Fino all altro giorno era pronta a morire per i suoi cuccioli. e’ stata la migliore delle mamme, li ha portati tutti e quattro fuori dall eta’ più pericolosa e gli ha insegnato a vivere. li riempiva di affetto e coccole e non toccava cibo prima che tutti avessero riempito il loro pancino. era commovente vedere con quanto amore e dedizione si prendesse cura di loro.
Questo fino all’altro giorno.
Ieri sera, all’improvviso, ha cominciato a soffiargli, gli ringhiava, chi si avvicinava in cerca delle solite coccole veniva allontanato in malo modo, chi provava a mangiare dalla sua ciotole si beccava una zampata. era irriconoscibile. quella pace, quella serenità, quella gioia che trasmetteva quando guardava fiera i suoi cuccioli giocare, si è trasformata da un giorno all’altro in spietata lotta per la sopravvivenza.
Non so se ero più attonita io o i gattini che non riconoscevano più la loro mamma. e’ una scena che ho visto tante volte, arrivati i tre mesi e mezzo le gatte allontanano i loro cuccioli, ma ogni volta mi spezza il cuore, eppure e’ la forza che fa andare avanti questo mondo e che da senso a tutto.
Quello che doveva dargli, gli ha dato nulla di più nulla di meno.
Gli ha insegnato a cacciare, a scappare, a giocare, a correre, a trovare un rifugio sicuro, gli ha insegnato a non fidarsi, gli ha insegnato a saltare su un davanzale e chiedere cibo a chi non gli farà mai male, gli ha insegnato che ogni tanto bisogna mangiare l erba, gli ha insegnato a conservare le energie, gli ha insegnato a guardarsi dai falchi e stare lontano dalle macchine, gli ha insegnato a non avere paura del temporale perché poi passa, gli ha insegnato che il mondo e’ grande ma basta poco per essere felici.
gli ha insegnato tutto quello che dovevamo sapere, come wally aveva insegnato a lei.
E’ risaputo che, per andare a fare un safari, più si e’ mimetizzati e meglio e’.
Diciamo che scarpe azzurre, maglietta a strisce rosa e k-way rosa non sono proprio la scelta migliore. Nella foto potete vedere sulla sinistra lo scout, con abbigliamento appropriato, e al centro un esempio di abbigliamento decisamente non appropriato.
Ciononostante, questa e’ stata la volta buona.
Siamo partiti molto molto presto, pioveva e l aria era frizzante.
Siamo stati molti fortunati, abbiamo visto un impala (o un suo simile), i bufali e finalmente proprio sulla strada del ritorno: sua maestà l elefante.
e’ stata in emozione grandissima.
Era probabilmente un maschio adulto, vista la lunghezza delle zanne, si muoveva lentamente …. libero nel suo habitat.
quanti elefanti ho visto al circo o allo zoo? eppure non e’ la stessa cosa, vedere questo animale, anzi riuscire a vedere dopo tanti tentativi questo animale libero nella foresta e’ un’altra emozione.
Proprio qui nel 2015, un elefante ha ucciso un turista spagnolo che, per scattare delle fotografie, si era avvicinato troppo.
Per questo noi lo abbiamo osservato da lontano, con rispetto e attenzione.
Romoletto e’ comparso una mattina di un anno fa’, in pieno lockdown.
Saffolina ed io stavamo in giardino, a Roma, quando abbiamo visto un gattone rognoso e affamato che ci seguiva.
Tempo qualche giorno, e il gattone aveva già la sua ciotola, la sua scorta di scatolette preferite, era stato spulciato, sverminato, aveva una cuccia e persino un nome: Romoletto.
Romoletto e’ entrato così nelle nostre vite. Ogni sera scendevo a dargli da mangiare, era un gatto di appetito: mangiava una scatoletta da 180gr al tonno di natural code (le sue preferite) e una bustina di alimento completo al manzo o al pollo. Romoletto era un gatto esigente: aveva i suoi gusti in fatto di scatolette e i suoi orari.
Mi affacciavo dalla finestra e vedevo una macchia nera sul muretto, di corsa mi precipitavo in cortile e lui aveva sempre da ridire perché lo avevo fatto aspettare.
Romoletto era diventato famoso e tutti gli volevano bene: la mia famiglia, mia zia e Mascia. Quando non potevo io, c era sempre qualcuno disposto a dargli da mangiare. non si dica che romoletto sia rimasto un solo giorno a stomaco vuoto.
Anche il dott Cara e’ stato coinvolto nella storia di Romoletto, e ci ha aiutato a curarlo. Romoletto aveva un occhietto messo male, non e’ mai guarito perfettamente ma siamo riusciti a farlo migliorare moltissimo.
Romoletto e i piccioni sul balcone erano la mia Africa a Roma: mi facevano sentire libera in una foresta di cemento.
Romoletto e’ rimasto con noi parecchi mesi, poi un lunedì e’ scomparso.
Era domenica sera, da pochi giorni ero riuscita ad accarezzarlo e, un po’ infastidito un po’ compiaciuto, lasciava che la mia mano percorresse la sua schiena facendo una piccola gobba. quella domenica sera era stato particolarmente affettuoso. Il lunedì non e’ venuto. Lunedì notte l’ho sognato: stava bene, e poi non l ho più visto ne’ sul muretto ne’ nei miei sogni.
All’inizio ho pensato che lui stesse bene, che in qualche modo mi aveva detto di non preoccuparmi. I giorni passavano e le scatolette rimanevano accumulate nell’armadio. Ogni sera scendevo a cercarlo e il cuore impazziva ogni volta che qualcuno mi diceva di averlo visto.
Con il tempo mi sono dovuta rassegnare: Romoletto non c era più.
E’ stato un dolore grande, un dolore che ogni giorno tornava come un onda sulla battigia quando passavo davanti al suo muretto.
Non ho mai smesso di pensare a lui. Ho messo le sue foto in una cornice elettronica insieme a quelle di tutti i miei gatti e ogni tanto me lo guardavo: bello, con il suo testone e l orecchio piegato.
Una voce dentro di me, la voce della follia, mi diceva che sarebbe tornato, ma i fatti lasciavano ben poca speranza.
A fine gennaio siamo tornati in Etiopia, forse lo avrei dimenticato, forse avrei sofferto di meno.
‘Scrivi di lui’, ma non ci riuscivo, non ero ancora pronta, non potevo scrivere che Romoletto non c’era più.
Stanotte mi sono svegliata verso le 5 e ho guardato il telefono: 18 messaggi e due chiamate perse dalla mia famiglia. avevo il cuore in gola. inizio a leggere:
Mia sorella: ‘E’ tornato Romoletto’
I miei genitori: ‘sei sicura, dove? dagli da mangiare’
mia sorella: ‘Si si è Romoletto, ora glielo porto’
A quel punto hanno provato a chiamarmi, ma io dormivo e non ho sentito le chiamate.
Donatella: ‘A Francy e’ caduto il cellulare nell’ ascensore, Romoletto ha mangiato, ora chiamiamo l assistenza per recuperare il cellulare’
silenzio
mia sorella: ‘il cellulare funziona’
e questo video …
In Etiopia sono le 7:28, in Italia le 5:28 ed io non sto nella pelle. Non vedo l ora di farmi raccontare del ritorno di Romoletto. Ho tante domande da fare, tante raccomandazioni. Vorrei stare lì, vorrei essere lì con lui, vorrei tanto guardarlo negli occhi e dirgli: ‘mamma non ha mai smesso di aspettarti’
Nessuna diga, nessun ponte, nessuna costruzione fatta dagli uomini mi emozionerà mai come la semplicità della natura.
Questo lavoro, per quanto lontano dalle corde della mia anima, mi ha permesso di vivere in luoghi incontaminati e ammirare l’immenso spettacolo della vita.
Mi mancherà il canto della foresta che non so raccontare, mi mancherà il silenzio della notte che non so descrivere, mi mancherà il vento caldo sulla pelle e l immensità davanti agli occhi.
E’ stato un privilegio poterti amare…
Mi hai insegnato a sognare e mi hai insegnato a piangere quando i sogni si sono infranti.
Mi hai insegnato a credere in me stessa e mi hai insegnato a dubitare sulle mie ceneri.
Mi hai insegnato a volare e ti sei ripresa le ali lasciandomi cadere.
ogni volta hai aspettato che io mi rialzassi.
Ho imparato a rialzarmi e lo farò anche lontano da te.
E stato un privilegio poterti amare… porterò con me il tuo dolore e la tua bellezza e spero che il mio sorriso rimanga in questa vallata.
E’ da qualche giorno che due grossi babbuini, da me soprannominati Jessica e Ivano, salgono la scarpata sotto la nostra casa, si soffermano un po’ all’ombra dell’acacia e quando tutto sembra tranquillo entrano nel nostro giardino.
Passeggiano tranquillamente sotto gli alberi di papaya e quando ne intravedono una matura, leggeri come il vento si arrampicano sull’albero e rubano il frutto. A volte lo staccano con la bocca, altre ancora gli danno delle botte fino a farlo cadere. Poi, con la gustosa refurtiva si fermano sul bordo del giardino e, godendo della meravigliosa vista, fanno colazione.
Questa storia va avanti da qualche settimana, da quando cibo e acqua scarseggiano nella vallata per via degli incendi e della inoltrata stagione secca.
Jessica e Ivano non sembrano pericolosi, maleducati sicuramente, ma non pericolosi.
Hanno la pessima abitudine di sputare le bucce di papaya nel mio giardino e talvolta incuranti spezzano i rami delle mie piante. E’ anche scomparsa una delle due Crocs verdi di Stefano e, secondo me, ora giace abbandonata in fondo alla vallata.
Insomma un po’ di buon educazione non guasterebbe.
Ieri mattina li ho beccati in fragrante: Ivano passeggiava tranquillo per il giardino senza il minimo imbarazzo.
Mi sono affacciata alla finestra e gli ho gridato: ‘ciccio, ma non ti starai allargando un po’ troppo? questo e’ il mio giardino e quelle sono le mie papaye … porta le tue chiappe colorate altrove’
Si e’ voltato verso di me e ci siamo guardati negli occhi….
‘il mio giardino, le mie papaye… ci manca solo che ti senta dire ‘i miei babbuini’. E’ tutto tuo. Amica mia te do una notizia: tuo e’ solo ciò che rimarrà con te anche quando lo avrai dimenticato. L’amore con cui hai annaffiato le piante e’ tuo, l’amore con cui hai nutrito i gatti e’ tuo, l’amore con cui hai guardato questa vallata e’ tuo, ma le piante, i gatti e questa vallata non ti appartengono. Non ti appartiene questo giardino e neanche quella papaya, pertanto lasciami fare colazione’
Dondolando lentamente mi ha voltato la schiena, mi ha mostrato il sedere colorato e si e’ diretto verso l’albero di papaya più alto.
‘Ciccio, , dopo aver fatto colazione con la non-mia papaya, vedi di portare le tue chiappe colorate fuori dal non-mio giardino e la prossima volta che vieni vedi di riportarmi la non-mia Crocs’
Non conosco i tuoi pensieri, sento il tuo respiro sopra il mio, ma mi sfuggono i tuoi sogni.
Ascoltiamo insiemi i rumori della vallata, il richiamo delle scimmie che corre tra gli alberi e il canto degli uccelli che si perde all’orizzonte.
Io e te sedute a guardare l’immensità.
hai una domanda per me?
Guardiamo insieme le ombre delle foglie tremare sulla terra e il vento trai capelli mi sussurra parole antiche, parole che tu conosci, ma non vuoi dirmi.
io e te sedute a guardare l’immensità.
hai una risposta per me?
Abbiamo percorso la stessa strada e inciampato sugli stessi sassi. Abbiamo saltato insieme una pozza d’acqua e ci siamo sporcate con la stessa terra. Abbiamo attraversato i giorni e consegnato le notti, insieme abbiamo girato l’angolo.
Non hai una risposta per me ed io non ho una domanda per te.
E’ solo un po’ di vento, e’ solo una vallata, sei solo un gatto ed io colei che ti ama.
C’è una grande acacia nella scarpata sotto la nostra casa, uno dei pochi alberi che sono riusciti a crescere su queste aride colline. Ha affondato le sue radici trai sassi e a fatica tende le sue foglie al vento.
‘Ti capita mai di pensare di aver sbagliato tutto?’ chiese il gatto colorato
‘Tutto cosa?’ rispose l’acacia.
‘Tutto’
‘Tutto cosa?’
‘La vita che hai scelto. Potevi crescere giù nella vallata con le altre acacie, e invece hai scelto questa scarpata solitaria’
L’acacia rimase in silenzio.
‘Potevi stare giù nella vallata con le altre acacie’ insistette il gatto colorato ‘ti trovavi il tuo spazio, senza dare troppo fastidio, e avresti avuto una vita più semplice’
L’acacia rimase in silenzio.
‘E invece eccoti qua, aggrappata a questa scarpata, in una posizione molto precaria, sempre sul punto di cadere. Il sole ti brucia le foglie e il vento ti spezza i rami. La pioggia ti bagna appena le radici e poi corre giù a valle lasciandoti assetata. Sola con i tuoi pensieri’
L’acacia rimase in silenzio.
‘Ti sei andata a complicare la vita inutilmente. Sei un’acacia, non una conifera, e le acacie crescono nella vallata con le altre acacie.’
L’acacia rimase in silenzio.
‘Non pensi di aver sbagliato tutto?’
L’acacia guardò il gatto colorato e penso’ che tuttavia gli doveva una risposta.
‘Non lo penso. Non avrei potuto fare altrimenti. Quando il vento mi ha spinto ancora seme su questa scarpata, non ho pensato alla vallata, ma solo a farmi spazio tra questi sassi. Sono cresciuta, affondando le radici in questa terra, ho alzato lo sguardo e ho visto il cielo. Non avrei potuto essere altro. Sarei soffocata nella vallata, perché condividere uno spicchio di cielo quando posso averlo tutto?’
‘e se alla fine il vento ti spezza?
‘il vento alla fine mi spezzerà, la roccia a cui sono aggrappata alla fine franerà, ma nessuno potrà togliermi quello che questa rupe mi ha dato: i cristalli di luna riflessi sul fiume, l’alba che squarcia il cielo, le nuvole che rotolano all’orizzonte. Nessuno potrà togliermi tanta bellezza’.
‘ma non hai paura?’
‘certo che ho paura, ma non avrei potuto essere altrimenti’
C’è una grande acacia nella scarpata sotto la nostra casa, uno dei pochi alberi che sono riusciti a crescere su queste aride colline. Ha affondato le sue radici trai sassi e a fatica tende le sue foglie al vento.
‘Hai avuto paura?’
‘Paura di cosa?’ chiese l acacia
‘Di morire bruciata dal fuoco’ rispose il gatto colorato ‘eri completamente avvolta dalle fiamme e le tue foglie bruciavano’
‘questi fuochi fanno male, ti bruciano le foglie e ti graffiano l’anima, ma non durano molto. basta resistere un secondo più di loro e li vedrai spegnersi tra le loro ceneri’
‘e tu come hai fatto a resistere un secondo più di loro’ chiese il gatto colorato leccandosi in maniera disinvolta la zampa
‘mi sono aggrappata al mio dolore e non l ho lasciato andare via, e’ stato con me ancora un secondo e abbiamo visto insieme il fuoco piegarsi su se stesso’ rispose l acacia accarezzata dal vento
‘sono belle’
‘che cosa?’
‘pensavo di averti perso e invece le tue foglie nuove, sono più verdi, più grandi, sono più belle di quelle di prima’
‘e’ la cenere dei fuochi: nutre le nostre radici e riempie di foglie i nostri rami.’
Hanno il pancino pieno. La loro mamma ha il pancino pieno.
E’ una serata calda, un vento leggero muove l’aria, il prato secco inizia a sporcarsi di verde.
Giocano.
Si rincorrono trai sassi, con il pelo dritto e la coda gonfia. Si rotolano, si azzuffano e poi si nascondono trai cespugli.
Lei li guarda orgogliosa, sempre attenta ad ogni rumore, e’ tanto stanca.
Quello bianco e grigio prova a ciucciare un po’ di latte, lei si alza e si allontana qualche passo, ma poi lo avvicina a se’ e gli lecca le orecchie dolcemente.
I fratellini bianchi stanno lottando contro una foglia secca.Il gattino grigio si stiracchia sull’asfalto ancora caldo.
E’ abbastanza.
Una sera attraversata da un vento caldo, un pancino pieno e un prato su cui giocare.
E’ abbastanza.
Tra poco andranno via nella notte e rimarra’ solo questo frammento di tempo. Un attimo di infinito.
E’ abbastanza.
Per ogni cucciolata c’è’ sempre un attimo come questo. Li ricordo tutti e li ho infilati nella collana più bella che indosso quando la tristezza mi invade. Quando la vita mi distrugge. Sono momenti preziosi, sono momenti infiniti. Non importa cosa e’ successo dopo, l importante e’ che ci sia stato un attimo così per dare senso a tutto.