Stanno arrivando…

Stanno arrivando.

Hanno scelto Koysha come base di atterraggio. Arriveranno alle prime luci dell’alba di un giorno qualunque. Non ci sarà modo di scappare, non ci sarà modo di avvertire il resto del mondo, resteremo senza parole, le nostre ginacchia si scioglieranno per la paura e non ci sarà posto per la speranza.

Gli extragatti partiranno da Koysha e invaderanno il mondo. Il loro obiettivo non è conquistarlo, ma liberarlo da chi lo sta distruggendo. Individueranno e si mangeranno tutti coloro che non hanno dimostrato di avere rispetto e amore per il nostro pianeta e li trasformeranno in tonnellate di cacca. L’ottimo fertilizzante servirà per far crescere foreste e boschi dove ora c’è solo cemento.

Devi stare attento perchè non basterà non aver fatto niente di male, bisognerà dimostrare di aver lottato per il pianeta e per gli animali che lo popolano.

“Quando il gatto mi ha attraversato la strada, ho frenato”, non sarà sufficiente

“io non ho mai fatto male ad un animale”, non gli basterà.

“Io sono contro la caccia”, non ti salverà

Loro analizzeranno la tua intera esistenza e, se non avrai lottato per non fare abbattere un albero, se non avrai curato un gatto ferito o sfamato un cane affamato, se non avrai raccolto le buste di plastica sulla spiaggia, se non avrai avuto il coraggio di cercare di fermare questa follia, allora gli extragatti ti mangeranno e tu diventerai una immensa cacca.

E se ti stai domandando perchè, sappi che un extragatto ti risponderebbe che se siamo ridotti così non è colpa solo di chi ha deliberatamente distrutto il pianeta o fatto del male ad un animale, è anche, e soprattutto, colpa di chi non lo ha fermato, di chi non si è esposto, di chi si è girato dall’altra parte.

In realtà, un extragatto non ti darebbe nessuna spiegazione: un’arraffata e via, concime per i campi.

Stanno arrivando

I segnali si stanno intensificando e ormai ci rimane poco tempo. Alcuni di loro sono già tra di noi e hanno occupato avamposti strategici, le comunicazioni peggiorano di giorno in giorno, internet è sempre più rallentato e gli apparati elettronici stanno cedendo, il ripetitore telefonico è bruciato, stiamo rimanendo isolati.

Stanno arrivando

L’operazione degli extragatti è iniziata circa quattro anni fa, quando un extragatto si è fatto trovare in una soffitta di un cantiere in Africa. E’ stato il loro cavallo di Troia. Quell’extargatto era stato addestrato per entare in contatto con gli umani senza destare sospetti e dare agli extragatti un accesso illimitato alle informazioni necessarie per pianificare l’invasione. Parliamo del colonnello Saffo. Al colonnello va anche il merito di aver stretto patti con la resistenza, un ristretto gruppo di gatti del pianeta terra, pronti ad unirsi alla causa.

l intrepido generale Saffo

A seguire, altri extragatti sono entrati nelle nostre vite e noi, ignari, abbiamo lasciato che ci plagiassero rendendoci inconsapevoli complici della loro invasione . Non solo, gli abbiamo aperto le porte delle nostre case qui a Koysha, ma li abbiamo anche portati con noi in Europa, dandogli così la possibilità di pianificare l’invasione nei minimi dettagli.

Alcuni di questi extragatti sono rimasti con noi per controllarci, altri se ne sono tornati a casa portando con loro preziose informazioni. Altri ancora sono arrivati recentemente con nuove istruzioni da eseguire.

Il tenente Gatto Bianco era un biogatto e aveva il compito di studiarci e registrare i nostri bisogni biologici: ore di sonno, kg di cibo, litri di acqua, capacità riproduttive, episodi di malattia, tempi di guarigione, allergie, intolleranze, resistenza fisica etc etc Tornato a casa, si è chiuso nel suo laboratorio e sta portando avanti la sua ricerca con risultati sorprendenti.

tenente gatto bianco mentre osserva gli umani

Il maggiore Wally invece era un psicogatto e aveva il compito di studiare la nostra mente: da cosa dipendesse il nostro sorriso e le nostre lacrime, gli sguardi malinconici e le risate improvvise. Tornato a casa è stato nominato primo psicogatto superiore del consiglio supremo degli extragatti.

il maggiore Wally che conferisce con il generale Saffo

Il capitano Romoletto era un gattingegnere, a lui l’onere di registrare il nostro livello di sviluppo e soprattutto di valutare il nostro potenziale tecnologico. Raccolte informazioni a sufficienza, è tornato a casa e tutt’oggi fornisce informazioni strategiche al comando centrale.

capitano romoletto in azione

I soldati scelti Strillona e Mensa erano un semplice diversivo. Quando gli extragatti si sono accorti che alcuni di noi cominciavano a sospettare qualcosa, li hanno inviati per confonderci e distrarci. Finita la missione sono tornate alla base.

Il maggiore Rocco e il sottotenente Forrest facevano parte della prima spedizione di ricognizione e sono loro ad avere scelto Koysha come l’inizio di tutto. Il loro supporto sarà fondamentale durante le operazioni di sbarco a terra.

maggiore rocco
il maggiore Forrest

Il maresciallo Birba e il sotto maresciallo Arya fanno parte dei corpi speciali e si sono infiltrate per carpire informazioni segrete e altamente strategiche. Ormai in Italia, stanno accumulando un numero esorbitante di dati che di notte inviano alla navicella madre.

maresciallo birba pronto ad inviare informazioni agli extra gatti
maresciallo arya

Il luogotenente wallyno ha ha il compito di individuare i punti deboli del sistema, portata a termine la missione e’ tornato alla base. Nominato tenente ora fa parte dell’esercito dell’invasione.

luogotenente wallyno

Il generale Macchia è il capo delle operazioni terrestri e Etta è il suo Tenente. Finita la prima fase della missione, Etta è rientrata alla base per unirsi alle truppe di invasione, il generale Macchia invece è rimasto a controllare con la sua brigata la postazione più strategica di Koysha: l’ufficio IT, da cui avrà inizio tutto.

La brigata del generale Macchia è composta da intrepidi extragatti che sprezzanti del pericolo lavorano notte e giorno affinchè tutto avvenga. I due roscetti sono la guardia armata del generale Macchia e non lo perdono mai di vista, pronti a morire pur di difenderla.

guardia armata del generale macchia

Wallono controlla l’area dal tetto, dove ha installato il centro di comando e comunica direttamente con l’astronave madre.

tecnico delle comunicazioni wallone

Pirhana, Murena, ai comandi del tenente Arlecchina, stanno costruendo ai container un macchinario speciale che permetterà agli extragatti di neutralizzare le comunicazioni man mano che procederanno via terra.

soldati semplici pirhana e murena

Elettrica e Poldino stanno al generatore e sono loro che lo spegneranno a tempo debito lasciandoci senza corrente elettrica. La guardia marina Fiamma fa la sponda tra l’avamposto sud, presiedut da Arlecchina, e quello nord, presieduto da Piccolino, Elettrico e Filippo agli ordini del tenente Yoda.

tenente yoda

Da notare che Filippo non è un extragatto, ma un gatto della resistenza. Come non sono extragatti Ponyo e Soske che da tempo si sono uiti alla resistenza.

il generale saffo che parla con il gatto Ponyo appena arruolato nella Resistenza

Picche fu il primo ad abbracciare la causa degli extragatti ed oggi siede nel consiglio supremo degli extragatti come membro onorario.

capo della resistenza picche

Gli utltimi arrivati, i cinque cuccioli di Macchia, sono una special task force che avrà il compito di far saltare il ponte il giorno dell’invasione.

generale macchia

Purtoppo c’è anche un disertore: Lia. Mandata sulla terra con l’obiettivo di selezionare gli umani da terminare, si è innamorata del genere umano e ora vive felice la sua vita da ex-extragatto con due di loro. Lia può stare tranquilla perchè i suoi umani sono tra coloro che hanno lottato per un mondo migliore e quindi non diventeranno cacca.

disertore lia

Agli ordini diretti del generale Saffo, c’è il colonnello Mirimiri, grande invalido di guerra, medaglia d’oro al valore nella guerra contro una razza malvagia di alieni, tiene il registro delle attività terrestri e a lei fanno rapporto tutti gli extragatti.

colonnello mirimiri, grande invalido di guerra

Il capitano Wallyna con i quattro soldati semplici Mou, Panna, Caffè e Elah controlla il campo e fa proseliti trai gatti di Koysha che sempre più numerosi abbandonano l’umanità per unirsi alle fila della Resistenza. Capitano wallyna ha un compito molto importante, perchè l’invasione avrà successo solo se aiutata dalla Resistenza, e per questo lei riferisce solo ed esclusivamente al generale Saffo.

capitano wallyna

Sempre al campo, ci sono il sottotenente Paolina e il sottotenente Casper che, agli ordini del tenente Bianchino, controllano l’altra base IT. Entrambi hanno riportato delle ferite durante la prima missione, ma stanno recuperando velocemente e saranno operativi al momento dell’invasione.

tenente bianchino

Il tempo a nostra disposizione sta scadendo, gli extragatti stanno completando le operazioni finali e sono già in vista del nostro pianeta.

Il generatore presto si spegnerà, si chiuderanno le comunicazioni con il resto del mondo e un’ombra oscurerà il cielo di koysha.

non ci sarà più tempo per pensare e l invasione avrà inizio.

presto un gatto ti verrà incontro ridacchiando, ti salverai o diventerai cacca puzzolente?

nella vita bisogna sempre fare una scelta e noi l abbiamo fatta tanto tempo fa… nelle fila della Resistenza …..c’è anche qualche essere umano

Mirimiri non aver paura

Domenica mattina ho deciso di portare Mirimiri fuori, di farle vedere la terra dove e’ nata e restituirle gli odori della sua infanzia.

Le ho messo il guinzaglio e siamo uscite. Abbiamo fatto un giro della casa, tra mille incertezze e paure, era terrorizzata e camminava come un lombrico. Dopo il primo totale smarrimento, ha trovato in fondo al suo cuoricino un pò di coraggio e ha iniziato ad odorare i muri, l’erba, la cuccia dei gatti, e qualche cosa nel suo cervelletto si e’ mosso. Guardava curiosa gli alberi, intimorita scrutava le ombre sotto le piante. Procedeva con passo incerto, sempre stile lombrico, fremendo ad ogni minimo rumore. Finito il giro, è voluta rientrare in casa ed è rimasta nascosta sotto il letto per circa due ore…ma qualcosa nel suo cervelletto e nel suo cuoricino si era mosso.

Mi ero convinta che la mia piccolina avesse troppa paura, che il mondo non le interessasse, che preferisse stare a casa e guardare fuori dalla finestra, giocare al sicuro con il suo verme arancione.

Questo accadeva domenica mattina.

Martedì mattina, come ogni giorno, mi sono svegliata- o meglio mi hanno svegliato i gatti maledetti- poco prima che sorgesse il sole e ho avviato la solita procedura: preparare la colazione per noi e per i gatti, cambiare l’acqua alle ciotole, cambiare la segatura alla lettiera, sfamare Wallyna e i Wallinimini, innaffiare il giardino, svegliare Stefano etc etc .

Era ancora buio, quando sono uscita a cambiare la segatura della lettiera. Al mio rientro è accaduto l’impossibile: Mirimiri, gatto paura, ha infilato la porta di casa ed e’ scomparsa nella notte.

Non potevo crederci: Mirimiri, il gatto che ha paura di tutto e di tutti, il gatto che come sente aprire la porta fugge sotto il letto, il gatto che domenica mattina strisciava come un lombrico… quel gatto era lo stesso gatto che ora correva da sola nella notte buia lontano da me.

La scena a seguire la conoscete bene: io in baby-doll che rincorro Mirimiri per il giardino chiamando disperatamente Stefano che, con la sua solita calma serafica, è arrivato e ha spalancato la porta di casa dicendo: “prima o poi rientrerà”. In realtà, dentro casa, sono entrati solo un numero infinito di insetti. Mirimiri in fuga perpetua, continuava a scappare e non c’era modo di avvicinarla. Per fortuna, dopo qualche euforico giro della casa, si è ricordata di essere gatto paura e si e’ andata a nascondere sotto la macchina di Stefano, piangendo disperatamente, e si e’ lasciata prendere.

‘Io sono come Mirimiri” mi ha detto una mia cara amica “abbiamo tanti sogni in testa, ma troppa paura per seguirli’.

La paura è un’emozione sottostimata e decisamente demonizzata. “Pauroso, fifone, cacasotto”, nel linguaggio comune, hanno un’accezione negativa e discriminatoria, mentre un eroe, di qualsiasi tempo e di qualsiasi luogo, è sempre “coraggioso, impavido e sprezzante del pericolo”.

Questo è diventato il genere umano. Se invece vai da un gatto e gli chiedi di essere “sprezzante del pericolo”, il gatto ti risponde che sei pazzo. Un gatto ti direbbe “amico mio, se fossi sprezzante del pericolo, finirei in bocca al primo serpente. Se fossi sprezzante del pericolo, non sarei in grado di proteggere i miei cuccioli”. Per un gatto, la paura è vitale, è ciò che gli permette di sopravvivere.

La paura è l’istinto primordiale che ci tiene in vita, ma è anche l’emozione che mette in relazione il nostro passato, le nostre esperienze, le nozioni che abbiamo acquisito, con il futuro, con i nostri sogni, con i nostri progetti, con i nostri desideri.

Non avere paura è perdersi una parte importante di noi stessi.

Mirimiri non ha smesso di avere paura, ha solo trovato il modo di usare la sua paura per inseguire i suoi sogni in giardino all’alba di un giorno qualunque. Quello che Mirimiri direbbe alla mia amica è: “l’importante non è smettere di avere paura, l’importante è non smettere mai di sognare”.

Gli altri siamo noi

In un anno succedono molte cose, e’ un tempo significativo per apprezzare cambiamenti, eppure mi sembra di non essere mai andata via.

La vallata è sempre uguale, la mia casa, il mio giardino, il mio ufficio… e’ tutto come lo avevo lasciato. I volti delle persone non sono cambiati. Ho ritrovato la stessa bellezza e la stessa disperazione che avevo lasciato.

Tutto uguale ….tranne loro: i gatti maledetti.

Un anno per un gatto e’ un tempo infinito: può essere sufficiente per morire, per nascere, per andare via, per tornare, i cuccioli fanno in tempo a diventare adulti e fare altri cuccioli. In un anno l’assetto geopolitico delle nostre colonie e’ profondamente cambiato: sono finite alcune storie e ne sono cominciate delle altre….

I gatti del campo

Wallyno e Gatto Bianco non si sono più visti. Gatto Banco era nei paraggi fino a poco tempo fa perché c’è un cucciolo, Bianchino appunto, che gironzola intorno a casa di Emiliamo e che e’ sicuramente figlio suo e di Wallyna. Ha circa sei mesi, e’ bianco e fa ‘mau mau’ come faceva suo padre. Gatto Bianco e’ andato via, dove e perché non ci è dato saperlo, possiamo immaginare però che dopo anni di supremazia abbia dovuto lasciare il territorio ad un nuovo maschio alfa, più giovane e più forte.

Wallyna con Bianchino
Bianchino

Wallyno, sempre per motivi territoriali, si era già allontanato un anno fa’ e si faceva vedere molto poco, evidentemente con il tempo non ha avuto più motivo di tornare. Avrà trovato un’altra strada, questa volta diversa dalla nostra.

Wallyna invece è sempre presente e in questo anno in cui sono mancata ha avuto qualcuno che ogni giorno le ha dato da mangiare: Ayantu, Stefano o Emiliano. Si e’ inoltre arruffianata i cuochi della mensa che quando la vedono le danno da mangiare. in questo anno ha avuto due o tre cucciolate. Bianchino e’ il prodotto della penultima cucciolata. Non abbiamo notizie degli altri cuccioli, ma Ayantu mi ha detto che alla mensa del Cliente ci sono molto gatti ben nutriti. E’ probabile che alcuni di loro ce l abbiamo fatta e siano da quelle parti, come e’ anche probabile che Wallyno e Gatto Bianco si siano spostati la’. Andremo a fare un giro di ricognizione prima o poi, ma per adesso ci piace pensare che siano tutti la’.

Da qualche giorno Wallyna si e’ ristabilita fuori casa nostra: arriva la mattina presto per la colazione, fa merenda con Ayantu e torna per cena. Fisicamente non assomiglia a Wally, ma ha il suo stesso modo di fare: sale sul davanzale e mi chiama. Corre e si infila dentro casa come apro la porta, si struscia sulle mie gambe e non comincia a mangiare fino a quando non ha avuto la sua dose di carezze. Mi fa tanta tenerezza e, finalmente dopo tanto dolore, prendendomi cura di lei, mi sembra di avere di nuovo la mia wally.

Wallyna

L’infingarda ovviamente si è approfittata dei miei sentimenti e ieri sera ha portato a cena anche il suo fidanzato: Lupin. Un bel gattone bianco e grigio, molto educato e un po’ timido.

Lupin e Wallyna

Ma le novità non sono finte. Questa mattina si e’ presentata spudoratamente con quattro cuccioli meravigliosi: uno bianco, uno grigio, uno bianco e grigio e uno bianco e rosso. meravigliosi. ancora lì sta allattando, ma ha pensato bene di insegnargli la strada per casa mia e tra un po’ me li mollerà tutti e quattro.

wallyna con i fantastici quattro

Spostandoci da Emilaino invece troviamo Bianchino, di cui vi ho già parlato, Casper e Paolina. Casper e Paolina sono due sopravvissuti della colonia giù alla piana, sono stati portati ad Emiliano in pessime condizioni, dati per spacciati, ovviamente sono guariti. Per ora vivono in casa, ma quando avranno voglia potranno uscire da casa e gironzolare per il campo.

Paolina
Casper

I gatti della piana

In ufficio di Emilaino, c’è Macchia che ha appena avuto un’altra cucciolata di cinque meraviglie. Macchia e’ la figlia di Birba e Gatto Bianco, sorella di Lia, Arya e Etta, nonché zia dì Mirimiri. E’ dolcissima, sempre in cerca di coccole.

macchia e i cuccioli

Etta purtroppo e’ scomparsa da due mesi. Era molto più selvatica di Macchia e amava inoltrarsi nella foresta. un grande dolore, soprattutto per Emiliano, ma i suoi cuccioli sono con noi: Mirimiri e Poldino.

Poldino vive, insieme a Fiamma (figlia di Birba) e i due roscetti, nel giardino dell’ufficio. i due roscetti sono fratello e sorella, ma non sappiamo chi sia la madre.

poldino
Roscetto maschio
roscetta femmina
Emiliano con fiamma, roscetti e poldino

Sul tetto degli uffici invece, vive Wallone, fratello di Wallyna e figlio quindi di Wally e Gatto Bianco. Non sappiamo come abbia fatto ad arrivare dal campo alla piana, probabilmente sul cassone di un pick up, ma ora sta qua e vive sul tetto per evitare i soprusi delle altre gatte. E’ un personaggio: grande, grosso e fregnone, si dice a Roma. Terrorizzato da Arlecchina e Fiamma, ha deciso di vivere sul tetto degli uffici e scende solo per mangiare.

Wallone

Ai container vivono invece Arlecchina, figlia di Birba e Gatto Bianco, sorella di Fiamma, con le sue due figlie Piranha e Murena, mentre al generatore abbiamo Elettrica, forse anche lei figlia di Etta e sorella di Paolina. Rimasta sola, dopo il ricovero di Paolina, ora ha Poldino che le tiene compagnia

Murena

Infine ci sono gli sfollati alla safety, il cui numero varia da due a cinque, che si sono allontanati per motivi territoriali, ma sono sempre sotto la nostra giurisdizione.

Invece non sono sotto la nostra giurisdizione le altre colonie, derivanti sempre da qualcuno dei nostri gatti, ma passate in gestione ad altri gattari.

A quanti gatti siamo arrivati? 11 al campo (mirimiri e saffolina comprese), 10 agli uffici, 3 ai container, 1 sul tetto e 1 al generatore. totale 26 + 5 alla safety, totale: 31 gatti maledetti.

Saffo dove vai?

‘Saffo, dove vai?’

‘In giro’

‘Saffo, e’ pericoloso, torna a casa! Saffo, se ti attaccano? Se ti perdi? Mammina, riporta Saffo a casa! Ma siete matte? Dove andate?’

‘Mirimiri, piantala di fare il gatto isterico. Io e mammina dobbiamo fare il nostro solito giro di ricognizione, dobbiamo controllare tutto il giardino di casa. C’è stato il fuoco, dobbiamo ispezionare tutte le piante. Stai tranquilla che non c’è nessun pericolo e, se c’è, lo affronteremo, come abbiamo sempre fatto io e mammina’

‘Come lo affronterete? Non scherziamo, mammina, riportami a casa Saffo’

‘Miri, fatti gli affari tuoi’

‘Saffo, stai attenta, dietro di te, qualcosa si muove’

‘Miri, e’ la mia coda’

‘Saffo…’

‘Miri’

‘Torna a casa, ti prego’

‘Miri, un giorno troverai il coraggio e uscirai dai tuoi incubi. Un giorno camminerai sull’erba fresca, sentirai il profumo della terra e il vento tra le orecchie. Un giorno capirai che la paura e’ un mostro senza ali. Un giorno scoprirai che le ombre sono solo giochi di luce e che puoi correre più veloce di ogni tuo pensiero. Un giorno, Miri, troverai il coraggio, uscirai e camminerai senza voltarti…. ma nel frattempo …non mi stufare!’

‘Saffo’

‘Che c’è?’

‘io ti aspetto qua’

Brucia la vallata

In questa zona dell’Etiopia e’ usanza dare fuoco alla foresta alla fine della stagione delle piogge.

C’è chi dice che venga fatto perché così arrivano le piogge, ed infatti puntualmente a distanza di qualche giorno arrivano le piccole piogge interrompendo finalmente mesi di siccità.

C’è chi dice invece che lo fanno perché sanno che sta arrivando la pioggia, e così facendo crescerà velocemente l’erba fresca per gli animali stremati dalla stagione secca. Cosa probabile visto che dopo pochi giorni la terra bruciata viene coperta di un verde brillante.

C’è chi dice che venga fatto per tenere lontani gli animali che alla fine della stagione secca si muovono in cerca di acqua e cibo.

La verità vera e’ che neanche loro sanno il perché, ci sarà stata sicuramente una qualche buona ragione, ma se ne e’ persa traccia, e oggi bruciano perché prima di loro i loro padri bruciavano.

Qualunque sia la ragione, a fine gennaio gli abitanti di queste zone cominciano a bruciare la foresta, appiccando il fuoco in un punto e lasciandolo correre nella vallata e sulle colline.

Non sono fuochi controllati, ma tanto queste zone sono disabitate. C’è solo erba secca da bruciare che si esaurisce velocemente. Gli alberi, non avendo resina, non bruciano e in genere sopravvivono, sebbene abbrustoliti, al fuoco.

Un’usanza innocua fino a quando la tua casa non viene costruita al centro della foresta.

Era ora di pranzo quando infastidita dalla cenere che entrava dentro casa, sono uscita a controllare la vallata e ho visto che stava bruciando, ma non mi sono preoccupata perché il fuoco si muoveva parallelo al nostro campo e una strada divideva la foresta dal campo.

Erano circa le quattro di pomeriggio, faceva un caldo bestiale, più del solito, peggiorato da una cappa pesantissima dovuta al fumo del fuoco. Non si vedeva neanche il cielo. La cenere era ovunque e l’aria era irrespirabile. All’improvviso si e’ alzato un forte vento verso ovest, ma noi, chiusi in casa, non potevamo saperlo. Il vento ha spinto l’incendio proprio verso casa nostra ed era talmente forte che ha permesso al fuoco di attraversare la strada.

Mi ero appena sdraiata sul divano dopo aver finito di sistemare le valigie, quando Stefano mi ha chiesto: ‘vuoi un caffè’?’

E’ avvenuto tutto in pochissimi secondi.

Ayantu, che stava innaffiando il giardino posteriore, ha cominciato ad urlare, Stefano e’ uscito fuori e l’ho visto correre al tubo dell’acqua. Ho guardato fuori dalla finestra della camera da letto e ho visto le fiamme che salivano dalla scarpata.

E’ incredibile quanto in queste circostanze la mente riesca a pensare velocemente. Mi sono messa la mascherina perché il fimo già entrava in casa, ho preso i trasportini e ho chiamato i gatti che evidentemente avevano percepito il pericolo ed erano rimasti immobili dove stavano: Saffo sull’armadio e Mirimiri sotto il letto. Ho preso una sedia, ho afferrato Saffo e l’ho buttata nel trasportino, quindi mi sono lanciata sotto il letto e ho tirato fuori Mirimiri.

Mi tremavano le gambe, ma i gatti erano salvi, cosa altro prendere? Vi confesso che in un primo momento ho pensato ad un pacco di crocchini, ma poi ho afferrato i passaporti, il cellulare e sono uscita di casa.

Ho messo i gatti in salvo all’ombra di un muro e ho detto ad Ayantu di stare con loro e di non lasciarli per nessun motivo al mondo, quindi sono corsa a vedere Stefano che stava sul bordo della scarpata senza alcuna protezione. Solo, davanti al fuoco, per proteggere la nostra casa.

Nel frattempo erano arrivate le autobotti dell’antincendio, lungo la strada sotto la scarpata, e il personale del campo, che ha preso i tubi dell’acqua degli altri giardini, e in pochi minuti sono riusciti a fermare le fiamme e a mettere in sicurezza le case prima che finisse l’acqua.

Papino, il nostro eroe, aveva salvato la nostra casa. Aveva tutti gli occhi rossi per il fumo e puzzava come un arrosto bruciato, mi e’ venuto incontro e con la sua calma serafica mi ha detto: ‘non e’ successo niente, e’ tutto finito’.

Sono entrata in casa, ho preso dell’acqua per Ayantu, che aveva respirato molto fumo ed era molto impaurita, e una mascherina per Stefano. La casa era in ordine a parte un po’ di fumo.

Saffo e Mirimiri mi guardavano dal trasportino terrorizzate: le urla, il fumo, la gente che correva, il caldo insopportabile, e’ stato un po’ troppo anche per loro. Rientrate in casa sono crollate addormentate e non si sono viste per ore. Non hanno neanche voluto mangiare. Poi mi sono ricordata che avevo feliway: l’ho spruzzato per tutta casa e si sono tranquillizzate… gli e’ tornato anche l’appetito.

Dopo una bella doccia e un po’ di gocce negli occhi, anche Stefano si e’ ripreso e mi ha detto: ‘sentì il caffè non ce lo facciamo più, opterei per una bella tisana’ …e la vita e’ ripresa come se nulla fosse successo.

Davanti ad una bella tisana, Stefano ha poi tirato fuori un ‘gratta e vinci’ preso in Italia prima di partire e mi ha detto: ‘che dici, vista la sfortuna di oggi magari vinciamo’ e ha cominciato a grattare. Dopo il secondo pallino mi ha bisbigliato: ‘pensa se esce il lingotto e vinciamo tutti i premi’…. ebbene e’ uscito il lingotto e abbiamo vinto 200 euro!!!! Era proprio il nostro giorno fortunato: la casa non era bruciata e abbiamo vinto 200 euro!!! Però….

La vallata ha continuato a bruciare per tutta la notte. Nel letto potevo sentire il crepitio del fuoco e guardando fuori dalla finestra vedevo delle lingue rosse che accendevano la notte. Persino la luna sembrava bruciare ieri notte.

Stamattina ci siamo alzati e l’odore di bruciato era ancora nell’aria. Sono uscita a valutare i danni.

Disastro. La parte nord del giardino era tutta bruciata: la rosa, il mango, la buganvillea, gli alberi sul bordo del giardino, i banani, le papaye… ma soprattutto la nostra acacia. Che dolore.

L’unica cosa che posso fare ora e’ dare all’acacia, alla vetiver sulla scarpata e alle altre piante tanta acqua nei prossimi giorni, sperando che si riprendano, sperando che la nostra acacia torni a raccontarci le sue storie

l’angolo della casa avvolto dalle fiamme
l inizio dell incendio
la strada che avrebbe dovuto fermare le fiamme
i gatti al rientro a casa
disastro
il gratta e vinci
i fuochi per tutta la notte
anche la luna bruciava
stamattina
l’acacia
la valle bruciata

Il Ritorno in Etiopia dopo un Anno

Il momento delle valigie e’ devastante, un’ombra nera sulla mia vita, una lista interminabile di cose che si auto-riproducono manco fossero Gremlins: più io flaggo e più si aggiungono item in fondo alla lista.

Sembra tutto indispensabile, come se non fosse possibile sopravvivere senza la limetta per le unghie o la fecola di patate, e il riuscire a portare uno shampoo in più e’ in qualche modo rassicurante.

La parte più faticosa e dispendiosa e’ quella delle medicine per noi e per i nostri gatti, questa volta sono riuscita a portare persino l aereosol per Mirimiri.

Cibo per gatti ne abbiamo? 17 pacchi di crocchini e 200 bustine… direi di sì.

E poi ci sono: ‘se hai posto, mi puoi portare…’, ovviamente non possiamo dire di no agli amici e quindi alla nostra lista si aggiungono sempre gli item dimenticati dagli altri. Come zio Emiliano, che questa volta si era dimenticato il costume!!!

D’altra parte Stefano ha dimenticato le lamette per il rasoio e quindi per fortuna c’è qualcuno che gliele porterà.

Abbiamo chiuso 6 valigie di 23 kg l’una, due bagagli a mano, due borse del computer, e alle 19:00 abbiamo chiuso anche i gatti nei trasportini. Sembrava di fargli una cattiveria, e ogni volta mi assalgono mille dubbi, ma stamattina vederli correre da una finestra all’altra in estasi davanti alla foresta che si svegliava, mi ha fatto ricredere.

Arrivati all’aeroporto, siamo riusciti ad imbarcare tutte le valigie. Per una regola molto antipatica, due gatti non possono viaggiare in business, per cui Stefano e’ andato in business con Mirimiri ed io sono finita in economy con Saffo. Per fortuna l’aeroporto di Fiumicino e’ pieno di gattari e la signorina del check in e’ stata così gentile da bloccare i posti vicino a me, lasciandomi a disposizione tre posti.

L’aereoporto era quasi deserto, solo il terminal 3 era in funzione, tutti i negozi erano chiusi e abbiamo dovuto superare diversi controlli fino all’imbarco.

‘Dove siete diretti?’ ….‘In Etiopia’

‘Per quale motivo?’… ‘Lavoro’

‘Che lavoro?’…. ‘Ingegnere’

‘Anche la signora?’ … ‘Si’ (come al solito …. ma perché una donna non può essere un ingegnere!)

‘quindi siete tutti e due ingegneri e lavorate in Africa’ … ‘esatto, facciamo dighe’

‘quindi siete due ingegneri che fanno dighe in Africa e viaggiate con due gatti’ … ‘si, lei ha un gatto?’

ovviamente aveva un gatto e quindi siamo passati senza ulteriori problemi.

Prima di salire sull’aereo, Saffolina, gatto esperto, ha fatto cacca e pipì, Mirimiri invece si e’ fatta la pipì sotto e così dalla buisness con papino e’ stata sbattuta in economy class con mammina e Saffolina.

in aereoporto prima dell’imbarco. Saffolina zainetto viola, Mirimiri borsetta nera con verme rosa attaccato

L’aereo era abbastanza vuoto, pertanto avevamo tre posti a disposizione: Saffolina ha dormito nel suo trasportino ai miei piedi, Mirimiri aveva tanta paura e quindi ha dormito tra le mie braccia.

Il volo e’ andato bene e siamo atterrati ad Addis che era ancora notte. Uscita dall’aereo sono stata subito avvolta dall’inconfondibile odore di soffritto di burro e cipolla tipico dei piatti etiopi: mi sono sentita a casa.

Abbiamo impiegato un’ora e mezza per uscire da Addis Abeba, il traffico della mattina paralizza la città e ti obbliga a file estenuanti anche se tu vai nel senso opposto. Ad Addis tutti portano le mascherine, ma il distanziamento sociale e’ improponibile: la vita procede come se nulla fosse. E’ una popolazione giovane e quindi per lo più asintomatica, anche qui il covid fa le sue vittime, ne’ più ne’ meno di altre malattie o della fame, per cui senza troppo clamore.

Usciti da Addis invece, il covid non esiste: la gente nelle campagne vive come viveva un anno fa e magari non si e’ accorta di nulla.

Abbiamo percorso circa 500km in 11 ore. Da Addis a Jimma abbiamo seguito la strada aperta dagli italiani nel ventennio fascista, in seguito asfaltata e oggi piena di buche che sembrano crateri. Da Jimma a Koysha, la strada è per lo più una pista in terra battuta. Un viaggio alquanto faticoso e, nonostante fossimo allenato, siamo arrivati molto shakerati.

noi tre e le 6 valigie

Saffolina ha passato la maggior parte del tempo a guardare fuori dal finestrino: persone, animali, paesaggi sconfinati.

Siamo verso la fine della stagione secca, non piove da mesi e la vegetazione e’ tutta bruciata. E’ il tempo del raccolto: quello che ha prodotto la terra e’ quello che dovrà bastare ad ogni famiglia fino al prossimo raccolto.

Lungo la strada si trovano molte capanne e gente che cammina a qualsiasi ora: donne che portano l acqua, bambini che vanno a scuola, persone che camminano per giorni per raggiungere il mercato. La vita delle campagne si svolge lungo la strada ed e’ così in tutta l’Etiopia. C’è solo un tratto, a circa 4 ore da Addis, lungo il quale la strada attraversa una landa desolata, ma lungo la strada c’è sempre vita e i babbuini guardano incuriositi i rarissimi passanti.

Mirimiri e’ meno esperta e si e’ divertita meno, ma anche lei ha dato prova di essere un ottimo elemento della nostra famiglia errante.

Erano circa le 18:00 quando abbiamo preso la salita per il campo e Saffolina, nonostante fosse stremata, si e’ tirata su e si e’ messa a guardare dal finestrino. Ha riconosciuto subito la sua casa.

Mirimiri ci ha messo un po’ ad adattarsi e non ha trovato pace fino a quando ha capito come arrivare sul letto attraverso la zanzariera.

La casa era in ordine e pulita, la nostra Ayantu aveva sistemato tutto e aveva raccolto fiori bellissimi per noi.

Siamo andati a dormire, tutti insieme, stanchi, ma felici di essere a casa e finalmente ho trovato un po’ di pace nel silenzio della notte africana.

C’è spazio per tutti sulla scogliera.

C era una volta un Pinguino che si rotolava felice al sole su una bianca scogliera.
Ad un certo punto arrivò un Pellicano che lo guardò attentamente e gli disse: ‘tu sei un uccello e devi volare, se non voli non hai diritto a stare sulla scogliera a prendere il sole’.
Il Pinguino perplesso guardò il Pellicano e rispose: ‘scusa dici a me?’
‘Si sì dico a te’ rispose il pellicano.
‘Ma io in realtà non so volare, non posso volare ….sono un pinguino! e sinceramente, non me ne frega niente di volare! Io vorrei solo stare qua a prendere il sole… Se non ti dispiace’ disse il Pinguino.
‘Certo che mi dispiace’ disse il Pellicano ‘tu sei un uccello e devi volare. Ora ti porto dallo psicologo, ti faccio curare così potrai volare’
‘No grazie’ rispose il Pinguino ‘io non voglio andare dallo psicologo, non voglio volare, non sono un uccello come te, sono un pinguino e voglio solo stare qua a prendere il sole.’
‘Impossibile’ rispose furioso il Pellicano…
In quel mentre passo’ di là una grossa Cernia, il Pinguino la guardò e le disse: ‘scusa ti dispiace spiegare al Pellicano che io non volo, ma nuoto’
La Cernia con aria schifata lo guardò e disse al Pellicano: ‘sì è’ vero lui nuota, ma non ha le branchie, non può respirare sott’ acqua, poverino…. Sai un errore della natura’
Il Pinguino sgomentato disse alla Cernia: ‘non c e nessun errore, io respiro benissimo a modo mio, respiro così da quando sono nato e le branchie non mi servono e non le voglio.
Scusate ma che vi frega a voi se nuoto o se volo se respiro con le branchie o con i polmoni, a voi che vi cambia?
Io voglio solo stare qua a prendere un po di sole, non chiedo a te Cernia di essere un po’ più bella o a te Pellicano di essere un po’ meno brutto… Perché invece voi vi preoccupate tanto di me? Di sole ce ne è’ tanto e la scogliera è’ grande… C è posto per tutti!’

Il Pellicano e la Cernia si fecero il segno della croce, discussero un po’ per decidere se il Pinguino fosse nato Pinguino o ci fosse diventato per qualche trauma infantile, e poi organizzarono il family day!

Storia di un passaporto

Ho aperto google e ho digitato “gatto, aereo, documenti” e ho scoperto che non sarebbe stato facile, ma ormai Saffolina faceva parte della nostra famiglia e, se c’era un modo per portarla in Italia, io lo avrei trovato.

Innanzitutto bisognava trovare un veterinario ad Addis Abeba che ci aiutasse con tutti i documenti, ed è stato cosi che abbiamo conosciuto il nostro amico Daniel.

Ricordo esattamente la prima telefonata con Daniel. Era febbraio e faceva un caldo infernale. Ero seduta sugli scalini bollenti del container e le mie chiappe si stavano arrostendo. Daniel parlava in modo concitato ed io facevo fatica a seguirlo, animato da molto entusiasmo e un grande amore per gli animali, mi spiegò con cura tutti i passaggi ed io capii che sarebbero passati mesi prima di riuscire a portare Saffolina in Italia. Bisognava aspettare che Saffo compisse tre mesi, bisognava metterle il microchip e farle la vaccinazione antirabbica. Dopo un mese bisognava prelevare un campione di sangue e mandarlo in Italia in un laboratorio accreditato per verificare che avesse sviluppato gli anticorpi e solo allora, con la titolazione in mano, avremmo potuto ottenere il passaporto. Questo implicava minimo due viaggi della speranza fino ad Addis Abeba e il reperimento di un volontario che fosse disposto a portare in Italia la provetta con il sangue di Saffo.

Ero molto scoraggiata, ma l’esperienza mi ha insegnato che quando l’impresa è impossibile c’è solo una cosa da fare: cominciare. E così presi appuntamento con Daniel per i primi di Marzo camuffando la vaccinazione di Saffo con il compleanno di Stefano.

Mi hanno chiuso in una scatoletta rossa e mi hanno detto: “Saffo oggi farai il tuo primo volo”. Ero molto perplessa sia per la scatoletta rossa, che loro chiamavano trasportino, sia per il mio primo volo, dal momento che mi avevano detto che ero un gatto e che non dovevo salire sugli alberi perché i gatti non volano. Ricordo molto bene le sue parole: “Saffo, se sali sull’albero e poi cadi, ti fai male, perché i gatti non sanno volare” ed ora invece avrei fatto il mio primo volo.

“Apri gli occhi Saffo e guarda l’Africa”.

Avrò volato centinaia di volte su questa terra e ogni volta mi sono innamorata di lei come fosse la prima volta. Solo dall’alto è possibile percepire la sua immensità, la sua gloria, la sua bellezza. Una distesa sconfinata, verde e rigogliosa nella stagione delle piogge, fragile nelle sfumature dell’oro nella stagione secca. Una distesa inarrestabile, squarciata solo dal fiume che scorre come sangue da una ferita.

Arrivati ad Addis Abeba ci siamo diretti all’Hilton. Viaggiare per l’Etiopia con un gatto non è semplice. In Etiopia gli animali sono animali e gli essere umani sono esseri umani. Nelle campagne il cane accompagna gli animali al pascolo e i gatti, che si aggirano furtivi tra le capanne, vengono guardati con diffidenza. Nelle città si sta diffondendo l’abitudine di avere un cane, in genere grossi cani da guardia, ma gatti, come animali da compagnia, non esistono. Ad Addis Abeba vivono molti occidentali che hanno portato con sé il loro gatto, ma ancora non si trova nel paese cibo per gatti, lettiera o un banalissimo antipulci. Figuratevi la faccia del concierge dell’Hilton, five stars hotel, quando mi ha visto arrivare con Saffolina. Il bello dell’Etiopia, però, è che è possibile ancora ragionare e fare qualche eccezione senza rimanere incastrati in esasperanti catene di responsabilità, autorizzazioni e permessi. “E’ un gatto etiope, l’ho trovato nella foresta, la mamma l’aveva abbandonata, non potevo abbandonarla anche io”, in genere con questa frase li conquisto e, gentilmente, trovano sempre una soluzione al mio problema.

Arrivati in stanza, chiamai Daniel che si presentò con una borsa nera e tanta buona volontà. Daniel fà quello che può. Con una laurea presa in Russia, è uno dei pochissimi veterinari del paese che si occupano di animali da compagnia e che sanno preparare i documenti per l’espatrio. Siamo diventati amici e quando possiamo gli portiamo dall’Italia alcune medicine perché in Etiopia non si trova quasi niente.

In quell’occasione, Daniel mise il microchip a Saffo e la vaccinò per la rabbia. Dopo un mese saremmo tornate ad Addis per fare il prelievo di sangue, ma ora bisognava trovare un modo per far arrivare il sangue in Italia e l’unico modo sicuro era quello di far venire in Etiopia mia madre con una performante borsa frigo.

“Saffo stai ferma, devo farti la foto per il passaporto” ed io sono stata ferma ferma perché mi avevano detto che sarei potuta andare con loro solo se avessi avuto un passaporto ed io non volevo rimanere mai più da sola.

Dopo un mese e tante foto, siamo partite di nuovo alla volta di Addis Abeba, ma questa volta solo io e lei e con la macchina, niente scatoletta con le ali. E’ stato un viaggio lunghissimo, quasi 12 ore, e molto faticoso, ma lei era felicissima perché ad Addis Abeba avrebbe rivisto la sua mamma. Siamo partite all’alba e, dopo 5 ore, siamo arrivate a Jimma, dove ci siamo fermate per fare i bisogni e mangiare qualcosa. Una volta ripartite, non ci siamo più fermate fino ad Addis Abeba perché abbiamo dovuto attraversare una zona pericolosa dove dicono che ci sono i briganti e quindi dove non è raccomandabile fare soste. Io non ho avuto problemi perché avevo la mia lettiera da viaggio, ma per lei questi viaggi sono più complicati e bisogna dosare bene la sete. Arrivate all’Hilton, abbiamo cercato il nostro amico concierge che ci ha riconosciuto e ci ha fatto entrare senza problemi. Ero molto eccitata per l’arrivo di pongy (così lei chiama la sua mamma), a quanto pare in un altro continente c’erano tante persone che mi volevano bene e non vedevano l’ora di conoscermi. Ricordo che Pongy mi fece tanti complimenti e carezze, ma ricordo soprattutto la scatoletta misto mare che mi aveva portato. Era buonissima, non avevo mai mangiato niente di così buono in vita mia, altro che pollo lesso, e me ne aveva portate una valigia piena, conquistando subito il mio cuore.

Trascorremmo pochi giorni ad Addis Abeba, giusto il tempo di stare un po’ insieme, visitare il museo nazionale e prendere un po’ di sole nei bellissimi giardini dell’albergo. La cosa più bella di quei giorni erano i nostri pigiama party: la sera mangiavamo in camera, ordinando le peggio schifezze, mentre Saffolina continuava la sua storia di amore con il misto mare della Schesir.

Ricordo quei giorni con profonda tenerezza, sono stati una inaspettata pausa in una vita frenetica. Lontana dal cantiere, dai problemi, stavo con la mia mamma e con Saffolina, non avevamo impegni, dovevamo solo far trascorrere il tempo e più trascorreva lento e meglio era.

E poi è arrivato Daniel a guastare tutto. Ricordo che non riusciva a prendere il sangue perché io ero piccola piccola e lui non aveva gli strumenti adeguati, così mi ha dovuto bucare più volte, mentre mammina piangeva disperata. Alla fine Daniel ci è riuscito e pongy è partita con la borsetta frigo e il mio sangue. La mattina seguente pingipe (così lei chiama il suo papà) l’aspettava all’aeroporto e insieme hanno portato la provetta al laboratorio accreditato che per fortuna si trova a Roma. Dopo una settimana è arrivato il risultato positivo ed io ho staccato il mio primo biglietto per l’Italia…. ma questa è un’altra storia.

Avevamo il passaporto per Saffolina, avevamo il trasportino e il guinzaglio. Di lì a poco saremmo partiti per l’Italia e Saffolina sarebbe venuta con noi. Quando l’impresa è impossibile, la prima cosa da fare è cominciarla.

Come cristalli di luce

Quando ero piccola, amavo giocare con dei pupazzetti di cristallo. Mia madre li teneva in salone, su dei tavolini di vetro ed ogni tanto, su mia insistenza, mi dava il permesso di giocarci.

C’erano dei topolini con le orecchie nere, un gattino con la coda arricciata, c’erano le tartarughe, un cagnolino e un elefante con la sua lunga proboscide.

Ricordo la luce che, attraversando il cristallo, si rifletteva sul pavimento o sulla parete nei colori dell’arcobaleno.

Ricordo la polvere che danzava nell’aria illuminata dai raggi di sole.

Ricordo quelle forme perfette, pezzi di vetro a cui io avevo dato un’anima.

Ogni tanto capitava che qualche ospite distratto o la signora che faceva le pulizie, li facesse cadere, rompendo la punta della proboscide dell’elefantino o l’orecchio del gattino.

Non erano per me meno belli, erano dei sopravvissuti, e le loro imperfezioni facevano impazzire i raggi di sole che si aprivano in mille colori inaspettati.

Non li ho ritrovati tutti, non sono riuscita a salvarli tutti.

A distanza di anni, ricordo quel giorno. Il silenzio. Il buio. I raggi di sole continuavano a riflettersi nei cristalli rimasti, ma sulla parete mancavano i colori più belli.

A distanza di un anno, ricordo quel giorno. Eri il cristallo scheggiato che rifletteva i colori più belli ed io non sono riuscita a salvarti.

Ti ho cercato nei miei sogni e sono fuggita dai ricordi. Ho pianto tutte le lacrime che avevo e non ho trovato pace riempendo un’altra ciotola.

Ricorderò ogni nostra passeggiata, ricorderò la tua ombra sulla mia finestra, ricorderò la tua coda che scompare sotto i raggi della luna, ricorderò la tua coperta preferita. Ricorderò la mattina che sei tornata piena di spini e te li ho tolti uno ad uno, ricorderò i tuoi strilli di notte quando litigavi con gli altri gatti e le corse fuori con il cuore in gola a cercarti. Ricorderò la sera che avevi mal di gola e il latte caldo, ricorderò quando sei diventata mamma e mi hai portato i tuoi cuccioli, ricorderò quando correvi nel campo di calcetto con il pelo dritto e quando spuntavi dalla scarpata con la tua camminata a papera. Ricorderò il tuo sguardo che già sapeva tutto.

Non abbiamo avuto tutto il tempo che pensavamo. Ti ho salutato, pensando di ritrovarti, ma quando sono tornata tu non c’eri più.

Ti ho portato via dalla tua terra perché volevo darti tutto quello che desideravi, ma tu avevi già tutto quello che desideravi e io non l avevo capito.

So che sei tornata a casa. So che sei nascosta qua fuori in qualche cespuglio e guardi crescere i tuoi cuccioli. So che la sera sali sul davanzale e mi guardi dormire. So che sei il vento tra le foglie, la pioggia trai sassi, sei la luna nella notte più buia, sei il tramonto più bello. Sei il silenzio di questa vallata.

A distanza di un anno non ho smesso di piangere, ma ho messo insieme i pezzi di cristallo e ho ritrovato i colori dei nostri ricordi.

I tuoi cuccioli stanno bene, sono cresciuti e altri cuccioli sono arrivati. Tu non ci crederai, ma hanno tutti due orecchie.

Wallone e’ un fifone, avrà’ preso dal padre, ma e’ grande ed e’ forte. Vive sul tetto degli uffici perché non ama litigare con gli altri gatti, ma trova sempre il modo per scendere a mangiare. Wallyna sta al campo. E’ una gattina di facili costumi, avrà preso dalla madre, e ha riempito il campo di cuccioli colorati. Ogni sera e ogni mattina sale sul davanzale e miagola, reclamando la sua dose di coccole e di cibo. Wallyno si e’ fatto bello ed ha preso la strada della foresta in cerca di femmine da conquistare.

Gli altri gatti stanno bene, ma nessuno di loro ha preso il tuo posto nel mio cuore.

Saffo conosce bene il mio dolore perché ha vissuto ogni mia lacrima. Ogni tanto la sera guarda il vuoto indispettita ed io le chiedo: ‘E’ spiritello Wally? E’ venuta a darti fastidio?’ Mirimiri non ti ha mai conosciuta, ma io so che sei stata tu a mandarmela nel momento più buio. Lia invece e’ molto contenta di essersi sbarazzata di te, ogni tanto vai a trovare anche lei e rimettila in riga. Birbetta è diventata una gatta di città, ma sono sicura che ti pensa spesso.

Mi manchi mia piccola Wally, mi manchi ogni giorno, non abbiamo avuto tutto il tempo che pensavamo di avere, ma abbiamo avuto il nostro tempo.

Ti ho dato amore e tu mi hai restituito i sogni di bambina quando attraverso un cristallo tutto era possibile. Prenditi cura dei miei sogni quando li abbandonerò e si sentiranno soli, rincorrili nella foresta e portali indietro, sali ancora una volta sul davanzale della mia finestra e restituiscimeli mentre dormo.

Fabio e Mora

Se c’è una cosa che ho imparato a fare molto bene in Africa è “girarmi dall’altra parte”.

Se la miseria avesse un colore sarebbe il giallo delle taniche di acqua che le donne trasportano sulle strade polverose. Se la miseria avesse un suono sarebbe la voce dei bambini che si alzano dal fango e corrono lungo la strada chiedendo qualcosa che neanche loro sanno cosa sia. Se la miseria avesse un odore sarebbe quello delle bestie, magre e malate, che gli uomini si trascinano dietro. Se ci fosse qualcosa peggio della miseria, quella giacerebbe ai bordi delle strade di Addis Abeba tra una carcassa di un animale, uno storpio e un orfano.

Sono molto brava a “girarmi dall’altra parte” per non vedere quello che so di non poter sopportare, per non sentire il dolore della vergogna, eppure, oggi non l’ho fatto. Ingannata dalle vetrine di Natale, dalle buste della spesa, dai clacson delle macchine, stordita dall’inutilità delle cose, non mi “sono girata dall’altra parte”.

C’era un ragazzo, avrà avuto la mia età o forse più giovane, seduto su una sedia con accanto un cane. Leggeva un libro. Davanti ai suoi piedi la ciotola dell’acqua per il cane, una ciotola rosa, e un bicchiere con due euro e 20 centesimi. Il cane dormiva su un grosso cuscino marrone, aveva il pelo pulito e lucido.

Mi ha colpito la dignità, la compostezza di quel ragazzo chiuso nel sua giacca, troppo sottile per affrontare l’inverno, e la bellezza di quel cane, tenuto con così tanta cura.

Mi sono ricordata di avere a casa un pacco di cibo secco per cani acquistato per sbaglio dai miei genitori. Sono entrata nel supermercato, ho preso velocemente quello che dovevo prendere e sono corsa a casa. Dopo 5 minuti ero di ritorno con il pacco di cibo per cani.

Mi sono avvicinata e gli ho detto: “Ho del cibo per il tuo cane, se vuoi”. Si è illuminato. Era contento e non smetteva di ringraziarmi, quando gli ho dato 10 euro per lui, continuava a guardare il pacco di cibo per cani e a ringraziarmi. “Sai, lei è bravissima, mangia tutto, quindi sarà molto contenta”. Era una femmina, il suo cane era una femmina, e la ciotola rosa non era un caso.

Gli ho detto: “Sto andando al negozio di animali per i miei gatti, se aspetti ti porto qualcosa per lei, come si chiama?”

“Mora”.

“Come Mora, è bionda!”, il cane infatti aveva il pelo chiaro con delle sfumature ambra.

Abbiamo riso e poi ha aggiunto “Mora è l’acronimo di Roma e di Amor. Allora ti aspetto, perché tra un po’ vado via…”

Mi sono voltata e velocemente ho raggiunto il negozio di animali, chiedendomi come mai un ragazzo, che leggeva un libro e sapeva cosa fosse un anagramma, stesse per strada a chiedere l’elemosina.

“Ed ora cosa compro per Mora?”. Non essendo pratica di cibo per cani ho chiesto al commesso del negozio che, conoscendomi molto bene, non capiva come mai comprassi cibo per cani. Gli ho spiegato che non era per me, ma per il cane di un ragazzo che chiedeva l’elemosina davanti al supermercato.

“Allora puoi prendere questa marca è la più economica” e si è allontanato.

Non ho comprato la più economica perché se oggi doveva essere una giornata fortunata per Mora, lei doveva avere il migliore cibo per cani.

Arrivata in cassa, il commesso del negozio ha guardato le lattine che avevo scelto e mi ha detto: “Stai facendo una bella cosa, lascia che ti aiuti” e mi ha regalato tutte le bustine omaggio che aveva di cibo per cani. Era proprio il giorno fortunato di Mora.

Ho fatto più in fretta che potessi, sperando non se ne fosse andato, ed infatti era ancora là, d’altra parte mi chiedevo dove dovesse mai andare così di fretta un disoccupato.

Quando gli ho consegnato la busta, si è tuffato dentro per vedere cosa ci fosse ed io ho capito esattamente cosa stesse provando: perché era esattamente la stessa gioia che io provo ogni volta che torno a casa con le buste piene di scatolette per i miei gatti.

Sono rimasta a parlare con lui, perché ho pensato che nella solitudine di un angolo della strada quel ragazzo, che leggeva un libro, avesse bisogno di qualcuno a cui raccontare la sua storia. E come facciamo tutti noi che abbiamo un cane o un gatto, ha cominciato a parlarmi del suo cane.

“E’ bravissima, lei è veramente brava” diceva pieno di orgoglio. “All’inizio aveva tanta paura, ma piano piano si è tranquillizzata e ora riesco a portarla ovunque senza problemi. Non litiga con gli altri cani, ma non gli piacciono i gatti”

Nel frattempo Mora si era alzata e reclamava da me un pò di carezze.

“Gli piaci, ha capito, i cani capiscono sempre”

“E’ da tanto che è con te?”

“Da Febbraio, da quando è morta la sua padrona. Era una mia amica e quando è morta io ho preso Mora con me. E’ per questo che all’inizio aveva paura di tutto, probabilmente soffriva per la morte della sua padrona o forse aveva paura che la riportassi al canile, è stata 6 mesi al canile quando era piccola e non credo volesse tornarci”

“E’ stata fortunata”

“Io sono stato fortunato, per me è tutto, non ho nessuno, ho solo lei”.

“Ma come sei finito in strada? Se posso chiedertelo”

“Fino a due anni fa lavoravo, lavoretti saltuari: mettevo i cartelli pubblicitari, pulivo i giardini, aggiustavo cose rotte, avevo parecchi clienti e guadagnavo abbastanza per potermi permettere una casa in affitto. Stavo bene, avevo tutto quello che mi serviva. Poi sono caduto da una scala e mi sono rotto un piede. Non ho più lavorato, ho passato parecchi mesi in ospedale e ho perso tutto, anche la casa. Ho vissuto per strada per un anno, dormivo in una casa diroccata in fondo a via di Grotta Perfetta, non avevo l’acqua né la luce, ma avevo un tetto sotto cui ripararmi. Anche se ero guarito, non ho trovato più lavoro per colpa del Covid, la gente ha paura e non ti fa entrare in casa, i negozianti non hanno più soldi e risparmiano su tutto. Poveracci, loro sì che stanno male, io alla fine me la cavo, ma loro… hanno l’affitto, gli stipendi da pagare. In pochi mesi hanno bruciato anni di risparmi, non so come faranno a riprendersi.”

Cercavo di pensare, di capire cosa mi stesse dicendo, ma le sue parole erano schiaffi in faccia.

“Ora però io e Mora abbiamo una casa. Una signora che ha una villa molto grande mi ha offerto di stare nella sua dependance ed in cambio io mi prendo cura del suo giardino due volte a settimana. Non c’è il riscaldamento, ma ho una cucina, la luce e l’acqua calda. Posso farmi la doccia. Per me e Mora è perfetta. Sai esistono tante brave persone”

Non riuscivo a dire nulla di intelligente o sensato, continuavo a guardare i suoi immensi occhi azzurri e a chiedermi come fosse possibile.

“Gli altri giorni vengo qua: chiedo l’elemosina e spero di trovare qualche lavoretto da fare. Poi, più o meno a quest’ora porto Mora al parco… per questo non potevo aspettarti troppo a lungo, a lei piace tanto correre nel parco e non vede l’ora di andare”

“Ciao…”

“Fabio, mi chiamo Fabio”.

“Ciao Fabio, ciao Mora, a presto”

Tornando a casa continuavo a chiedermi come fosse possibile perdere tutto e non essere arrabbiati con la vita, come fosse possibile che nell’indifferenza della gente una signora gli avesse offerto una casa, come fosse possibile che la sua amica fosse morta e Mora avesse trovato ancora una volta qualcuno che sapesse amarla, come fosse possibile che io non mi fossi girata dall’altra parte e avessi deciso di aiutarlo.

Se mi fossi girata dall’altra parte io non avrei avuto una storia da raccontare, Mora non avrebbe mangiato cibo da cani ricchi nella sua ciotola rosa e Fabio sarebbe rimasto un’ombra ai bordi della strada.

Se mi fossi girata dall’altra parte… la vita è sorprendente, se glielo permetti.