinconici e le risate improvvise. Tornato a casa è stato nominato primo psicogatto superiore del consiglio supremo degli extragatti.

il maggiore Wally che conferisce con il generale Saffo

Il capitano Romoletto era un gattingegnere, a lui l’onere di registrare il nostro livello di sviluppo e soprattutto di valutare il nostro potenziale tecnologico. Raccolte informazioni a sufficienza, è tornato a casa e tutt’oggi fornisce informazioni strategiche al comando centrale.

capitano romoletto in azione

I soldati scelti Strillona e Mensa erano un semplice diversivo. Quando gli extragatti si sono accorti che alcuni di noi cominciavano a sospettare qualcosa, li hanno inviati per confonderci e distrarci. Finita la missione sono tornate alla base.

Il maggiore Rocco e il sottotenente Forrest facevano parte della prima spedizione di ricognizione e sono loro ad avere scelto Koysha come l’inizio di tutto. Il loro supporto sarà fondamentale durante le operazioni di sbarco a terra.

maggiore rocco
il maggiore Forrest

Il maresciallo Birba e il sotto maresciallo Arya fanno parte dei corpi speciali e si sono infiltrate per carpire informazioni segrete e altamente strategiche. Ormai in Italia, stanno accumulando un numero esorbitante di dati che di notte inviano alla navicella madre.

maresciallo birba pronto ad inviare informazioni agli extra gatti
maresciallo arya

Il luogotenente wallyno ha ha il compito di individuare i punti deboli del sistema, portata a termine la missione e’ tornato alla base. Nominato tenente ora fa parte dell’esercito dell’invasione.

luogotenente wallyno

Il generale Macchia è il capo delle operazioni terrestri e Etta è il suo Tenente. Finita la prima fase della missione, Etta è rientrata alla base per unirsi alle truppe di invasione, il generale Macchia invece è rimasto a controllare con la sua brigata la postazione più strategica di Koysha: l’ufficio IT, da cui avrà inizio tutto.

La brigata del generale Macchia è composta da intrepidi extragatti che sprezzanti del pericolo lavorano notte e giorno affinchè tutto avvenga. I due roscetti sono la guardia armata del generale Macchia e non lo perdono mai di vista, pronti a morire pur di difenderla.

guardia armata del generale macchia

Wallono controlla l’area dal tetto, dove ha installato il centro di comando e comunica direttamente con l’astronave madre.

tecnico delle comunicazioni wallone

Pirhana, Murena, ai comandi del tenente Arlecchina, stanno costruendo ai container un macchinario speciale che permetterà agli extragatti di neutralizzare le comunicazioni man mano che procederanno via terra.

soldati semplici pirhana e murena

Elettrica e Poldino stanno al generatore e sono loro che lo spegneranno a tempo debito lasciandoci senza corrente elettrica. La guardia marina Fiamma fa la sponda tra l’avamposto sud, presiedut da Arlecchina, e quello nord, presieduto da Piccolino, Elettrico e Filippo agli ordini del tenente Yoda.

tenente yoda

Da notare che Filippo non è un extragatto, ma un gatto della resistenza. Come non sono extragatti Ponyo e Soske che da tempo si sono uiti alla resistenza.

il generale saffo che parla con il gatto Ponyo appena arruolato nella Resistenza

Picche fu il primo ad abbracciare la causa degli extragatti ed oggi siede nel consiglio supremo degli extragatti come membro onorario.

capo della resistenza picche

Gli utltimi arrivati, i cinque cuccioli di Macchia, sono una special task force che avrà il compito di far saltare il ponte il giorno dell’invasione.

generale macchia

Purtoppo c’è anche un disertore: Lia. Mandata sulla terra con l’obiettivo di selezionare gli umani da terminare, si è innamorata del genere umano e ora vive felice la sua vita da ex-extragatto con due di loro. Lia può stare tranquilla perchè i suoi umani sono tra coloro che hanno lottato per un mondo migliore e quindi non diventeranno cacca.

disertore lia

Agli ordini diretti del generale Saffo, c’è il colonnello Mirimiri, grande invalido di guerra, medaglia d’oro al valore nella guerra contro una razza malvagia di alieni, tiene il registro delle attività terrestri e a lei fanno rapporto tutti gli extragatti.

colonnello mirimiri, grande invalido di guerra

Il capitano Wallyna con i quattro soldati semplici Mou, Panna, Caffè e Elah controlla il campo e fa proseliti trai gatti di Koysha che sempre più numerosi abbandonano l’umanità per unirsi alle fila della Resistenza. Capitano wallyna ha un compito molto importante, perchè l’invasione avrà successo solo se aiutata dalla Resistenza, e per questo lei riferisce solo ed esclusivamente al generale Saffo.

capitano wallyna

Sempre al campo, ci sono il sottotenente Paolina e il sottotenente Casper che, agli ordini del tenente Bianchino, controllano l’altra base IT. Entrambi hanno riportato delle ferite durante la prima missione, ma stanno recuperando velocemente e saranno operativi al momento dell’invasione.

tenente bianchino

Il tempo a nostra disposizione sta scadendo, gli extragatti stanno completando le operazioni finali e sono già in vista del nostro pianeta.

Il generatore presto si spegnerà, si chiuderanno le comunicazioni con il resto del mondo e un’ombra oscurerà il cielo di koysha.

non ci sarà più tempo per pensare e l invasione avrà inizio.

presto un gatto ti verrà incontro ridacchiando, ti salverai o diventerai cacca puzzolente?

nella vita bisogna sempre fare una scelta e noi l abbiamo fatta tanto tempo fa… nelle fila della Resistenza …..c’è anche qualche essere umano

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Mirimiri non aver paura

Domenica mattina ho deciso di portare Mirimiri fuori, di farle vedere la terra dove e’ nata e restituirle gli odori della sua infanzia.

Le ho messo il guinzaglio e siamo uscite. Abbiamo fatto un giro della casa, tra mille incertezze e paure, era terrorizzata e camminava come un lombrico. Dopo il primo totale smarrimento, ha trovato in fondo al suo cuoricino un pò di coraggio e ha iniziato ad odorare i muri, l’erba, la cuccia dei gatti, e qualche cosa nel suo cervelletto si e’ mosso. Guardava curiosa gli alberi, intimorita scrutava le ombre sotto le piante. Procedeva con passo incerto, sempre stile lombrico, fremendo ad ogni minimo rumore. Finito il giro, è voluta rientrare in casa ed è rimasta nascosta sotto il letto per circa due ore…ma qualcosa nel suo cervelletto e nel suo cuoricino si era mosso.

Mi ero convinta che la mia piccolina avesse troppa paura, che il mondo non le interessasse, che preferisse stare a casa e guardare fuori dalla finestra, giocare al sicuro con il suo verme arancione.

Questo accadeva domenica mattina.

Martedì mattina, come ogni giorno, mi sono svegliata- o meglio mi hanno svegliato i gatti maledetti- poco prima che sorgesse il sole e ho avviato la solita procedura: preparare la colazione per noi e per i gatti, cambiare l’acqua alle ciotole, cambiare la segatura alla lettiera, sfamare Wallyna e i Wallinimini, innaffiare il giardino, svegliare Stefano etc etc .

Era ancora buio, quando sono uscita a cambiare la segatura della lettiera. Al mio rientro è accaduto l’impossibile: Mirimiri, gatto paura, ha infilato la porta di casa ed e’ scomparsa nella notte.

Non potevo crederci: Mirimiri, il gatto che ha paura di tutto e di tutti, il gatto che come sente aprire la porta fugge sotto il letto, il gatto che domenica mattina strisciava come un lombrico… quel gatto era lo stesso gatto che ora correva da sola nella notte buia lontano da me.

La scena a seguire la conoscete bene: io in baby-doll che rincorro Mirimiri per il giardino chiamando disperatamente Stefano che, con la sua solita calma serafica, è arrivato e ha spalancato la porta di casa dicendo: “prima o poi rientrerà”. In realtà, dentro casa, sono entrati solo un numero infinito di insetti. Mirimiri in fuga perpetua, continuava a scappare e non c’era modo di avvicinarla. Per fortuna, dopo qualche euforico giro della casa, si è ricordata di essere gatto paura e si e’ andata a nascondere sotto la macchina di Stefano, piangendo disperatamente, e si e’ lasciata prendere.

‘Io sono come Mirimiri” mi ha detto una mia cara amica “abbiamo tanti sogni in testa, ma troppa paura per seguirli’.

La paura è un’emozione sottostimata e decisamente demonizzata. “Pauroso, fifone, cacasotto”, nel linguaggio comune, hanno un’accezione negativa e discriminatoria, mentre un eroe, di qualsiasi tempo e di qualsiasi luogo, è sempre “coraggioso, impavido e sprezzante del pericolo”.

Questo è diventato il genere umano. Se invece vai da un gatto e gli chiedi di essere “sprezzante del pericolo”, il gatto ti risponde che sei pazzo. Un gatto ti direbbe “amico mio, se fossi sprezzante del pericolo, finirei in bocca al primo serpente. Se fossi sprezzante del pericolo, non sarei in grado di proteggere i miei cuccioli”. Per un gatto, la paura è vitale, è ciò che gli permette di sopravvivere.

La paura è l’istinto primordiale che ci tiene in vita, ma è anche l’emozione che mette in relazione il nostro passato, le nostre esperienze, le nozioni che abbiamo acquisito, con il futuro, con i nostri sogni, con i nostri progetti, con i nostri desideri.

Non avere paura è perdersi una parte importante di noi stessi.

Mirimiri non ha smesso di avere paura, ha solo trovato il modo di usare la sua paura per inseguire i suoi sogni in giardino all’alba di un giorno qualunque. Quello che Mirimiri direbbe alla mia amica è: “l’importante non è smettere di avere paura, l’importante è non smettere mai di sognare”.

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Gli altri siamo noi

In un anno succedono molte cose, e’ un tempo significativo per apprezzare cambiamenti, eppure mi sembra di non essere mai andata via.

La vallata è sempre uguale, la mia casa, il mio giardino, il mio ufficio… e’ tutto come lo avevo lasciato. I volti delle persone non sono cambiati. Ho ritrovato la stessa bellezza e la stessa disperazione che avevo lasciato.

Tutto uguale ….tranne loro: i gatti maledetti.

Un anno per un gatto e’ un tempo infinito: può essere sufficiente per morire, per nascere, per andare via, per tornare, i cuccioli fanno in tempo a diventare adulti e fare altri cuccioli. In un anno l’assetto geopolitico delle nostre colonie e’ profondamente cambiato: sono finite alcune storie e ne sono cominciate delle altre….

I gatti del campo

Wallyno e Gatto Bianco non si sono più visti. Gatto Banco era nei paraggi fino a poco tempo fa perché c’è un cucciolo, Bianchino appunto, che gironzola intorno a casa di Emiliamo e che e’ sicuramente figlio suo e di Wallyna. Ha circa sei mesi, e’ bianco e fa ‘mau mau’ come faceva suo padre. Gatto Bianco e’ andato via, dove e perché non ci è dato saperlo, possiamo immaginare però che dopo anni di supremazia abbia dovuto lasciare il territorio ad un nuovo maschio alfa, più giovane e più forte.

Wallyna con Bianchino
Bianchino

Wallyno, sempre per motivi territoriali, si era già allontanato un anno fa’ e si faceva vedere molto poco, evidentemente con il tempo non ha avuto più motivo di tornare. Avrà trovato un’altra strada, questa volta diversa dalla nostra.

Wallyna invece è sempre presente e in questo anno in cui sono mancata ha avuto qualcuno che ogni giorno le ha dato da mangiare: Ayantu, Stefano o Emiliano. Si e’ inoltre arruffianata i cuochi della mensa che quando la vedono le danno da mangiare. in questo anno ha avuto due o tre cucciolate. Bianchino e’ il prodotto della penultima cucciolata. Non abbiamo notizie degli altri cuccioli, ma Ayantu mi ha detto che alla mensa del Cliente ci sono molto gatti ben nutriti. E’ probabile che alcuni di loro ce l abbiamo fatta e siano da quelle parti, come e’ anche probabile che Wallyno e Gatto Bianco si siano spostati la’. Andremo a fare un giro di ricognizione prima o poi, ma per adesso ci piace pensare che siano tutti la’.

Da qualche giorno Wallyna si e’ ristabilita fuori casa nostra: arriva la mattina presto per la colazione, fa merenda con Ayantu e torna per cena. Fisicamente non assomiglia a Wally, ma ha il suo stesso modo di fare: sale sul davanzale e mi chiama. Corre e si infila dentro casa come apro la porta, si struscia sulle mie gambe e non comincia a mangiare fino a quando non ha avuto la sua dose di carezze. Mi fa tanta tenerezza e, finalmente dopo tanto dolore, prendendomi cura di lei, mi sembra di avere di nuovo la mia wally.

Wallyna

L’infingarda ovviamente si è approfittata dei miei sentimenti e ieri sera ha portato a cena anche il suo fidanzato: Lupin. Un bel gattone bianco e grigio, molto educato e un po’ timido.

Lupin e Wallyna

Ma le novità non sono finte. Questa mattina si e’ presentata spudoratamente con quattro cuccioli meravigliosi: uno bianco, uno grigio, uno bianco e grigio e uno bianco e rosso. meravigliosi. ancora lì sta allattando, ma ha pensato bene di insegnargli la strada per casa mia e tra un po’ me li mollerà tutti e quattro.

wallyna con i fantastici quattro

Spostandoci da Emilaino invece troviamo Bianchino, di cui vi ho già parlato, Casper e Paolina. Casper e Paolina sono due sopravvissuti della colonia giù alla piana, sono stati portati ad Emiliano in pessime condizioni, dati per spacciati, ovviamente sono guariti. Per ora vivono in casa, ma quando avranno voglia potranno uscire da casa e gironzolare per il campo.

Paolina
Casper

I gatti della piana

In ufficio di Emilaino, c’è Macchia che ha appena avuto un’altra cucciolata di cinque meraviglie. Macchia e’ la figlia di Birba e Gatto Bianco, sorella di Lia, Arya e Etta, nonché zia dì Mirimiri. E’ dolcissima, sempre in cerca di coccole.

macchia e i cuccioli

Etta purtroppo e’ scomparsa da due mesi. Era molto più selvatica di Macchia e amava inoltrarsi nella foresta. un grande dolore, soprattutto per Emiliano, ma i suoi cuccioli sono con noi: Mirimiri e Poldino.

Poldino vive, insieme a Fiamma (figlia di Birba) e i due roscetti, nel giardino dell’ufficio. i due roscetti sono fratello e sorella, ma non sappiamo chi sia la madre.

poldino
Roscetto maschio
roscetta femmina
Emiliano con fiamma, roscetti e poldino

Sul tetto degli uffici invece, vive Wallone, fratello di Wallyna e figlio quindi di Wally e Gatto Bianco. Non sappiamo come abbia fatto ad arrivare dal campo alla piana, probabilmente sul cassone di un pick up, ma ora sta qua e vive sul tetto per evitare i soprusi delle altre gatte. E’ un personaggio: grande, grosso e fregnone, si dice a Roma. Terrorizzato da Arlecchina e Fiamma, ha deciso di vivere sul tetto degli uffici e scende solo per mangiare.

Wallone

Ai container vivono invece Arlecchina, figlia di Birba e Gatto Bianco, sorella di Fiamma, con le sue due figlie Piranha e Murena, mentre al generatore abbiamo Elettrica, forse anche lei figlia di Etta e sorella di Paolina. Rimasta sola, dopo il ricovero di Paolina, ora ha Poldino che le tiene compagnia

Murena

Infine ci sono gli sfollati alla safety, il cui numero varia da due a cinque, che si sono allontanati per motivi territoriali, ma sono sempre sotto la nostra giurisdizione.

Invece non sono sotto la nostra giurisdizione le altre colonie, derivanti sempre da qualcuno dei nostri gatti, ma passate in gestione ad altri gattari.

A quanti gatti siamo arrivati? 11 al campo (mirimiri e saffolina comprese), 10 agli uffici, 3 ai container, 1 sul tetto e 1 al generatore. totale 26 + 5 alla safety, totale: 31 gatti maledetti.

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Saffo dove vai?

‘Saffo, dove vai?’

‘In giro’

‘Saffo, e’ pericoloso, torna a casa! Saffo, se ti attaccano? Se ti perdi? Mammina, riporta Saffo a casa! Ma siete matte? Dove andate?’

‘Mirimiri, piantala di fare il gatto isterico. Io e mammina dobbiamo fare il nostro solito giro di ricognizione, dobbiamo controllare tutto il giardino di casa. C’è stato il fuoco, dobbiamo ispezionare tutte le piante. Stai tranquilla che non c’è nessun pericolo e, se c’è, lo affronteremo, come abbiamo sempre fatto io e mammina’

‘Come lo affronterete? Non scherziamo, mammina, riportami a casa Saffo’

‘Miri, fatti gli affari tuoi’

‘Saffo, stai attenta, dietro di te, qualcosa si muove’

‘Miri, e’ la mia coda’

‘Saffo…’

‘Miri’

‘Torna a casa, ti prego’

‘Miri, un giorno troverai il coraggio e uscirai dai tuoi incubi. Un giorno camminerai sull’erba fresca, sentirai il profumo della terra e il vento tra le orecchie. Un giorno capirai che la paura e’ un mostro senza ali. Un giorno scoprirai che le ombre sono solo giochi di luce e che puoi correre più veloce di ogni tuo pensiero. Un giorno, Miri, troverai il coraggio, uscirai e camminerai senza voltarti…. ma nel frattempo …non mi stufare!’

‘Saffo’

‘Che c’è?’

‘io ti aspetto qua’

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Brucia la vallata

In questa zona dell’Etiopia e’ usanza dare fuoco alla foresta alla fine della stagione delle piogge.

C’è chi dice che venga fatto perché così arrivano le piogge, ed infatti puntualmente a distanza di qualche giorno arrivano le piccole piogge interrompendo finalmente mesi di siccità.

C’è chi dice invece che lo fanno perché sanno che sta arrivando la pioggia, e così facendo crescerà velocemente l’erba fresca per gli animali stremati dalla stagione secca. Cosa probabile visto che dopo pochi giorni la terra bruciata viene coperta di un verde brillante.

C’è chi dice che venga fatto per tenere lontani gli animali che alla fine della stagione secca si muovono in cerca di acqua e cibo.

La verità vera e’ che neanche loro sanno il perché, ci sarà stata sicuramente una qualche buona ragione, ma se ne e’ persa traccia, e oggi bruciano perché prima di loro i loro padri bruciavano.

Qualunque sia la ragione, a fine gennaio gli abitanti di queste zone cominciano a bruciare la foresta, appiccando il fuoco in un punto e lasciandolo correre nella vallata e sulle colline.

Non sono fuochi controllati, ma tanto queste zone sono disabitate. C’è solo erba secca da bruciare che si esaurisce velocemente. Gli alberi, non avendo resina, non bruciano e in genere sopravvivono, sebbene abbrustoliti, al fuoco.

Un’usanza innocua fino a quando la tua casa non viene costruita al centro della foresta.

Era ora di pranzo quando infastidita dalla cenere che entrava dentro casa, sono uscita a controllare la vallata e ho visto che stava bruciando, ma non mi sono preoccupata perché il fuoco si muoveva parallelo al nostro campo e una strada divideva la foresta dal campo.

Erano circa le quattro di pomeriggio, faceva un caldo bestiale, più del solito, peggiorato da una cappa pesantissima dovuta al fumo del fuoco. Non si vedeva neanche il cielo. La cenere era ovunque e l’aria era irrespirabile. All’improvviso si e’ alzato un forte vento verso ovest, ma noi, chiusi in casa, non potevamo saperlo. Il vento ha spinto l’incendio proprio verso casa nostra ed era talmente forte che ha permesso al fuoco di attraversare la strada.

Mi ero appena sdraiata sul divano dopo aver finito di sistemare le valigie, quando Stefano mi ha chiesto: ‘vuoi un caffè’?’

E’ avvenuto tutto in pochissimi secondi.

Ayantu, che stava innaffiando il giardino posteriore, ha cominciato ad urlare, Stefano e’ uscito fuori e l’ho visto correre al tubo dell’acqua. Ho guardato fuori dalla finestra della camera da letto e ho visto le fiamme che salivano dalla scarpata.

E’ incredibile quanto in queste circostanze la mente riesca a pensare velocemente. Mi sono messa la mascherina perché il fimo già entrava in casa, ho preso i trasportini e ho chiamato i gatti che evidentemente avevano percepito il pericolo ed erano rimasti immobili dove stavano: Saffo sull’armadio e Mirimiri sotto il letto. Ho preso una sedia, ho afferrato Saffo e l’ho buttata nel trasportino, quindi mi sono lanciata sotto il letto e ho tirato fuori Mirimiri.

Mi tremavano le gambe, ma i gatti erano salvi, cosa altro prendere? Vi confesso che in un primo momento ho pensato ad un pacco di crocchini, ma poi ho afferrato i passaporti, il cellulare e sono uscita di casa.

Ho messo i gatti in salvo all’ombra di un muro e ho detto ad Ayantu di stare con loro e di non lasciarli per nessun motivo al mondo, quindi sono corsa a vedere Stefano che stava sul bordo della scarpata senza alcuna protezione. Solo, davanti al fuoco, per proteggere la nostra casa.

Nel frattempo erano arrivate le autobotti dell’antincendio, lungo la strada sotto la scarpata, e il personale del campo, che ha preso i tubi dell’acqua degli altri giardini, e in pochi minuti sono riusciti a fermare le fiamme e a mettere in sicurezza le case prima che finisse l’acqua.

Papino, il nostro eroe, aveva salvato la nostra casa. Aveva tutti gli occhi rossi per il fumo e puzzava come un arrosto bruciato, mi e’ venuto incontro e con la sua calma serafica mi ha detto: ‘non e’ successo niente, e’ tutto finito’.

Sono entrata in casa, ho preso dell’acqua per Ayantu, che aveva respirato molto fumo ed era molto impaurita, e una mascherina per Stefano. La casa era in ordine a parte un po’ di fumo.

Saffo e Mirimiri mi guardavano dal trasportino terrorizzate: le urla, il fumo, la gente che correva, il caldo insopportabile, e’ stato un po’ troppo anche per loro. Rientrate in casa sono crollate addormentate e non si sono viste per ore. Non hanno neanche voluto mangiare. Poi mi sono ricordata che avevo feliway: l’ho spruzzato per tutta casa e si sono tranquillizzate… gli e’ tornato anche l’appetito.

Dopo una bella doccia e un po’ di gocce negli occhi, anche Stefano si e’ ripreso e mi ha detto: ‘sentì il caffè non ce lo facciamo più, opterei per una bella tisana’ …e la vita e’ ripresa come se nulla fosse successo.

Davanti ad una bella tisana, Stefano ha poi tirato fuori un ‘gratta e vinci’ preso in Italia prima di partire e mi ha detto: ‘che dici, vista la sfortuna di oggi magari vinciamo’ e ha cominciato a grattare. Dopo il secondo pallino mi ha bisbigliato: ‘pensa se esce il lingotto e vinciamo tutti i premi’…. ebbene e’ uscito il lingotto e abbiamo vinto 200 euro!!!! Era proprio il nostro giorno fortunato: la casa non era bruciata e abbiamo vinto 200 euro!!! Però….

La vallata ha continuato a bruciare per tutta la notte. Nel letto potevo sentire il crepitio del fuoco e guardando fuori dalla finestra vedevo delle lingue rosse che accendevano la notte. Persino la luna sembrava bruciare ieri notte.

Stamattina ci siamo alzati e l’odore di bruciato era ancora nell’aria. Sono uscita a valutare i danni.

Disastro. La parte nord del giardino era tutta bruciata: la rosa, il mango, la buganvillea, gli alberi sul bordo del giardino, i banani, le papaye… ma soprattutto la nostra acacia. Che dolore.

L’unica cosa che posso fare ora e’ dare all’acacia, alla vetiver sulla scarpata e alle altre piante tanta acqua nei prossimi giorni, sperando che si riprendano, sperando che la nostra acacia torni a raccontarci le sue storie

l’angolo della casa avvolto dalle fiamme
l inizio dell incendio
la strada che avrebbe dovuto fermare le fiamme
i gatti al rientro a casa
disastro
il gratta e vinci
i fuochi per tutta la notte
anche la luna bruciava
stamattina
l’acacia
la valle bruciata
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Il Ritorno in Etiopia dopo un Anno

Il momento delle valigie e’ devastante, un’ombra nera sulla mia vita, una lista interminabile di cose che si auto-riproducono manco fossero Gremlins: più io flaggo e più si aggiungono item in fondo alla lista.

Sembra tutto indispensabile, come se non fosse possibile sopravvivere senza la limetta per le unghie o la fecola di patate, e il riuscire a portare uno shampoo in più e’ in qualche modo rassicurante.

La parte più faticosa e dispendiosa e’ quella delle medicine per noi e per i nostri gatti, questa volta sono riuscita a portare persino l aereosol per Mirimiri.

Cibo per gatti ne abbiamo? 17 pacchi di crocchini e 200 bustine… direi di sì.

E poi ci sono: ‘se hai posto, mi puoi portare…’, ovviamente non possiamo dire di no agli amici e quindi alla nostra lista si aggiungono sempre gli item dimenticati dagli altri. Come zio Emiliano, che questa volta si era dimenticato il costume!!!

D’altra parte Stefano ha dimenticato le lamette per il rasoio e quindi per fortuna c’è qualcuno che gliele porterà.

Abbiamo chiuso 6 valigie di 23 kg l’una, due bagagli a mano, due borse del computer, e alle 19:00 abbiamo chiuso anche i gatti nei trasportini. Sembrava di fargli una cattiveria, e ogni volta mi assalgono mille dubbi, ma stamattina vederli correre da una finestra all’altra in estasi davanti alla foresta che si svegliava, mi ha fatto ricredere.

Arrivati all’aeroporto, siamo riusciti ad imbarcare tutte le valigie. Per una regola molto antipatica, due gatti non possono viaggiare in business, per cui Stefano e’ andato in business con Mirimiri ed io sono finita in economy con Saffo. Per fortuna l’aeroporto di Fiumicino e’ pieno di gattari e la signorina del check in e’ stata così gentile da bloccare i posti vicino a me, lasciandomi a disposizione tre posti.

L’aereoporto era quasi deserto, solo il terminal 3 era in funzione, tutti i negozi erano chiusi e abbiamo dovuto superare diversi controlli fino all’imbarco.

‘Dove siete diretti?’ ….‘In Etiopia’

‘Per quale motivo?’… ‘Lavoro’

‘Che lavoro?’…. ‘Ingegnere’

‘Anche la signora?’ … ‘Si’ (come al solito …. ma perché una donna non può essere un ingegnere!)

‘quindi siete tutti e due ingegneri e lavorate in Africa’ … ‘esatto, facciamo dighe’

‘quindi siete due ingegneri che fanno dighe in Africa e viaggiate con due gatti’ … ‘si, lei ha un gatto?’

ovviamente aveva un gatto e quindi siamo passati senza ulteriori problemi.

Prima di salire sull’aereo, Saffolina, gatto esperto, ha fatto cacca e pipì, Mirimiri invece si e’ fatta la pipì sotto e così dalla buisness con papino e’ stata sbattuta in economy class con mammina e Saffolina.

in aereoporto prima dell’imbarco. Saffolina zainetto viola, Mirimiri borsetta nera con verme rosa attaccato

L’aereo era abbastanza vuoto, pertanto avevamo tre posti a disposizione: Saffolina ha dormito nel suo trasportino ai miei piedi, Mirimiri aveva tanta paura e quindi ha dormito tra le mie braccia.

Il volo e’ andato bene e siamo atterrati ad Addis che era ancora notte. Uscita dall’aereo sono stata subito avvolta dall’inconfondibile odore di soffritto di burro e cipolla tipico dei piatti etiopi: mi sono sentita a casa.

Abbiamo impiegato un’ora e mezza per uscire da Addis Abeba, il traffico della mattina paralizza la città e ti obbliga a file estenuanti anche se tu vai nel senso opposto. Ad Addis tutti portano le mascherine, ma il distanziamento sociale e’ improponibile: la vita procede come se nulla fosse. E’ una popolazione giovane e quindi per lo più asintomatica, anche qui il covid fa le sue vittime, ne’ più ne’ meno di altre malattie o della fame, per cui senza troppo clamore.

Usciti da Addis invece, il covid non esiste: la gente nelle campagne vive come viveva un anno fa e magari non si e’ accorta di nulla.

Abbiamo percorso circa 500km in 11 ore. Da Addis a Jimma abbiamo seguito la strada aperta dagli italiani nel ventennio fascista, in seguito asfaltata e oggi piena di buche che sembrano crateri. Da Jimma a Koysha, la strada è per lo più una pista in terra battuta. Un viaggio alquanto faticoso e, nonostante fossimo allenato, siamo arrivati molto shakerati.

noi tre e le 6 valigie

Saffolina ha passato la maggior parte del tempo a guardare fuori dal finestrino: persone, animali, paesaggi sconfinati.

Siamo verso la fine della stagione secca, non piove da mesi e la vegetazione e’ tutta bruciata. E’ il tempo del raccolto: quello che ha prodotto la terra e’ quello che dovrà bastare ad ogni famiglia fino al prossimo raccolto.

Lungo la strada si trovano molte capanne e gente che cammina a qualsiasi ora: donne che portano l acqua, bambini che vanno a scuola, persone che camminano per giorni per raggiungere il mercato. La vita delle campagne si svolge lungo la strada ed e’ così in tutta l’Etiopia. C’è solo un tratto, a circa 4 ore da Addis, lungo il quale la strada attraversa una landa desolata, ma lungo la strada c’è sempre vita e i babbuini guardano incuriositi i rarissimi passanti.

Mirimiri e’ meno esperta e si e’ divertita meno, ma anche lei ha dato prova di essere un ottimo elemento della nostra famiglia errante.

Erano circa le 18:00 quando abbiamo preso la salita per il campo e Saffolina, nonostante fosse stremata, si e’ tirata su e si e’ messa a guardare dal finestrino. Ha riconosciuto subito la sua casa.

Mirimiri ci ha messo un po’ ad adattarsi e non ha trovato pace fino a quando ha capito come arrivare sul letto attraverso la zanzariera.

La casa era in ordine e pulita, la nostra Ayantu aveva sistemato tutto e aveva raccolto fiori bellissimi per noi.

Siamo andati a dormire, tutti insieme, stanchi, ma felici di essere a casa e finalmente ho trovato un po’ di pace nel silenzio della notte africana.

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Storia di un passaporto

Ho aperto google e ho digitato “gatto, aereo, documenti” e ho scoperto che non sarebbe stato facile, ma ormai Saffolina faceva parte della nostra famiglia e, se c’era un modo per portarla in Italia, io lo avrei trovato.

Innanzitutto bisognava trovare un veterinario ad Addis Abeba che ci aiutasse con tutti i documenti, ed è stato cosi che abbiamo conosciuto il nostro amico Daniel.

Ricordo esattamente la prima telefonata con Daniel. Era febbraio e faceva un caldo infernale. Ero seduta sugli scalini bollenti del container e le mie chiappe si stavano arrostendo. Daniel parlava in modo concitato ed io facevo fatica a seguirlo, animato da molto entusiasmo e un grande amore per gli animali, mi spiegò con cura tutti i passaggi ed io capii che sarebbero passati mesi prima di riuscire a portare Saffolina in Italia. Bisognava aspettare che Saffo compisse tre mesi, bisognava metterle il microchip e farle la vaccinazione antirabbica. Dopo un mese bisognava prelevare un campione di sangue e mandarlo in Italia in un laboratorio accreditato per verificare che avesse sviluppato gli anticorpi e solo allora, con la titolazione in mano, avremmo potuto ottenere il passaporto. Questo implicava minimo due viaggi della speranza fino ad Addis Abeba e il reperimento di un volontario che fosse disposto a portare in Italia la provetta con il sangue di Saffo.

Ero molto scoraggiata, ma l’esperienza mi ha insegnato che quando l’impresa è impossibile c’è solo una cosa da fare: cominciare. E così presi appuntamento con Daniel per i primi di Marzo camuffando la vaccinazione di Saffo con il compleanno di Stefano.

Mi hanno chiuso in una scatoletta rossa e mi hanno detto: “Saffo oggi farai il tuo primo volo”. Ero molto perplessa sia per la scatoletta rossa, che loro chiamavano trasportino, sia per il mio primo volo, dal momento che mi avevano detto che ero un gatto e che non dovevo salire sugli alberi perché i gatti non volano. Ricordo molto bene le sue parole: “Saffo, se sali sull’albero e poi cadi, ti fai male, perché i gatti non sanno volare” ed ora invece avrei fatto il mio primo volo.

“Apri gli occhi Saffo e guarda l’Africa”.

Avrò volato centinaia di volte su questa terra e ogni volta mi sono innamorata di lei come fosse la prima volta. Solo dall’alto è possibile percepire la sua immensità, la sua gloria, la sua bellezza. Una distesa sconfinata, verde e rigogliosa nella stagione delle piogge, fragile nelle sfumature dell’oro nella stagione secca. Una distesa inarrestabile, squarciata solo dal fiume che scorre come sangue da una ferita.

Arrivati ad Addis Abeba ci siamo diretti all’Hilton. Viaggiare per l’Etiopia con un gatto non è semplice. In Etiopia gli animali sono animali e gli essere umani sono esseri umani. Nelle campagne il cane accompagna gli animali al pascolo e i gatti, che si aggirano furtivi tra le capanne, vengono guardati con diffidenza. Nelle città si sta diffondendo l’abitudine di avere un cane, in genere grossi cani da guardia, ma gatti, come animali da compagnia, non esistono. Ad Addis Abeba vivono molti occidentali che hanno portato con sé il loro gatto, ma ancora non si trova nel paese cibo per gatti, lettiera o un banalissimo antipulci. Figuratevi la faccia del concierge dell’Hilton, five stars hotel, quando mi ha visto arrivare con Saffolina. Il bello dell’Etiopia, però, è che è possibile ancora ragionare e fare qualche eccezione senza rimanere incastrati in esasperanti catene di responsabilità, autorizzazioni e permessi. “E’ un gatto etiope, l’ho trovato nella foresta, la mamma l’aveva abbandonata, non potevo abbandonarla anche io”, in genere con questa frase li conquisto e, gentilmente, trovano sempre una soluzione al mio problema.

Arrivati in stanza, chiamai Daniel che si presentò con una borsa nera e tanta buona volontà. Daniel fà quello che può. Con una laurea presa in Russia, è uno dei pochissimi veterinari del paese che si occupano di animali da compagnia e che sanno preparare i documenti per l’espatrio. Siamo diventati amici e quando possiamo gli portiamo dall’Italia alcune medicine perché in Etiopia non si trova quasi niente.

In quell’occasione, Daniel mise il microchip a Saffo e la vaccinò per la rabbia. Dopo un mese saremmo tornate ad Addis per fare il prelievo di sangue, ma ora bisognava trovare un modo per far arrivare il sangue in Italia e l’unico modo sicuro era quello di far venire in Etiopia mia madre con una performante borsa frigo.

“Saffo stai ferma, devo farti la foto per il passaporto” ed io sono stata ferma ferma perché mi avevano detto che sarei potuta andare con loro solo se avessi avuto un passaporto ed io non volevo rimanere mai più da sola.

Dopo un mese e tante foto, siamo partite di nuovo alla volta di Addis Abeba, ma questa volta solo io e lei e con la macchina, niente scatoletta con le ali. E’ stato un viaggio lunghissimo, quasi 12 ore, e molto faticoso, ma lei era felicissima perché ad Addis Abeba avrebbe rivisto la sua mamma. Siamo partite all’alba e, dopo 5 ore, siamo arrivate a Jimma, dove ci siamo fermate per fare i bisogni e mangiare qualcosa. Una volta ripartite, non ci siamo più fermate fino ad Addis Abeba perché abbiamo dovuto attraversare una zona pericolosa dove dicono che ci sono i briganti e quindi dove non è raccomandabile fare soste. Io non ho avuto problemi perché avevo la mia lettiera da viaggio, ma per lei questi viaggi sono più complicati e bisogna dosare bene la sete. Arrivate all’Hilton, abbiamo cercato il nostro amico concierge che ci ha riconosciuto e ci ha fatto entrare senza problemi. Ero molto eccitata per l’arrivo di pongy (così lei chiama la sua mamma), a quanto pare in un altro continente c’erano tante persone che mi volevano bene e non vedevano l’ora di conoscermi. Ricordo che Pongy mi fece tanti complimenti e carezze, ma ricordo soprattutto la scatoletta misto mare che mi aveva portato. Era buonissima, non avevo mai mangiato niente di così buono in vita mia, altro che pollo lesso, e me ne aveva portate una valigia piena, conquistando subito il mio cuore.

Trascorremmo pochi giorni ad Addis Abeba, giusto il tempo di stare un po’ insieme, visitare il museo nazionale e prendere un po’ di sole nei bellissimi giardini dell’albergo. La cosa più bella di quei giorni erano i nostri pigiama party: la sera mangiavamo in camera, ordinando le peggio schifezze, mentre Saffolina continuava la sua storia di amore con il misto mare della Schesir.

Ricordo quei giorni con profonda tenerezza, sono stati una inaspettata pausa in una vita frenetica. Lontana dal cantiere, dai problemi, stavo con la mia mamma e con Saffolina, non avevamo impegni, dovevamo solo far trascorrere il tempo e più trascorreva lento e meglio era.

E poi è arrivato Daniel a guastare tutto. Ricordo che non riusciva a prendere il sangue perché io ero piccola piccola e lui non aveva gli strumenti adeguati, così mi ha dovuto bucare più volte, mentre mammina piangeva disperata. Alla fine Daniel ci è riuscito e pongy è partita con la borsetta frigo e il mio sangue. La mattina seguente pingipe (così lei chiama il suo papà) l’aspettava all’aeroporto e insieme hanno portato la provetta al laboratorio accreditato che per fortuna si trova a Roma. Dopo una settimana è arrivato il risultato positivo ed io ho staccato il mio primo biglietto per l’Italia…. ma questa è un’altra storia.

Avevamo il passaporto per Saffolina, avevamo il trasportino e il guinzaglio. Di lì a poco saremmo partiti per l’Italia e Saffolina sarebbe venuta con noi. Quando l’impresa è impossibile, la prima cosa da fare è cominciarla.

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Come cristalli di luce

Quando ero piccola, amavo giocare con dei pupazzetti di cristallo. Mia madre li teneva in salone, su dei tavolini di vetro ed ogni tanto, su mia insistenza, mi dava il permesso di giocarci.

C’erano dei topolini con le orecchie nere, un gattino con la coda arricciata, c’erano le tartarughe, un cagnolino e un elefante con la sua lunga proboscide.

Ricordo la luce che, attraversando il cristallo, si rifletteva sul pavimento o sulla parete nei colori dell’arcobaleno.

Ricordo la polvere che danzava nell’aria illuminata dai raggi di sole.

Ricordo quelle forme perfette, pezzi di vetro a cui io avevo dato un’anima.

Ogni tanto capitava che qualche ospite distratto o la signora che faceva le pulizie, li facesse cadere, rompendo la punta della proboscide dell’elefantino o l’orecchio del gattino.

Non erano per me meno belli, erano dei sopravvissuti, e le loro imperfezioni facevano impazzire i raggi di sole che si aprivano in mille colori inaspettati.

Non li ho ritrovati tutti, non sono riuscita a salvarli tutti.

A distanza di anni, ricordo quel giorno. Il silenzio. Il buio. I raggi di sole continuavano a riflettersi nei cristalli rimasti, ma sulla parete mancavano i colori più belli.

A distanza di un anno, ricordo quel giorno. Eri il cristallo scheggiato che rifletteva i colori più belli ed io non sono riuscita a salvarti.

Ti ho cercato nei miei sogni e sono fuggita dai ricordi. Ho pianto tutte le lacrime che avevo e non ho trovato pace riempendo un’altra ciotola.

Ricorderò ogni nostra passeggiata, ricorderò la tua ombra sulla mia finestra, ricorderò la tua coda che scompare sotto i raggi della luna, ricorderò la tua coperta preferita. Ricorderò la mattina che sei tornata piena di spini e te li ho tolti uno ad uno, ricorderò i tuoi strilli di notte quando litigavi con gli altri gatti e le corse fuori con il cuore in gola a cercarti. Ricorderò la sera che avevi mal di gola e il latte caldo, ricorderò quando sei diventata mamma e mi hai portato i tuoi cuccioli, ricorderò quando correvi nel campo di calcetto con il pelo dritto e quando spuntavi dalla scarpata con la tua camminata a papera. Ricorderò il tuo sguardo che già sapeva tutto.

Non abbiamo avuto tutto il tempo che pensavamo. Ti ho salutato, pensando di ritrovarti, ma quando sono tornata tu non c’eri più.

Ti ho portato via dalla tua terra perché volevo darti tutto quello che desideravi, ma tu avevi già tutto quello che desideravi e io non l avevo capito.

So che sei tornata a casa. So che sei nascosta qua fuori in qualche cespuglio e guardi crescere i tuoi cuccioli. So che la sera sali sul davanzale e mi guardi dormire. So che sei il vento tra le foglie, la pioggia trai sassi, sei la luna nella notte più buia, sei il tramonto più bello. Sei il silenzio di questa vallata.

A distanza di un anno non ho smesso di piangere, ma ho messo insieme i pezzi di cristallo e ho ritrovato i colori dei nostri ricordi.

I tuoi cuccioli stanno bene, sono cresciuti e altri cuccioli sono arrivati. Tu non ci crederai, ma hanno tutti due orecchie.

Wallone e’ un fifone, avrà’ preso dal padre, ma e’ grande ed e’ forte. Vive sul tetto degli uffici perché non ama litigare con gli altri gatti, ma trova sempre il modo per scendere a mangiare. Wallyna sta al campo. E’ una gattina di facili costumi, avrà preso dalla madre, e ha riempito il campo di cuccioli colorati. Ogni sera e ogni mattina sale sul davanzale e miagola, reclamando la sua dose di coccole e di cibo. Wallyno si e’ fatto bello ed ha preso la strada della foresta in cerca di femmine da conquistare.

Gli altri gatti stanno bene, ma nessuno di loro ha preso il tuo posto nel mio cuore.

Saffo conosce bene il mio dolore perché ha vissuto ogni mia lacrima. Ogni tanto la sera guarda il vuoto indispettita ed io le chiedo: ‘E’ spiritello Wally? E’ venuta a darti fastidio?’ Mirimiri non ti ha mai conosciuta, ma io so che sei stata tu a mandarmela nel momento più buio. Lia invece e’ molto contenta di essersi sbarazzata di te, ogni tanto vai a trovare anche lei e rimettila in riga. Birbetta è diventata una gatta di città, ma sono sicura che ti pensa spesso.

Mi manchi mia piccola Wally, mi manchi ogni giorno, non abbiamo avuto tutto il tempo che pensavamo di avere, ma abbiamo avuto il nostro tempo.

Ti ho dato amore e tu mi hai restituito i sogni di bambina quando attraverso un cristallo tutto era possibile. Prenditi cura dei miei sogni quando li abbandonerò e si sentiranno soli, rincorrili nella foresta e portali indietro, sali ancora una volta sul davanzale della mia finestra e restituiscimeli mentre dormo.

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Fabio e Mora

Se c’è una cosa che ho imparato a fare molto bene in Africa è “girarmi dall’altra parte”.

Se la miseria avesse un colore sarebbe il giallo delle taniche di acqua che le donne trasportano sulle strade polverose. Se la miseria avesse un suono sarebbe la voce dei bambini che si alzano dal fango e corrono lungo la strada chiedendo qualcosa che neanche loro sanno cosa sia. Se la miseria avesse un odore sarebbe quello delle bestie, magre e malate, che gli uomini si trascinano dietro. Se ci fosse qualcosa peggio della miseria, quella giacerebbe ai bordi delle strade di Addis Abeba tra una carcassa di un animale, uno storpio e un orfano.

Sono molto brava a “girarmi dall’altra parte” per non vedere quello che so di non poter sopportare, per non sentire il dolore della vergogna, eppure, oggi non l’ho fatto. Ingannata dalle vetrine di Natale, dalle buste della spesa, dai clacson delle macchine, stordita dall’inutilità delle cose, non mi “sono girata dall’altra parte”.

C’era un ragazzo, avrà avuto la mia età o forse più giovane, seduto su una sedia con accanto un cane. Leggeva un libro. Davanti ai suoi piedi la ciotola dell’acqua per il cane, una ciotola rosa, e un bicchiere con due euro e 20 centesimi. Il cane dormiva su un grosso cuscino marrone, aveva il pelo pulito e lucido.

Mi ha colpito la dignità, la compostezza di quel ragazzo chiuso nel sua giacca, troppo sottile per affrontare l’inverno, e la bellezza di quel cane, tenuto con così tanta cura.

Mi sono ricordata di avere a casa un pacco di cibo secco per cani acquistato per sbaglio dai miei genitori. Sono entrata nel supermercato, ho preso velocemente quello che dovevo prendere e sono corsa a casa. Dopo 5 minuti ero di ritorno con il pacco di cibo per cani.

Mi sono avvicinata e gli ho detto: “Ho del cibo per il tuo cane, se vuoi”. Si è illuminato. Era contento e non smetteva di ringraziarmi, quando gli ho dato 10 euro per lui, continuava a guardare il pacco di cibo per cani e a ringraziarmi. “Sai, lei è bravissima, mangia tutto, quindi sarà molto contenta”. Era una femmina, il suo cane era una femmina, e la ciotola rosa non era un caso.

Gli ho detto: “Sto andando al negozio di animali per i miei gatti, se aspetti ti porto qualcosa per lei, come si chiama?”

“Mora”.

“Come Mora, è bionda!”, il cane infatti aveva il pelo chiaro con delle sfumature ambra.

Abbiamo riso e poi ha aggiunto “Mora è l’acronimo di Roma e di Amor. Allora ti aspetto, perché tra un po’ vado via…”

Mi sono voltata e velocemente ho raggiunto il negozio di animali, chiedendomi come mai un ragazzo, che leggeva un libro e sapeva cosa fosse un anagramma, stesse per strada a chiedere l’elemosina.

“Ed ora cosa compro per Mora?”. Non essendo pratica di cibo per cani ho chiesto al commesso del negozio che, conoscendomi molto bene, non capiva come mai comprassi cibo per cani. Gli ho spiegato che non era per me, ma per il cane di un ragazzo che chiedeva l’elemosina davanti al supermercato.

“Allora puoi prendere questa marca è la più economica” e si è allontanato.

Non ho comprato la più economica perché se oggi doveva essere una giornata fortunata per Mora, lei doveva avere il migliore cibo per cani.

Arrivata in cassa, il commesso del negozio ha guardato le lattine che avevo scelto e mi ha detto: “Stai facendo una bella cosa, lascia che ti aiuti” e mi ha regalato tutte le bustine omaggio che aveva di cibo per cani. Era proprio il giorno fortunato di Mora.

Ho fatto più in fretta che potessi, sperando non se ne fosse andato, ed infatti era ancora là, d’altra parte mi chiedevo dove dovesse mai andare così di fretta un disoccupato.

Quando gli ho consegnato la busta, si è tuffato dentro per vedere cosa ci fosse ed io ho capito esattamente cosa stesse provando: perché era esattamente la stessa gioia che io provo ogni volta che torno a casa con le buste piene di scatolette per i miei gatti.

Sono rimasta a parlare con lui, perché ho pensato che nella solitudine di un angolo della strada quel ragazzo, che leggeva un libro, avesse bisogno di qualcuno a cui raccontare la sua storia. E come facciamo tutti noi che abbiamo un cane o un gatto, ha cominciato a parlarmi del suo cane.

“E’ bravissima, lei è veramente brava” diceva pieno di orgoglio. “All’inizio aveva tanta paura, ma piano piano si è tranquillizzata e ora riesco a portarla ovunque senza problemi. Non litiga con gli altri cani, ma non gli piacciono i gatti”

Nel frattempo Mora si era alzata e reclamava da me un pò di carezze.

“Gli piaci, ha capito, i cani capiscono sempre”

“E’ da tanto che è con te?”

“Da Febbraio, da quando è morta la sua padrona. Era una mia amica e quando è morta io ho preso Mora con me. E’ per questo che all’inizio aveva paura di tutto, probabilmente soffriva per la morte della sua padrona o forse aveva paura che la riportassi al canile, è stata 6 mesi al canile quando era piccola e non credo volesse tornarci”

“E’ stata fortunata”

“Io sono stato fortunato, per me è tutto, non ho nessuno, ho solo lei”.

“Ma come sei finito in strada? Se posso chiedertelo”

“Fino a due anni fa lavoravo, lavoretti saltuari: mettevo i cartelli pubblicitari, pulivo i giardini, aggiustavo cose rotte, avevo parecchi clienti e guadagnavo abbastanza per potermi permettere una casa in affitto. Stavo bene, avevo tutto quello che mi serviva. Poi sono caduto da una scala e mi sono rotto un piede. Non ho più lavorato, ho passato parecchi mesi in ospedale e ho perso tutto, anche la casa. Ho vissuto per strada per un anno, dormivo in una casa diroccata in fondo a via di Grotta Perfetta, non avevo l’acqua né la luce, ma avevo un tetto sotto cui ripararmi. Anche se ero guarito, non ho trovato più lavoro per colpa del Covid, la gente ha paura e non ti fa entrare in casa, i negozianti non hanno più soldi e risparmiano su tutto. Poveracci, loro sì che stanno male, io alla fine me la cavo, ma loro… hanno l’affitto, gli stipendi da pagare. In pochi mesi hanno bruciato anni di risparmi, non so come faranno a riprendersi.”

Cercavo di pensare, di capire cosa mi stesse dicendo, ma le sue parole erano schiaffi in faccia.

“Ora però io e Mora abbiamo una casa. Una signora che ha una villa molto grande mi ha offerto di stare nella sua dependance ed in cambio io mi prendo cura del suo giardino due volte a settimana. Non c’è il riscaldamento, ma ho una cucina, la luce e l’acqua calda. Posso farmi la doccia. Per me e Mora è perfetta. Sai esistono tante brave persone”

Non riuscivo a dire nulla di intelligente o sensato, continuavo a guardare i suoi immensi occhi azzurri e a chiedermi come fosse possibile.

“Gli altri giorni vengo qua: chiedo l’elemosina e spero di trovare qualche lavoretto da fare. Poi, più o meno a quest’ora porto Mora al parco… per questo non potevo aspettarti troppo a lungo, a lei piace tanto correre nel parco e non vede l’ora di andare”

“Ciao…”

“Fabio, mi chiamo Fabio”.

“Ciao Fabio, ciao Mora, a presto”

Tornando a casa continuavo a chiedermi come fosse possibile perdere tutto e non essere arrabbiati con la vita, come fosse possibile che nell’indifferenza della gente una signora gli avesse offerto una casa, come fosse possibile che la sua amica fosse morta e Mora avesse trovato ancora una volta qualcuno che sapesse amarla, come fosse possibile che io non mi fossi girata dall’altra parte e avessi deciso di aiutarlo.

Se mi fossi girata dall’altra parte io non avrei avuto una storia da raccontare, Mora non avrebbe mangiato cibo da cani ricchi nella sua ciotola rosa e Fabio sarebbe rimasto un’ombra ai bordi della strada.

Se mi fossi girata dall’altra parte… la vita è sorprendente, se glielo permetti.

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I fiori non tremano

C’è una grande acacia nella scarpata sotto la nostra casa, uno dei pochi alberi che sono riusciti a crescere su queste aride colline. Ha affondato le sue radici trai sassi e a fatica tende le sue foglie al vento.
“Cosa stai guardando?” chiese l’acacia al gatto colorato.
“Un fiore. Non ne avevo mai visto uno così bello’’
“Non è un fiore”
Il gatto colorato guardò l’acacia con i suoi immensi occhi verdi, ma non ricevette altre spiegazioni.
Tornò a guardare il fiore.
“Non lo vedi che sta tremando?” disse l’acacia “i fiori non tremano”
Il gatto colorato si avvicinò timidamente al fiore, mentre l’acacia lentamente gli spiegava: “sono falene e stanno morendo, si stringono forte le une alle altre per non morire da sole, compongono un fiore che nasconda il loro dolore”
“Tu morirai da sola?” chiese il gatto colorato.
“Morirò come ho vissuto” rispose l’ acacia “aggrappata a questa scarpata, cullata dal vento”.
Il gatto colorato si voltò e guardò la sua umana.
Il fiore smise di tremare.

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Fiorellino tra i fiorellini

Ho passato i primi mesi della mia vita tra le sue mani. Lei non mi lasciava mai, mi portava sempre con sé ed io passavo il tempo giocando con le sue dita, ciucciando le pieghe del suo collo e dormendo tra le sue braccia. Mi portava sempre con sé ed io ero sempre al sicuro, ma poi sono cresciuta e la curiosità di vedere il mondo era più forte di qualsiasi raccomandazione tant’è che alla fine mi sono messa nei guai.

Era una domenica mattina, stavamo agli uffici e siamo uscite qualche minuto a prendere un po’ di aria fresca, mi aveva messo come sempre nell’aiuola tra i fiori rosa, mi guardava con amore e mi diceva: ‘fiorellino tra i fiorellini’.

Ad un certo punto il mio fiorellino tra i fiorellini ha cominciato a correre verso la foresta, ha puntato un albero e si è arrampicata fino al ramo più alto. Io le corsi dietro terrorizzata, ma non riuscii a prenderla e un attimo dopo era in cima all’albero.

Fu il primo di una lunga serie di recuperi di gatti in cima agli alberi.

Non sapevo che cosa fare, ma dovevo pensare velocemente per evitare il peggio: poteva cadere farsi molto male o poteva diventare preda di aquile e falchi. Rimasi sotto il ramo con le braccia al cielo pronta a prenderla se fosse caduta e mandai qualcuno a chiamare Stefano.

Fu la prima di una lunga serie di chiamate per gatti in pericolo.

Dopo due minuti eravamo in due con le braccia al cielo e Saffolina dondolava come un caciocavallo dal ramo a cui era rimasta aggrappata disperatamente con le zampette anteriori.

Era una farfallina, stavo inseguendo una farfallina, ma poi ho visto quel bellissimo albero e non ho resistito alla tentazione: ho preso una lunga rincorsa e sono salita fino al ramo più alto. Ero così felice, vedevo tutto il mondo dall’alto, vedevo anche lei ai piedi dell’albero che urlava e gesticolava. Ma perché mammina era così agitata? Lo capii presto quando mi resi conto che non sapevo come scendere. Nessuno mi aveva insegnato a scendere da un albero. “I gatti salgono e scendono dagli alberi” mi dissi e provai qualche manovra ma con pessimi risultati, scivolai e rimasi appesa al ramo come un caciocavallo senza poter andare da nessuna parte. ‘Mammina aiuto” gridavo mentre le forze mi venivano meno.

‘Stefano fa qualcosa, ti prego’. Per fortuna in quel momento passò un camioncino con degli operai e una lunga scala. Stefano li chiamo’ e procedemmo al recupero del caciocavallo tra lo stupore e il divertimento di tutti.

Fu la prima di una lunga serie di scene pietose che seguirono negli anni.

L’ esperienza fu così traumatica per tutti che bisognava trovare una soluzione e la nostra soluzione fu Ornellina. Al tempo io e Ornella non ci frequentavamo molto, ero molto amica di Emiliano, insieme avevamo fatto la mitica caccia ai pokémon nella foresta africana e cavolate simili, ma non avevo avuto mai modo di frequentare Ornella.

In realtà non mi stava molto simpatica perché aveva un’aria distaccata e infatti non riuscivo a capire come potesse stare con il mio amico Emiliano, ma evidentemente non avevo capito nulla. Ornella è una delle persone più buone che io conosca, ha un cuore grande, ed è divertentissima. Una coppia perfettamente assortita.

Quando Ornella raggiunse Emiliano in africa, si portò i suoi tre furetti che vissero con loro una vita felice e in salute, ma poi divennero molto vecchi e volarono via. Sapevo che Ornella era una grande amante degli animali e aveva molta esperienza, così chiesi a lei un consiglio e lei mi diede il guinzaglio dei suoi furetti. Era sempre una domenica mattina, quando provammo a metterlo a Saffolina. L’inizio non fu semplice, sembrava di stare sul set del film l’esorcista, ma piano piano ci riuscimmo e Saffolina diventò il gatto al guinzaglio.

Detto tra noi, non amo molto il guinzaglio, però ha dei vantaggi indiscutibili: posso sempre stare con lei, posso andare in giro ovunque senza paura di perdermi e riscuoto tantissimi complimenti dalle persone che mi incontrano. Con un po’ di allenamento è possibile fare tutto anche con il guinzaglio: arrampicarsi sugli alberi, correre, saltare e acchiappare uccelli in volo.

Così Saffolina, grazie al guinzaglio, comincio’ a scoprire il mondo. La mattina mi alzavo molto presto e la portavo fuori a vedere l’alba e il pomeriggio Ornellina passava a prenderla e le faceva fare una lunga passeggiata in attesa che io tornassi.

L’aspettavo alla finestra. Guardavo verso la sua scatoletta di tonno e quando la vedevo arrivare correvo alla porta, mi facevo mettere il guinzaglio e ce ne andavano in giro alla scoperta del mondo. Io e Ornellina eravamo una bella squadra: insieme abbiamo ucciso tantissime foglie.

Quando tornava dal lavoro, anche mammina si univa a noi e facevamo lunghe passeggiate tutte insieme. Quelle due non smettevano mai di parlare: a volte le sentivo bisbigliare qualche pettegolezzo, altre volte ridevano fino alle lacrime, ogni tanto si perdevano in fantasmagorici progetti per migliorare le scatolette di tonno, a volte si sfogavano un po’, si scambiavano buoni consigli e una parola amica quando serviva. Non è facile per un gatto vivere in un campo di scatolette di tonno, ma non è facile neanche per due donne vivere in un mondo di uomini.

‘Quando saremo al campo permanente’ questa era la frase che amavano ripetersi durante le nostre passeggiate. Il campo permanente era in costruzione e una volta finito ci saremmo trasferiti e avremmo avuto una bella casa, la piscina e il club per fare le feste. Progettavano e sognavano la loro vita in una casa grande con tutte le comodità, ma non si erano rese conto che la vita era allora e che quei giorni, se pur difficili, sarebbero rimasti i più felici.

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Il Container dell’Amore

“D’accordo che volevo vedere il mondo fuori dalla soffitta, ma così stiamo esagerando!”, questo ho pensato all’ennesimo viaggio. Nel giro di un mese mi hanno fatto percorrere centinaia di km su piste sterrate, con la macchina piena di valigie e scatoloni. Avevo sempre lo stomaco sotto sopra e le orecchie piene di polvere, ma ero anche tanto felice perché loro non mi avevano abbandonato: avevano preso la mia lettiera, la mia ciotolina, la mia copertina e mi avevano detto: “Andiamo Saffolina, ci aspetta una nuova vita”.

Abbiamo lasciato i luoghi dove ero nata e dove loro avevano vissuto tanti anni, i luoghi dove si erano innamorati, abbiamo lasciato la nostra bellissima casa, abbiamo impacchettato tutto quello che riuscivamo a portare con noi e un po’ per volta ci siamo trasferiti. Il primo viaggio è stato emozionante perché era tutto una scoperta, non sapevamo mai cosa ci fosse dietro una curva o oltre una collina. Il paesaggio che ci ha accompagnato per gran parte del viaggio era famigliare: la terra rossa, gli alberi secchi, i villaggi lungo la strada e i bambini che si avvicinavano curiosi quando rallentavamo, tante capre, qualche mucca e raramente qualche asino. Mancavano solo un centinaio di km all’arrivo, quando il paesaggio è cambiato radicalmente: siamo scivolati senza accorgercene in una giungla con una vegetazione molto rigogliosa. La regione del Dawro Konta è una zona molto bella dell’Etiopia, è incontaminata e molto selvaggia. E’ una zona molto piovosa e la vegetazione è particolarmente rigogliosa, non essendo molto lontana dal Kenya, è abitata da molti animali selvatici che non si vedono nel resto dell’Etiopia: elefanti, leoni, bisonti, oltre ai soliti coccodrilli, ippopotami, serpenti scimmie e una grandissima varietà di uccelli.

Il paesaggio era indiscutibilmente meraviglioso, la nuova sistemazione invece era molto discutibile. La nostra nuova casa era una scatoletta di tonno.

Lasciare quei luoghi non è stato facile: ero arrivata con una valigia piena di sogni e in quella vallata li ho realizzati. Ho fatto il lavoro più bello del mondo, ho trasformato l’acqua in energia, ho incontrato il mio grande amore, ho trovato Saffolina e con lei è nata la nostra famiglia, ho avuto una vita piena di emozioni e passione, mi sono divertita da pazzi, ho conosciuto tante persone e ho visto il mondo. C’era la parte migliore di me in quella vallata, ma era arrivato il momento di andar via.

La cosa migliore era lasciare la malinconia da parte e rimane concentrati sul problema: le valigie. Come era possibile traslocare da una casa di 100mq in un container abitativo di 15mq? Non vi nascondo che ci sono stati momenti di sconforto, ma alla fine era la nostra nuova avventura, con noi c’era la piccola Saffolina e abbiamo capito subito che molte delle cose che avevamo, in realtà non ci servivano

Ricordo che abbiamo fatto parecchi viaggi prima di stabilirci definitivamente nella nuova casa, ricordo quanto freddo e squallido fosse il container al nostro arrivo e come abbia preso colore e calore con le nostre cose. Con un po’ di fantasia e organizzazione, la scatoletta di tonno è diventata “il container dell’amore“.

La scatoletta di tonno era composta da due stanze: in una c’era il letto con l’armadio e nell’altra il divano rosso, il frigorifero, la libreria e la lettiera. Tra le due stanze c’era il bagno e nel piccolo corridoio la cucina di fortuna con la piastra elettrica per bollire il pollo. Quasi quasi era meglio la soffitta! Non vi nascondo che fui presa da un po’ di sconforto, mi mancava la mia casa, ma loro mai. Con piccoli dettagli, Lei rese accogliente il più grigio dei container e trasformò una stesa di sassi in un giardino pieno di fiori. Lui costruì tutto quello che serviva per renderlo confortevole e in pochi giorni la scatoletta di tonno divenne “il container dell’amore“.

E così è cominciata la nostra nuova avventura, e dopo un po’ di smarrimento, ho capito che in realtà avevo già tutto quello che mi serviva: la lettiera, la copertina, la ciotolina, il pollo e loro due, e non aveva importanza che il container fosse piccolo perché il mondo fuori era grande.

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La Pandemia

‘Saffo’
‘Che vuoi?’
‘Ma questi sempre qua stanno?’
‘Ma che ne so, Miri, dicono che non possono più uscire’
‘Per sempre?’
‘Non mi è chiara la faccenda’
‘E la nostra pappa?’
‘Ho già controllato: l’armadio è pieno di scatolette’
‘Si, ma se poi finiscono?’
‘I piccioni, miri, se finiscono le scatolette, acchiappiamo i piccioni’
‘Dai, sul serio! E se rimaniamo senza pappa?’
‘Miri, stai tranquilla, i negozi di animali non hanno chiuso e loro possono uscire a comprare la nostra pappa’
‘Sei sicura che possono uscire?’
‘Si, Miri, sono sicura. Quando vanno a comprare la loro pappa, comprano anche la nostra’
‘E se poi i negozi finiscono la nostra pappa?’
‘Miri, è impossibile, non preoccuparti, i beni di prima necessità ci saranno sempre’
‘Ma sei sicura?’
‘Si, Miri, sono sicura’
‘E se ti sbagli?’
‘Se mi sbaglio, loro troveranno una soluzione come hanno sempre fatto’
‘Ma quanto dura questa storia?’
‘Miri, dura il tempo che deve durare’
‘Ma finirà? Voglio dire tornerà tutto come prima?’
‘Finirà Miri, finirà, e tornerà tutto come prima: loro ricominceranno a lavorare e noi resteremo sole a casa’
‘Io non voglio restare sola a casa’
‘E allora, Miri, prendi questi giorni per quello che sono, non avere paura, non pensare che debba per forza andare peggio, abbi fiducia, la loro frenetica vita senza senso ricomincerà presto, ma nel frattempo goditi ogni momento di questa nuova avventura’
‘Saffo’
‘Che vuoi?’
‘Allora posso stare tranquilla?’
‘Si, Miri, puoi stare tranquilla’
‘Saffo’
‘Che vuoi?’
‘Ti voglio bene’

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Ulivo

Ulivo venne piantato tanti anni fa in una fioriera di un balcone esposto a nord di una casa di Ostia.
Ulivo capì subito che non sarebbe stato facile, ma, con la tenacia della sua specie, rimase aggrappato alla poca terra che aveva quando il vento soffiava forte e con le sue foglie non smise mai di rincorrere i pochi raggi di sole che sfioravano le ringhiere.
Poi la vita cambiò e le cose andarono peggio.
La casa si svuotò.
Ulivo guardava le piante intorno a lui morire lentamente, guardava la pineta in lontananza e si aggrappava ai suoi sogni per non lasciarsi morire.
Poi la vita cambiò di nuovo e le cose andarono meglio.
Arrivò Lei.
Tutte le altre piante erano morte, solo Ulivo resisteva in quella fioriera.
Lei si prese cura di lui: gli diede l’acqua e l’amore che non aveva mai avuto, lo curò malato e piantò intorno a lui altri fiori per farlo sentire meno solo.
Ulivo si prese cura di Lei: vegliando sui suoi sogni quando Lei dormiva.
Ogni sera Ulivo la aspettava ed ogni sera Lei tornava a casa, si sedeva sulla vecchia sedia a dondolo e gli raccontava il tramonto che lui non aveva mai visto.
Gli raccontava come il sole diventasse una palla di fuoco e lentamente scendesse nel mare fino a tingerlo dei colori dell’oro.
Ulivo non sapeva quanto bello fosse un tramonto, ma amava perdersi in quelle parole.
Poi la vita cambiò ancora.
Lei non c’era quasi mai e quando tornava a casa da una terra lontana non aveva tempo per sedersi sulla sedia a dondolo e raccontare ad Ulivo i colori del tramonto.
Lei non lo lasciò mai senz’acqua e da lontano continuava a prendersi cura di lui grazie all’aiuto di mani amiche, ma gli anni passavano e per Ulivo la solitudine, quanto quel vaso stretto, diventavano sempre più insopportabili.
Guardava la pineta lontana e sognava.
Poi la vita cambiò ancora.
Un giorno la casa si svuotò ancora, rimase solo la sedia a dondolo, e le piante intorno a lui cominciarono a morire.
Lei era andata via per sempre.
Ulivo cercava di ricordare il racconto del tramonto, le sere d’estate trascorse insieme a Lei, la porta che si apriva dopo un lungo viaggio e Lei che, prima di ogni altra pianta, correva da lui…. come poteva averlo abbandonato?
Ulivo cercava il suo volto tra le stanze vuote, cercava il suono della sua voce tra il vento, ma il tempo passava e Lei non c era più.
Poi la vita cambiò ancora.
Un giorno arrivarono due persone con un grosso sacco nero e un grande cuore.
Ulivo li riconobbe subito, tante volte Lei aveva chiesto loro di prendersi cura di Ulivo e probabilmente lo aveva fatto ancora una volta.
Ulivo si lasciò portar via dentro un sacco nero, lasciò il suo vaso, il suo balcone, la sedia a dondolo.
Arrivò in uno splendido giardino pieno di fiori, di alberi, di uccelli, Ulivo era molto stanco, ma non aveva mai visto niente di più bello in vita sua.
Lo misero in un vaso e gli diedero dell’acqua, Ulivo respirò profondamente e poi cominciò a cercarla trai fiori. Lei non c’era, ma poco dopo arrivò la sera e con la sera il tramonto.
Avrebbe potuto finalmente vedere un tramonto, ma Ulivo chiuse gli occhi e disse: ‘Aspetterò Lei’, perché Ulivo sapeva che Lei sarebbe tornata a prenderlo prima o poi.
E fu così.
Un giorno sentì la sua voce inconfondibile trai fiori: ‘come sei diventato bellò’, Ulivo la guardò e le chiese il tempo di un tramonto.
Lei si sedette vicino a lui e insieme guardarono il loro primo tramonto, Ulivo si vestì d’oro quella sera, per Lei.
‘Posso portarti con me, se vuoi, andiamo in una casa nuova dove c’è un balcone esposto a ovest che ti aspetta, prendiamo un grande vaso e il sole del pomeriggio riscalderà le tue foglie. O puoi restare qui. Ti pianteremo nella terra, basta vasi stretti, e starai in questo giardino colorato, vedrai il sole tutto il giorno e ogni giorno ci sarà chi si prenderà cura di te.’
Ulivo trattenne il respiro, ma, prima che lui potesse dire qualunque cosa, Lei aveva già deciso per lui.
Ulivo è stato piantato nella terra, sui suoi rami ora si posano gli uccelli e i raggi del tramonto continuano a coprirlo di oro.
Ulivo non le ha mai detto cosa avrebbe risposto alla sua domanda e Lei non glielo ha mai chiesto, ma dopo pochi giorni, per la prima volta in vita sua, Ulivo ha fatto i fiori.

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A Star is Born

Ora che ho un blog e sono una star del web, mi sento in dovere di raccontarvi come è cominciato tutto.

Sono nata un giorno di dicembre, per convenzione festeggio il 26 Dicembre, che è anche Santo Stefano, ma per motivi burocratici sul passaporto c’è scritto che sono nata il 4 Dicembre, Santa Barbara, la santa protettrice dei cantieri. Ad ogni modo, sono nata un giorno di dicembre del 2016.
Mamma gatta aveva partorito nella soffitta degli uffici di un cantiere a sud dell’Etiopia. Eravamo tanti, ma lei si prendeva sempre cura di tutti. Alcuni dei miei fratelli erano molto prepotenti e non mi lasciavano mangiare. Ero molto gracilina e avevo un’occhietto fuori uso, ma ero felice di essere venuta al mondo. I giorni passavano ed io aspettavo con ansia il momento in cui mamma gatta ci avrebbe portato nella foresta. Non smetteva mai di farci le sue raccomandazioni: “quando saremo nella foresta, dovete ubbidirmi. Se vi dico di stare nascosti, non dovete uscire, se vi dico di seguirmi, non dovete perdere tempo”.

Quel giorno finalmente arrivò, arrivò per tutti, ma non per me.

Era mattino presto quando mamma gatta cominciò a portare fuori i miei fratelli uno per volta. Ero molto emozionata e non vedevo l’ora di vedere il mondo fuori da quella soffitta. Portò via tutti, ma non tornò a prendere me.

“Tra poco arriverà”, mi ripetevo “devo solo aspettare in silenzio, non devo allontanarmi, tra poco lei sarà qui”

Cercavo di ricordare l’ultima sua carezza, cercavo di ricordare il suo odore, cercavo di ricordare il sapore del latte caldo. Iniziavo ad avere fame e sete, iniziavo ad avere freddo, iniziavo a pensare che lei non sarebbe mai tornata. Avevo paura. Avevo tanta paura di morire, di non avere la possibilità di vedere il mondo fuori la soffitta.

Dopo la notte è arrivato il giorno e lo spazio sotto la soffitta si è animato di tante voci colorate. Cominciai a piangere, a piangere disperatamente, sperando che qualcuno potesse sentire e mi venisse ad aiutare. Tra tutte le voci, sentii una voce che non avrei mai più dimenticato: “Stefano, non possiamo lasciarlo morire nel controsoffitto, sai che puzza dopo!”


A dicembre ero rientrata in Italia per motivi di salute, avevo avuto l’ameba per tre mesi e praticamente non mi reggevo più in piedi. Arrivata in Italia, mi hanno operato d’urgenza di appendicite: l’ameba mi aveva salvato, evitandomi una peritonite nella foresta etiope. Finite le vacanze di Natale, il 9 gennaio siamo partiti per l’Etiopia.

Ricordo di essere arrivata in ufficio, di aver acceso il pc e di aver sentito il pianto di un gattino. Sul momento non ci feci caso: gatti in giro ce ne erano sempre stati, per cui cominciai a lavorare senza prestargli troppa attenzione. Il gattino però non smetteva di piangere e il suo pianto iniziava ad essere straziante. Cercai di capire da dove venisse e solo allora realizzai che veniva proprio dal controsoffitto dell’ufficio. Che fare? Chiamai un mio amico, l’unico che conoscessi interessato a salvare un gattino, e per due ore vagammo con una scala alla ricerca di una soluzione. Iniziava a fare caldo e quel controsoffitto stava diventando un forno. Il gattino non smetteva di piangere. Sentivo la sua voce spostarsi, probabilmente si muoveva in cerca di aiuto, ma come era finito lì?

Al tempo non lo sapevo, ma poi osservando i nostri gatti, ho scoperto che le gatte selvatiche, un paio di settimane dopo il parto, cominciano a spostare i cuccioli. Se sono troppi, abbandonano i più deboli.

Evidentemente, quel gattino era stato abbandonato da mamma gatta. La sua voce era la voce della disperazione, di chi non voleva morire.

Appena vidi rientrare in ufficio Stefano dopo il suo solito giro in cantiere, gli chiesi aiuto con un piccolo stratagemma: “Stefano, non possiamo lasciarlo morire nel controsoffitto, sai che puzza dopo!”.

Una volta convinto, era solo questione di minuti e il grande ingegnere avrebbe trovato una soluzione. Aprì la botola del controsoffitto e chiamò un ragazzo etiope molto piccolo, non di età, ma di statura e stazza, l’unico che potesse infilarsi nel cavedio. Dopo pochi minuti quel ragazzo tornò indietro con il gattino che, intelligentemente, come aveva visto al luce, si era avvicinato alla botola e si era lasciato prendere.

Ad un certo punto sentii dei rumori e poi la luce inondò lo spazio in cui mi trovavo, ebbi paura, ma l’istinto mi diceva che quella era l’unica possibilità che avevo di salvarmi, così mi diressi verso la luce e una mano mi afferrò. Trattenni il respiro e chiusi gli occhi, quando li riaprii vidi lei.

Ricordo esattamente il momento in cui vidi per la prima volta Saffolina: era microscopica, aveva un occhio pieno di pus e non smetteva di miagolare.

Non avevo la più pallida idea di cosa fare. Dopo aver passato in rassegna tutte le malattie che potevo contrarre da quel gattino, andai a cercare una scatola di cartone e degli stracci. Forse è per questo che Saffolina ama così tanto le scatole di cartone: la fanno sentire finalmente al sicuro. Le malattie che potevo contrarre erano decisamente troppe, pertanto decisi che, se volevo aiutare quel gattino, dovevo superare tutte le mie inutili paranoie e agire velocemente.

Mi procurai del latte in polvere e un contagocce e cercai in qualche modo di idratarla e nutrirla. Ricordo che non ero sola, con me c’era Jonny, un ragazzo etiope dolcissimo che ama molto gli animali. Saffolina era affamatissima, ma era veramente complicato farla mangiare.

Mandai la foto di quel gattino ai miei genitori e il commento di mio padre fu: “ma tu sei sicura che sia un gatto?” Quanto abbiamo riso in seguito su questa frase, perché, diciamocelo, quelle orecchie enormi e quella coda lunga, tutto sembrava tranne che un gatto.

“ma tu sei sicura che sia un gatto?” “Certo che sono un gatto, bipede scostumato!”.

Nonostante l’insinuazione di pessimo gusto del suo parente prossimo, lei era bellissima e mi guardava con gli occhi pieni di amore. Riuscii a bere un po’ di latte e le cose iniziarono ad andare meglio.

La sera portai Saffolina a casa, la guardavo piccola e malata, piena di pulci, avvolta nell’asciugamano ed ebbi paura, avevo paura di svegliarmi e trovarla morta. Chiamai Stefano in pieno panico dicendogli che non potevamo tenerla, che dovevo riportarla in ufficio, che se moriva io come facevo. Per fortuna Stefano seppe calmarmi e Saffolina rimase con noi. Con un barattolo di vetro, facemmo una borsa di acqua calda per riscaldarla durante la notte, dal momento che i gattini non sono in grado di termoregolarsi. Quando mi svegliai il giorno dopo, chiesi a Stefano di andare a controllare se fosse viva e lei cominciò a miagolare dalla fame.

“Tiè, certo che sono viva e se non mi dai immediatamente da mangiare ci sarà qualcun altro morto in questa stanza”

Trovandoci in mezzo alla foresta, a ore di macchina da qualsiasi cosa potesse assomigliare ad una forma di civiltà e ore di aereo da un veterinario, dovetti improvvisare. Lessi su internet che un buon rimedio per le pulci era l’aceto di mele. Andai dalla mia amica Jo a prendere un po’ di stracci e, miracolosamente, rimediai anche una bottiglia di aceto di mele, che neanche lei sapeva come facesse ad averla. Aspettai il sole caldo delle due di pomeriggio, feci bollire l’acqua e lavai Saffolina. Ero molto soddisfatta di me, ma, quando la tirai fuori dall’acqua, lei perse i sensi. Era un ghiacciolo e non si muoveva più. Non ero più soddisfatta di me, avevo fatto un disastro, avevo ucciso un gattino. Pensai in fretta e, tra le soluzioni possibili, optai per l’omelette: stenderla sul cemento bollente sotto il sole africano delle due di pomeriggio. Funzionò e il Saffolina per la seconda volta si salvò da morte certa.

“Ingegnè, ieri sera mi hai messo il barattolo dell’acqua calda perchè non sono in grado di termoregolarmi e oggi mi hai fatto il bagnetto? Quando hanno smesso di funzionare le tue sinapsi?”

L’idea del bagnetto era stata pessima, ma il risultato fu sorprendente: Saffolina riacquistò energia, l’occhietto guarì immediatamente e le pulci sparirono.

“Ho fame!!!!!!!!!!!!!!!!!!”

“Stefano, il latte in polvere non va bene: ha la pancia gonfia e non si nutre come dovrebbe, io le do il pollo”

“Il latte in polvere te lo mangi tu, a me dammi questo pollo, che non so cosa sia, ma sicuramente sarà meglio di questo schifo che mi stai dando”

A parte una mini diarrea, Saffolina si abituò subito al pollo e così io passai i successivi due mesi a bollire e frullare pollo e Stefano ad imboccarla con il contagocce.

Era passata poco più di una settimana dal ritrovamento di Saffolina, che venimmo a sapere di doverci spostare un centinaio di km più a sud. Dovevamo lasciare la nostra casa, impacchettare le nostre cose e trasferirci in un nuovo posto per ricominciare tutto da capo.

“Non possiamo lasciarla qua, morirebbe”

“Ma come facciamo a portarla? per i prossimi due mesi viaggeremo tantissimo, sono ore e ore di macchina, non possiamo portarla con noi”

“Lei viene con noi” risposi senza alcun dubbio e da quel giorno presi coscienza che per nessun motivo al mondo mi sarei mai separata dalla mia Saffolina.

Saffolina si adattò perfettamente alla nostra vita, seguendoci in estenuanti viaggi in macchina per le polverose strade africane, senza mai piangere, senza mai crearci un problema.

“Va bene tutto, va bene la macchina, va bene il mal d’auto, va bene viaggiare, va bene cambiare casa, va bene anche il latte in polvere, ma non mi abbandonate pure voi. Sarò bravissima, ma vi prego portatemi per sempre con voi”

e da quel giorno Saffolina è sempre stata con noi e ha visto tanto mondo fuori la soffitta.

Saffolina, la tua mamma non ti ha abbandonato, la tua mamma mi ha fatto un regalo perché sapeva che io avevo bisogno di te e sapeva che insieme saremmo state felici.

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Buon viaggio amico Pittore

Buon viaggio amico pittore, ci piace pensare di averti lasciato un po’ di noi, delle nostre vite, della nostra follia, ci piace pensare che i colori di questa terra abbiano sporcato i tuoi acquarelli e i suoni della foresta abbiano graffiato la tua anima.

Buon viaggio amico pittore, racconta i nostri cuori sospesi in questa vallata e i nostri sogni che corrono sul fiume, racconta l’impronta nella terra, gli uccelli in volo, il vecchio ponte e i suoi segreti, racconta gli occhi neri.

Buon viaggio amico pittore, non dimenticare ogni singolo battito d’ali di farfalla, non dimenticare le parole regalate.

Buon viaggio amico pittore, portaci via da questo incantesimo, portaci via dai nostri ricordi, portaci via anche solo un istante.

Buon viaggio amico pittore, non voltarti, non cercarci trai tuoi appunti, saremo il rosso, il verde e il giallo dei tuoi acquerelli.

(al mio amico Stefano Faravelli)

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L’albero genealogico

Al principio fu Saffolina e poi tuttigatti.

Saffolina, è stata trovata a 100km di distanza dal luogo dei nostri racconti ed infatti è fisicamente e caratterialmente molto diversa da tutti gli altri gatti. Ha le orecchie esageratamente grandi con i ciuffetti sulla punta, è slanciata e molto poco accondiscendente. E’ stata la calamita che ha attirato a sé tutti i gatti che sono poi entrati a far parte della nostra vita.

Wally è arrivata senza un orecchio, con un buco nel costato e una zampa rotta. L’abbiamo curata e non l’abbiamo più abbandonata, e anche ora che non c’è più non passa un giorno che io non pensi a lei. Wally era la gattina della luna, era la parte migliore di me. L’abbiamo trovata al villaggio dove abbiamo vissuto per due anni e poi è venuta con noi al campo dove abbiamo vissuto gli ultimi anni, e poi purtroppo l’ho portata in Italia. Il suo spirito è tornato in Africa e ora veglia sulla sua numerosa progenie. Wally ha avuto tre gravidanze: quattro Wallyni 1 con Silvestro, tre Wallyni 2 con Rocco e tre Wallyni 3 con Gatto Bianco…. gattina di facili costumi. Abbiamo perso le tracce dei Wallyni 1. Della seconda cucciolata è sopravvissuto solo un Wallyno, che è diventato grande e forte e, per motivi territoriali, si è allontanato. Sono sopravvissuti solo due dei tre Wallyni 3: il maschio si è spostato alla colonia, mentre la femmina, identica a Wally per dimensioni e facili costumi, sta al campo.

Birba è arrivata piccolissima con una corda al collo che voleva essere un guinzaglio, dopo una prima rocambolesca settimana ha deciso di adottarci. Birbetta ha avuto tre cucciolate e tutte con Gatto Bianco… gattina di sani principi. La prima cucciolata era composta da Elmo, Lia, Macchia, Etta e Arya. Elmo è scomparso, Lia è in Italia con i miei genitori, Arya e Birba sono in Italia con Ornellina e Macchia e Etta vivono nei pressi della colonia. la seconda cucciolata, Gattoboy, Geco e Gufetta,sono state adottate da un nostro amico. La terza cucciolata è diventata la colonia giù alla piana.

Rocco e Forrest hanno fatto parte della nostra vita per un pò, giusto il tempo di mettere incinta Wally (Rocco) e di riempire di botte Birba e Wally (Forrest). Anche Forrest ha avuto dei cuccioli da quel rubacuori di Rocco. Non sono venuti con noi al campo perché la loro casa era il villaggio.

Gatto Bianco è uscito dalla foresta quando siamo arrivati al campo. E’ il vero maschio alfa e non fa avvicinare nessun altro gatto al suo territorio e alla popolazione femminile che vi abita. I due maschi di Wally una volta cresciuti sono stati cacciati, così come qualsiasi altro gatto maschio che ha provato ad avvicinarsi, incluso il temibile Scarface.

Non entriamo nel dettaglio delle seconde generazioni perché abbiamo finito i nomi, ma i cuccioli sono cresciuti e continuano a crescere, vivono ai bordi della foresta in uno stato praticamente selvatico e in loro c’è un po’ dei nostri gatti che abbiamo tanto amato.

Da menzionare solo la prima cucciolata di Etta e la piccola Mirimiri. L’avevo portata a casa per farla morire circondata d’amore, ma lei ha deciso che non aveva proprio voglia di morire ed ora il mio piccolo miracolo è qui con me.

Li abbiamo amati tutti: alcuni hanno chiesto il nostro aiuto, altri hanno attraversato la nostra vita per poi tornare nella foresta, altri ci hanno lasciato, altri ancora sono rimasti con noi, ma tutti ci hanno fatto battere il cuore, tutti fanno parte delle Storie di Saffolina.

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Come una mosca sulla ragnatela

C’è una grande acacia nella scarpata sotto la nostra casa, uno dei pochi alberi che sono riusciti a crescere su queste aride colline. Ha affondato le sue radici trai sassi e a fatica tende le sue foglie al vento.

‘Che ne pensi?’ chiese il gatto colorato, ‘che ne pensi, amica mia, di questa storia?’

‘Di quale storia parli?’ rispose a tono l’acacia, ‘della storia di questi tre gattini che giocano tra le mie radici, della storia di questa casa che non mi permette più di vedere il tramonto o della storia di questa vallata che brucia inesorabilmente, di quale storia parli?’

‘Di questa storia: che mi tocca portarla a spasso con il guinzaglio tutte le sere, non ti sembra una cosa strana?’

‘Certo che è una cosa strana, ma gli umani fanno spesso cose strane: passano la loro vita a tirare legami con altri esseri umani, con animali, piante, luoghi, persino oggetti cercano sempre di legare a se’ ciò che gli sta intorno fino a non potersi più muovere. Passano la loro vita come un ragno su una ragnatela.’

‘Più che un ragno su una ragnatela, io direi una mosca su una ragnatela’

L’acacia sorrise.

‘Dimmi acacia, tu pensi siano felici?’

L’acacia rise.

‘Tu sei felice?’

Il gatto colorato ci penso’ su un po’ e poi rispose: ‘si. Io sono sempre felice tranne quando entra il gatto senza l’orecchio a casa mia. E tu sei felice?’

‘Si, io sono felice tranne quando il fuoco sfiora i miei rami’.

‘Allora anche gli umani saranno felici tranne qualche volta.

‘Amica mia, se chiedi ad umano se è felice ti risponderà che è stato felice quando o che sarà felice se’

‘Quindi non sono mai felici. Ecco perché passano la loro vita a legare a se’ il resto del mondo: sperano così di legare a se’ un po’ di felicità’

L’acacia perse il suo sguardo nel cielo di un caldo tramonto e il gatto colorato si girò verso la sua umana, la guardò con i suoi immensi occhi verdi e ancora una volta le donò un po’ della sua felicità.

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La vera storia di Gatto Bianco

C’è una grande acacia nella scarpata sotto la nostra casa, uno dei pochi alberi che sono riusciti a crescere su queste aride colline. Ha affondato le sue radici trai sassi e a fatica tende le sue foglie al vento.


‘Raccontami la storia di Gatto Bianco’ chiese il gatto colorato all’acacia.
‘La storia di Gatto Bianco…non ora, sono stanca’.
‘Raccontami la storia di Gatto Bianco, ti prego!’ insistette il gatto colorato, “da dove viene?’.
L’acacia guardò rassegnata la sua amica e lentamente cominciò il suo racconto.

‘Gatto Bianco viene dalla notte, dalla paura, dalla disperazione.

Gatto Bianco è comparso in una notte buia e tempestosa, il vento ululava tra le foglie, i tuoni squarciavano la terra, i fulmini il cielo, e la pioggia scrosciante soffocava ogni grido di aiuto. Gli animali si erano rifugiati nelle loro grotte, gli uccelli erano volati via. Ricordo bene quella notte, fu terribile, nessuno di noi pensava di avere scampo. Io stringevo disperatamente le mie radici sperando che il vento non mi piegasse.
Quella notte il Signore della Foresta era molto arrabbiato’

‘Chi è il Signore della Foresta?’ chiese il gatto colorato
‘Lui è lo spirito della foresta che veglia sulle creature viventi, quelle pure e incontaminate’ rispose l’acacia.
‘Anche sulle zecche, i pipistrelli e le iene?’

‘certamente’

‘Anche sui serpenti, i ragni e i coccodrilli?’

‘certamente’

‘Anche sugli uomini?’

‘Ti sembra l’uomo una creatura pura e incontaminata?’

‘direi di no in generale, però….’

‘Amica mia, l’uomo non ha bisogno di chi vegli su di lui, l’uomo ha bisogno di chi lo salvi da sé stesso’ disse l’acacia.
‘E che c’entra in tutto questo Gatto Bianco?’ chiese il gatto colorato
‘Pazienza amica mia, ora fammi riposare’ e l’acacia piegò i rami al sole.

Il gatto colorato salì veloce sul suo tronco: ‘non puoi lasciare una storia a metà, devi finire il tuo racconto, altrimenti si perderà come sabbia al vento’
‘Sei un gatto molto testardo ed io sono un albero molto vecchio che non ha voglia di discutere con un felino’
‘Allora?’ insistette il gatto colorato
L’acacia rassegnata riprese la sua storia.

‘Il Signore della Foresta soffriva molto quella notte perché l’ennesimo cuoricino si era spento inutilmente, l’ennesimo gatto era stato investito e giaceva senza dignità sul bordo della strada. Il suo cuore era straziato da tanto inutile dolore, troppi gatti aveva visto morire inutilmente per la cattiveria o l’indifferenza umana.
Fu allora che il Signore della Foresta decise di salvare quelle povere anime, le chiamò a sé e diede loro una nuova forma’

‘Gatto Bianco?’

‘Esatto. Gatto Bianco è fatto di anime sfortunate, sogni schiacciati, cuoricini spenti. Gatto Bianco è la vita che quei poveri gatti non hanno mai avuto. Gatto Bianco non soffre la fame, il freddo o la paura. Gatto Bianco corre nella foresta, si rotola al sole e dorme all’ombra degli alberi. Gatto Bianco non ha bisogno dell’elemosina di una mano. Gatto Bianco non ha bisogno di lottare per vivere. Gatto Bianco è felice’

Il gatto colorato smise di parlare e si perse trai suoi pensieri, poi cominciò a riflettere ad alta voce: ‘Gatto Bianco non c’è mai, ma arriva sempre. Da lontano osserva gli altri gatti che si fiondano sulle ciotole e in silenzio aspetta. Il suo pelo è sempre pulito, i suoi occhi luminosi. Gatto Bianco non si lascia avvicinare, corre via e scompare nella foresta per poi tornare ai primi raggi della luna.
Gatto Bianco non vive con noi, non divide il suo tempo con noi, ma è sempre tra noi.
Senti la sua presenza, lo cerchi tra il verde della foresta e poi improvvisamente appare sul muretto, immobile come una statua.
Non tutti gli umani lo riescono a vedere, solo in pochi hanno il privilegio di incontrarlo’

‘Solo in pochi possono vederlo, solo chi è in grado di capire il dolore da cui nasce’ spiegò l’acacia.

‘È un fantasma?’ chiese il gatto colorato
‘Non direi amica mia, i fantasmi non lasciano impronte sulla sabbia quando giocano con il vento, i fantasmi non vivono la terra, lui invece vive ogni battito di ali di farfalla’
‘È un sogno?’
‘Non direi amica mia, i sogni non perdono tempo a giocare con una foglia, i sogni non hanno mai abbastanza tempo, lui invece ha tutto il tempo del mondo’
‘E allora che cosa è?’

‘Gatto Bianco è quel secondo in più che serviva per restare vivi, è tutto il tempo che quei cuoricini non hanno avuto, è il giorno dopo la notte e la notte dopo il giorno’

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Ti ho abbandonata

Alla fine ti ho abbandonata, e non mi sono mai più voltata a cercarti.

Ti ho amato tanto e ti amo ancora, e ancor di più amo la tua assenza.

Ti ho amato tanto.

Ho conosciuto la tua rabbia e corteggiato la tua clemenza.

Ho lasciato che dipingessi la mia anima e graffiassi la tela a tuo piacimento.

Ho imparato a darti un nome e a scriverlo nella polvere.

Ho imparato a darti tempo ed ad aspettare l’alba.

Ho scelto il tuo silenzio

Ho capito il tuo dolore

Ho accolto la tua pace

Ho danzato la tua musica e cavalcato il tuo coraggio

Ho lasciato che strappassi i miei capelli e voltassi la pagina del libro.

Ho guardato ogni tuo tramonto come fosse l’ultimo, ho guardato tutti i tuoi tramonti …. tranne l’ultimo.

Ti ho amato tanto e ti ho abbandonata.

I mandarini di Roma

In una strada trafficata del centro di Roma, seduta in un taxi, lascio correre lo sguardo sul marciapiede e vedo una fila di alberi di mandarini: verdi, folti, pieni di fiori e frutti.

incredibilmente verdi, incredibilmente folti, soffocati nel cemento, dimenticati dal cielo.

eppure tra lo smog e la sporcizia, hanno fatto un fiore.

nonostante lo smog e la sporcizia, hanno fatto un fiore e il fiore e’ diventato un frutto.

quanta bellezza, quanta energia sprecata.

un frutto che non mangerà nessuno, un frutto che cadrà per terra e i suoi semi andranno persi.

quanta bellezza, quanta vita sprecata.

non ha senso, ma i loro rami continuano a fiorire.

Sei sempre stato nei miei pensieri

C’era una grande acacia nella scarpata sotto la nostra casa e all’ombra di quell’acacia sei nato tu, sei nato tu nei miei pensieri.

Non conoscevo il tuo volto, le pieghe delle tue guance o il colore dei tuoi occhi, non conoscevo il suono della tua voce, il tuo primo pianto, quel tono inconfondibile tra mille, non sapevo il tuo nome, non sapevo come avrei dovuto chiamarti, non sapevo se avrei mai avuto un nome per chiamarti.

La sera era il nostro momento, la sera tornavo a te con i miei pensieri e ti raccontavo la vita, mentre la vita scorreva senza di te.

Ti ho amato senza conoscerti, la tua assenza era parte di me.

Ricordo che era mattina presto, le prime luci dell’alba entravano dalle fessure della finestra dell’ospedale. Tu dormivi tra le mie braccia, sentivo il tuo calore, sentivo il tuo odore, la penombra della stanza era tagliata dal tuo respiro.

Non eri più un pensiero nascosto, non eri più la paura di non trovarti.

Ricordo la tua testolina in controluce, ricordo l’attimo esatto in cui ti ho sussurrato: ce l’abbiamo fatta, amore mio, finalmente siamo insieme.