C’è una grande acacia nella scarpata sotto la nostra casa, uno dei pochi alberi che sono riusciti a crescere su queste aride colline. Ha affondato le sue radici trai sassi e a fatica tende le sue foglie al vento.
“Cosa stai guardando?” chiese l’acacia al gatto colorato.
“Un fiore. Non ne avevo mai visto uno così bello’’
“Non è un fiore”
Il gatto colorato guardò l’acacia con i suoi immensi occhi verdi, ma non ricevette altre spiegazioni.
Tornò a guardare il fiore.
“Non lo vedi che sta tremando?” disse l’acacia “i fiori non tremano”
Il gatto colorato si avvicinò timidamente al fiore, mentre l’acacia lentamente gli spiegava: “sono falene e stanno morendo, si stringono forte le une alle altre per non morire da sole, compongono un fiore che nasconda il loro dolore”
“Tu morirai da sola?” chiese il gatto colorato.
“Morirò come ho vissuto” rispose l’ acacia “aggrappata a questa scarpata, cullata dal vento”.
Il gatto colorato si voltò e guardò la sua umana.
Il fiore smise di tremare.
Fiorellino tra i fiorellini
Ho passato i primi mesi della mia vita tra le sue mani. Lei non mi lasciava mai, mi portava sempre con sé ed io passavo il tempo giocando con le sue dita, ciucciando le pieghe del suo collo e dormendo tra le sue braccia. Mi portava sempre con sé ed io ero sempre al sicuro, ma poi sono cresciuta e la curiosità di vedere il mondo era più forte di qualsiasi raccomandazione tant’è che alla fine mi sono messa nei guai.
Era una domenica mattina, stavamo agli uffici e siamo uscite qualche minuto a prendere un po’ di aria fresca, mi aveva messo come sempre nell’aiuola tra i fiori rosa, mi guardava con amore e mi diceva: ‘fiorellino tra i fiorellini’.
Ad un certo punto il mio fiorellino tra i fiorellini ha cominciato a correre verso la foresta, ha puntato un albero e si è arrampicata fino al ramo più alto. Io le corsi dietro terrorizzata, ma non riuscii a prenderla e un attimo dopo era in cima all’albero.
Fu il primo di una lunga serie di recuperi di gatti in cima agli alberi.
Non sapevo che cosa fare, ma dovevo pensare velocemente per evitare il peggio: poteva cadere farsi molto male o poteva diventare preda di aquile e falchi. Rimasi sotto il ramo con le braccia al cielo pronta a prenderla se fosse caduta e mandai qualcuno a chiamare Stefano.
Fu la prima di una lunga serie di chiamate per gatti in pericolo.
Dopo due minuti eravamo in due con le braccia al cielo e Saffolina dondolava come un caciocavallo dal ramo a cui era rimasta aggrappata disperatamente con le zampette anteriori.
Era una farfallina, stavo inseguendo una farfallina, ma poi ho visto quel bellissimo albero e non ho resistito alla tentazione: ho preso una lunga rincorsa e sono salita fino al ramo più alto. Ero così felice, vedevo tutto il mondo dall’alto, vedevo anche lei ai piedi dell’albero che urlava e gesticolava. Ma perché mammina era così agitata? Lo capii presto quando mi resi conto che non sapevo come scendere. Nessuno mi aveva insegnato a scendere da un albero. “I gatti salgono e scendono dagli alberi” mi dissi e provai qualche manovra ma con pessimi risultati, scivolai e rimasi appesa al ramo come un caciocavallo senza poter andare da nessuna parte. ‘Mammina aiuto” gridavo mentre le forze mi venivano meno.
‘Stefano fa qualcosa, ti prego’. Per fortuna in quel momento passò un camioncino con degli operai e una lunga scala. Stefano li chiamo’ e procedemmo al recupero del caciocavallo tra lo stupore e il divertimento di tutti.
Fu la prima di una lunga serie di scene pietose che seguirono negli anni.
L’ esperienza fu così traumatica per tutti che bisognava trovare una soluzione e la nostra soluzione fu Ornellina. Al tempo io e Ornella non ci frequentavamo molto, ero molto amica di Emiliano, insieme avevamo fatto la mitica caccia ai pokémon nella foresta africana e cavolate simili, ma non avevo avuto mai modo di frequentare Ornella.
In realtà non mi stava molto simpatica perché aveva un’aria distaccata e infatti non riuscivo a capire come potesse stare con il mio amico Emiliano, ma evidentemente non avevo capito nulla. Ornella è una delle persone più buone che io conosca, ha un cuore grande, ed è divertentissima. Una coppia perfettamente assortita.
Quando Ornella raggiunse Emiliano in africa, si portò i suoi tre furetti che vissero con loro una vita felice e in salute, ma poi divennero molto vecchi e volarono via. Sapevo che Ornella era una grande amante degli animali e aveva molta esperienza, così chiesi a lei un consiglio e lei mi diede il guinzaglio dei suoi furetti. Era sempre una domenica mattina, quando provammo a metterlo a Saffolina. L’inizio non fu semplice, sembrava di stare sul set del film l’esorcista, ma piano piano ci riuscimmo e Saffolina diventò il gatto al guinzaglio.
Detto tra noi, non amo molto il guinzaglio, però ha dei vantaggi indiscutibili: posso sempre stare con lei, posso andare in giro ovunque senza paura di perdermi e riscuoto tantissimi complimenti dalle persone che mi incontrano. Con un po’ di allenamento è possibile fare tutto anche con il guinzaglio: arrampicarsi sugli alberi, correre, saltare e acchiappare uccelli in volo.



uccellino appena catturato purtroppo 

Così Saffolina, grazie al guinzaglio, comincio’ a scoprire il mondo. La mattina mi alzavo molto presto e la portavo fuori a vedere l’alba e il pomeriggio Ornellina passava a prenderla e le faceva fare una lunga passeggiata in attesa che io tornassi.
L’aspettavo alla finestra. Guardavo verso la sua scatoletta di tonno e quando la vedevo arrivare correvo alla porta, mi facevo mettere il guinzaglio e ce ne andavano in giro alla scoperta del mondo. Io e Ornellina eravamo una bella squadra: insieme abbiamo ucciso tantissime foglie.
Quando tornava dal lavoro, anche mammina si univa a noi e facevamo lunghe passeggiate tutte insieme. Quelle due non smettevano mai di parlare: a volte le sentivo bisbigliare qualche pettegolezzo, altre volte ridevano fino alle lacrime, ogni tanto si perdevano in fantasmagorici progetti per migliorare le scatolette di tonno, a volte si sfogavano un po’, si scambiavano buoni consigli e una parola amica quando serviva. Non è facile per un gatto vivere in un campo di scatolette di tonno, ma non è facile neanche per due donne vivere in un mondo di uomini.
‘Quando saremo al campo permanente’ questa era la frase che amavano ripetersi durante le nostre passeggiate. Il campo permanente era in costruzione e una volta finito ci saremmo trasferiti e avremmo avuto una bella casa, la piscina e il club per fare le feste. Progettavano e sognavano la loro vita in una casa grande con tutte le comodità, ma non si erano rese conto che la vita era allora e che quei giorni, se pur difficili, sarebbero rimasti i più felici.
Il Container dell’Amore
“D’accordo che volevo vedere il mondo fuori dalla soffitta, ma così stiamo esagerando!”, questo ho pensato all’ennesimo viaggio. Nel giro di un mese mi hanno fatto percorrere centinaia di km su piste sterrate, con la macchina piena di valigie e scatoloni. Avevo sempre lo stomaco sotto sopra e le orecchie piene di polvere, ma ero anche tanto felice perché loro non mi avevano abbandonato: avevano preso la mia lettiera, la mia ciotolina, la mia copertina e mi avevano detto: “Andiamo Saffolina, ci aspetta una nuova vita”.
Abbiamo lasciato i luoghi dove ero nata e dove loro avevano vissuto tanti anni, i luoghi dove si erano innamorati, abbiamo lasciato la nostra bellissima casa, abbiamo impacchettato tutto quello che riuscivamo a portare con noi e un po’ per volta ci siamo trasferiti. Il primo viaggio è stato emozionante perché era tutto una scoperta, non sapevamo mai cosa ci fosse dietro una curva o oltre una collina. Il paesaggio che ci ha accompagnato per gran parte del viaggio era famigliare: la terra rossa, gli alberi secchi, i villaggi lungo la strada e i bambini che si avvicinavano curiosi quando rallentavamo, tante capre, qualche mucca e raramente qualche asino. Mancavano solo un centinaio di km all’arrivo, quando il paesaggio è cambiato radicalmente: siamo scivolati senza accorgercene in una giungla con una vegetazione molto rigogliosa. La regione del Dawro Konta è una zona molto bella dell’Etiopia, è incontaminata e molto selvaggia. E’ una zona molto piovosa e la vegetazione è particolarmente rigogliosa, non essendo molto lontana dal Kenya, è abitata da molti animali selvatici che non si vedono nel resto dell’Etiopia: elefanti, leoni, bisonti, oltre ai soliti coccodrilli, ippopotami, serpenti scimmie e una grandissima varietà di uccelli.
Il paesaggio era indiscutibilmente meraviglioso, la nuova sistemazione invece era molto discutibile. La nostra nuova casa era una scatoletta di tonno.
Lasciare quei luoghi non è stato facile: ero arrivata con una valigia piena di sogni e in quella vallata li ho realizzati. Ho fatto il lavoro più bello del mondo, ho trasformato l’acqua in energia, ho incontrato il mio grande amore, ho trovato Saffolina e con lei è nata la nostra famiglia, ho avuto una vita piena di emozioni e passione, mi sono divertita da pazzi, ho conosciuto tante persone e ho visto il mondo. C’era la parte migliore di me in quella vallata, ma era arrivato il momento di andar via.
La cosa migliore era lasciare la malinconia da parte e rimane concentrati sul problema: le valigie. Come era possibile traslocare da una casa di 100mq in un container abitativo di 15mq? Non vi nascondo che ci sono stati momenti di sconforto, ma alla fine era la nostra nuova avventura, con noi c’era la piccola Saffolina e abbiamo capito subito che molte delle cose che avevamo, in realtà non ci servivano
Ricordo che abbiamo fatto parecchi viaggi prima di stabilirci definitivamente nella nuova casa, ricordo quanto freddo e squallido fosse il container al nostro arrivo e come abbia preso colore e calore con le nostre cose. Con un po’ di fantasia e organizzazione, la scatoletta di tonno è diventata “il container dell’amore“.
La scatoletta di tonno era composta da due stanze: in una c’era il letto con l’armadio e nell’altra il divano rosso, il frigorifero, la libreria e la lettiera. Tra le due stanze c’era il bagno e nel piccolo corridoio la cucina di fortuna con la piastra elettrica per bollire il pollo. Quasi quasi era meglio la soffitta! Non vi nascondo che fui presa da un po’ di sconforto, mi mancava la mia casa, ma loro mai. Con piccoli dettagli, Lei rese accogliente il più grigio dei container e trasformò una stesa di sassi in un giardino pieno di fiori. Lui costruì tutto quello che serviva per renderlo confortevole e in pochi giorni la scatoletta di tonno divenne “il container dell’amore“.
E così è cominciata la nostra nuova avventura, e dopo un po’ di smarrimento, ho capito che in realtà avevo già tutto quello che mi serviva: la lettiera, la copertina, la ciotolina, il pollo e loro due, e non aveva importanza che il container fosse piccolo perché il mondo fuori era grande.
La Pandemia
‘Saffo’
‘Che vuoi?’
‘Ma questi sempre qua stanno?’
‘Ma che ne so, Miri, dicono che non possono più uscire’
‘Per sempre?’
‘Non mi è chiara la faccenda’
‘E la nostra pappa?’
‘Ho già controllato: l’armadio è pieno di scatolette’
‘Si, ma se poi finiscono?’
‘I piccioni, miri, se finiscono le scatolette, acchiappiamo i piccioni’
‘Dai, sul serio! E se rimaniamo senza pappa?’
‘Miri, stai tranquilla, i negozi di animali non hanno chiuso e loro possono uscire a comprare la nostra pappa’
‘Sei sicura che possono uscire?’
‘Si, Miri, sono sicura. Quando vanno a comprare la loro pappa, comprano anche la nostra’
‘E se poi i negozi finiscono la nostra pappa?’
‘Miri, è impossibile, non preoccuparti, i beni di prima necessità ci saranno sempre’
‘Ma sei sicura?’
‘Si, Miri, sono sicura’
‘E se ti sbagli?’
‘Se mi sbaglio, loro troveranno una soluzione come hanno sempre fatto’
‘Ma quanto dura questa storia?’
‘Miri, dura il tempo che deve durare’
‘Ma finirà? Voglio dire tornerà tutto come prima?’
‘Finirà Miri, finirà, e tornerà tutto come prima: loro ricominceranno a lavorare e noi resteremo sole a casa’
‘Io non voglio restare sola a casa’
‘E allora, Miri, prendi questi giorni per quello che sono, non avere paura, non pensare che debba per forza andare peggio, abbi fiducia, la loro frenetica vita senza senso ricomincerà presto, ma nel frattempo goditi ogni momento di questa nuova avventura’
‘Saffo’
‘Che vuoi?’
‘Allora posso stare tranquilla?’
‘Si, Miri, puoi stare tranquilla’
‘Saffo’
‘Che vuoi?’
‘Ti voglio bene’
Ulivo
Ulivo venne piantato tanti anni fa in una fioriera di un balcone esposto a nord di una casa di Ostia.
Ulivo capì subito che non sarebbe stato facile, ma, con la tenacia della sua specie, rimase aggrappato alla poca terra che aveva quando il vento soffiava forte e con le sue foglie non smise mai di rincorrere i pochi raggi di sole che sfioravano le ringhiere.
Poi la vita cambiò e le cose andarono peggio.
La casa si svuotò.
Ulivo guardava le piante intorno a lui morire lentamente, guardava la pineta in lontananza e si aggrappava ai suoi sogni per non lasciarsi morire.
Poi la vita cambiò di nuovo e le cose andarono meglio.
Arrivò Lei.
Tutte le altre piante erano morte, solo Ulivo resisteva in quella fioriera.
Lei si prese cura di lui: gli diede l’acqua e l’amore che non aveva mai avuto, lo curò malato e piantò intorno a lui altri fiori per farlo sentire meno solo.
Ulivo si prese cura di Lei: vegliando sui suoi sogni quando Lei dormiva.
Ogni sera Ulivo la aspettava ed ogni sera Lei tornava a casa, si sedeva sulla vecchia sedia a dondolo e gli raccontava il tramonto che lui non aveva mai visto.
Gli raccontava come il sole diventasse una palla di fuoco e lentamente scendesse nel mare fino a tingerlo dei colori dell’oro.
Ulivo non sapeva quanto bello fosse un tramonto, ma amava perdersi in quelle parole.
Poi la vita cambiò ancora.
Lei non c’era quasi mai e quando tornava a casa da una terra lontana non aveva tempo per sedersi sulla sedia a dondolo e raccontare ad Ulivo i colori del tramonto.
Lei non lo lasciò mai senz’acqua e da lontano continuava a prendersi cura di lui grazie all’aiuto di mani amiche, ma gli anni passavano e per Ulivo la solitudine, quanto quel vaso stretto, diventavano sempre più insopportabili.
Guardava la pineta lontana e sognava.
Poi la vita cambiò ancora.
Un giorno la casa si svuotò ancora, rimase solo la sedia a dondolo, e le piante intorno a lui cominciarono a morire.
Lei era andata via per sempre.
Ulivo cercava di ricordare il racconto del tramonto, le sere d’estate trascorse insieme a Lei, la porta che si apriva dopo un lungo viaggio e Lei che, prima di ogni altra pianta, correva da lui…. come poteva averlo abbandonato?
Ulivo cercava il suo volto tra le stanze vuote, cercava il suono della sua voce tra il vento, ma il tempo passava e Lei non c era più.
Poi la vita cambiò ancora.
Un giorno arrivarono due persone con un grosso sacco nero e un grande cuore.
Ulivo li riconobbe subito, tante volte Lei aveva chiesto loro di prendersi cura di Ulivo e probabilmente lo aveva fatto ancora una volta.
Ulivo si lasciò portar via dentro un sacco nero, lasciò il suo vaso, il suo balcone, la sedia a dondolo.
Arrivò in uno splendido giardino pieno di fiori, di alberi, di uccelli, Ulivo era molto stanco, ma non aveva mai visto niente di più bello in vita sua.
Lo misero in un vaso e gli diedero dell’acqua, Ulivo respirò profondamente e poi cominciò a cercarla trai fiori. Lei non c’era, ma poco dopo arrivò la sera e con la sera il tramonto.
Avrebbe potuto finalmente vedere un tramonto, ma Ulivo chiuse gli occhi e disse: ‘Aspetterò Lei’, perché Ulivo sapeva che Lei sarebbe tornata a prenderlo prima o poi.
E fu così.
Un giorno sentì la sua voce inconfondibile trai fiori: ‘come sei diventato bellò’, Ulivo la guardò e le chiese il tempo di un tramonto.
Lei si sedette vicino a lui e insieme guardarono il loro primo tramonto, Ulivo si vestì d’oro quella sera, per Lei.
‘Posso portarti con me, se vuoi, andiamo in una casa nuova dove c’è un balcone esposto a ovest che ti aspetta, prendiamo un grande vaso e il sole del pomeriggio riscalderà le tue foglie. O puoi restare qui. Ti pianteremo nella terra, basta vasi stretti, e starai in questo giardino colorato, vedrai il sole tutto il giorno e ogni giorno ci sarà chi si prenderà cura di te.’
Ulivo trattenne il respiro, ma, prima che lui potesse dire qualunque cosa, Lei aveva già deciso per lui.
Ulivo è stato piantato nella terra, sui suoi rami ora si posano gli uccelli e i raggi del tramonto continuano a coprirlo di oro.
Ulivo non le ha mai detto cosa avrebbe risposto alla sua domanda e Lei non glielo ha mai chiesto, ma dopo pochi giorni, per la prima volta in vita sua, Ulivo ha fatto i fiori.
A Star is Born
Ora che ho un blog e sono una star del web, mi sento in dovere di raccontarvi come è cominciato tutto.
Sono nata un giorno di dicembre, per convenzione festeggio il 26 Dicembre, che è anche Santo Stefano, ma per motivi burocratici sul passaporto c’è scritto che sono nata il 4 Dicembre, Santa Barbara, la santa protettrice dei cantieri. Ad ogni modo, sono nata un giorno di dicembre del 2016.
Mamma gatta aveva partorito nella soffitta degli uffici di un cantiere a sud dell’Etiopia. Eravamo tanti, ma lei si prendeva sempre cura di tutti. Alcuni dei miei fratelli erano molto prepotenti e non mi lasciavano mangiare. Ero molto gracilina e avevo un’occhietto fuori uso, ma ero felice di essere venuta al mondo. I giorni passavano ed io aspettavo con ansia il momento in cui mamma gatta ci avrebbe portato nella foresta. Non smetteva mai di farci le sue raccomandazioni: “quando saremo nella foresta, dovete ubbidirmi. Se vi dico di stare nascosti, non dovete uscire, se vi dico di seguirmi, non dovete perdere tempo”.
Quel giorno finalmente arrivò, arrivò per tutti, ma non per me.
Era mattino presto quando mamma gatta cominciò a portare fuori i miei fratelli uno per volta. Ero molto emozionata e non vedevo l’ora di vedere il mondo fuori da quella soffitta. Portò via tutti, ma non tornò a prendere me.
“Tra poco arriverà”, mi ripetevo “devo solo aspettare in silenzio, non devo allontanarmi, tra poco lei sarà qui”
Cercavo di ricordare l’ultima sua carezza, cercavo di ricordare il suo odore, cercavo di ricordare il sapore del latte caldo. Iniziavo ad avere fame e sete, iniziavo ad avere freddo, iniziavo a pensare che lei non sarebbe mai tornata. Avevo paura. Avevo tanta paura di morire, di non avere la possibilità di vedere il mondo fuori la soffitta.
Dopo la notte è arrivato il giorno e lo spazio sotto la soffitta si è animato di tante voci colorate. Cominciai a piangere, a piangere disperatamente, sperando che qualcuno potesse sentire e mi venisse ad aiutare. Tra tutte le voci, sentii una voce che non avrei mai più dimenticato: “Stefano, non possiamo lasciarlo morire nel controsoffitto, sai che puzza dopo!”
A dicembre ero rientrata in Italia per motivi di salute, avevo avuto l’ameba per tre mesi e praticamente non mi reggevo più in piedi. Arrivata in Italia, mi hanno operato d’urgenza di appendicite: l’ameba mi aveva salvato, evitandomi una peritonite nella foresta etiope. Finite le vacanze di Natale, il 9 gennaio siamo partiti per l’Etiopia.
Ricordo di essere arrivata in ufficio, di aver acceso il pc e di aver sentito il pianto di un gattino. Sul momento non ci feci caso: gatti in giro ce ne erano sempre stati, per cui cominciai a lavorare senza prestargli troppa attenzione. Il gattino però non smetteva di piangere e il suo pianto iniziava ad essere straziante. Cercai di capire da dove venisse e solo allora realizzai che veniva proprio dal controsoffitto dell’ufficio. Che fare? Chiamai un mio amico, l’unico che conoscessi interessato a salvare un gattino, e per due ore vagammo con una scala alla ricerca di una soluzione. Iniziava a fare caldo e quel controsoffitto stava diventando un forno. Il gattino non smetteva di piangere. Sentivo la sua voce spostarsi, probabilmente si muoveva in cerca di aiuto, ma come era finito lì?
Al tempo non lo sapevo, ma poi osservando i nostri gatti, ho scoperto che le gatte selvatiche, un paio di settimane dopo il parto, cominciano a spostare i cuccioli. Se sono troppi, abbandonano i più deboli.
Evidentemente, quel gattino era stato abbandonato da mamma gatta. La sua voce era la voce della disperazione, di chi non voleva morire.
Appena vidi rientrare in ufficio Stefano dopo il suo solito giro in cantiere, gli chiesi aiuto con un piccolo stratagemma: “Stefano, non possiamo lasciarlo morire nel controsoffitto, sai che puzza dopo!”.
Una volta convinto, era solo questione di minuti e il grande ingegnere avrebbe trovato una soluzione. Aprì la botola del controsoffitto e chiamò un ragazzo etiope molto piccolo, non di età, ma di statura e stazza, l’unico che potesse infilarsi nel cavedio. Dopo pochi minuti quel ragazzo tornò indietro con il gattino che, intelligentemente, come aveva visto al luce, si era avvicinato alla botola e si era lasciato prendere.
Ad un certo punto sentii dei rumori e poi la luce inondò lo spazio in cui mi trovavo, ebbi paura, ma l’istinto mi diceva che quella era l’unica possibilità che avevo di salvarmi, così mi diressi verso la luce e una mano mi afferrò. Trattenni il respiro e chiusi gli occhi, quando li riaprii vidi lei.
Ricordo esattamente il momento in cui vidi per la prima volta Saffolina: era microscopica, aveva un occhio pieno di pus e non smetteva di miagolare.
Non avevo la più pallida idea di cosa fare. Dopo aver passato in rassegna tutte le malattie che potevo contrarre da quel gattino, andai a cercare una scatola di cartone e degli stracci. Forse è per questo che Saffolina ama così tanto le scatole di cartone: la fanno sentire finalmente al sicuro. Le malattie che potevo contrarre erano decisamente troppe, pertanto decisi che, se volevo aiutare quel gattino, dovevo superare tutte le mie inutili paranoie e agire velocemente.
Mi procurai del latte in polvere e un contagocce e cercai in qualche modo di idratarla e nutrirla. Ricordo che non ero sola, con me c’era Jonny, un ragazzo etiope dolcissimo che ama molto gli animali. Saffolina era affamatissima, ma era veramente complicato farla mangiare.
Mandai la foto di quel gattino ai miei genitori e il commento di mio padre fu: “ma tu sei sicura che sia un gatto?” Quanto abbiamo riso in seguito su questa frase, perché, diciamocelo, quelle orecchie enormi e quella coda lunga, tutto sembrava tranne che un gatto.

trova le differenze 
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“ma tu sei sicura che sia un gatto?” “Certo che sono un gatto, bipede scostumato!”.
Nonostante l’insinuazione di pessimo gusto del suo parente prossimo, lei era bellissima e mi guardava con gli occhi pieni di amore. Riuscii a bere un po’ di latte e le cose iniziarono ad andare meglio.
La sera portai Saffolina a casa, la guardavo piccola e malata, piena di pulci, avvolta nell’asciugamano ed ebbi paura, avevo paura di svegliarmi e trovarla morta. Chiamai Stefano in pieno panico dicendogli che non potevamo tenerla, che dovevo riportarla in ufficio, che se moriva io come facevo. Per fortuna Stefano seppe calmarmi e Saffolina rimase con noi. Con un barattolo di vetro, facemmo una borsa di acqua calda per riscaldarla durante la notte, dal momento che i gattini non sono in grado di termoregolarsi. Quando mi svegliai il giorno dopo, chiesi a Stefano di andare a controllare se fosse viva e lei cominciò a miagolare dalla fame.
“Tiè, certo che sono viva e se non mi dai immediatamente da mangiare ci sarà qualcun altro morto in questa stanza”
Trovandoci in mezzo alla foresta, a ore di macchina da qualsiasi cosa potesse assomigliare ad una forma di civiltà e ore di aereo da un veterinario, dovetti improvvisare. Lessi su internet che un buon rimedio per le pulci era l’aceto di mele. Andai dalla mia amica Jo a prendere un po’ di stracci e, miracolosamente, rimediai anche una bottiglia di aceto di mele, che neanche lei sapeva come facesse ad averla. Aspettai il sole caldo delle due di pomeriggio, feci bollire l’acqua e lavai Saffolina. Ero molto soddisfatta di me, ma, quando la tirai fuori dall’acqua, lei perse i sensi. Era un ghiacciolo e non si muoveva più. Non ero più soddisfatta di me, avevo fatto un disastro, avevo ucciso un gattino. Pensai in fretta e, tra le soluzioni possibili, optai per l’omelette: stenderla sul cemento bollente sotto il sole africano delle due di pomeriggio. Funzionò e il Saffolina per la seconda volta si salvò da morte certa.
“Ingegnè, ieri sera mi hai messo il barattolo dell’acqua calda perchè non sono in grado di termoregolarmi e oggi mi hai fatto il bagnetto? Quando hanno smesso di funzionare le tue sinapsi?”
L’idea del bagnetto era stata pessima, ma il risultato fu sorprendente: Saffolina riacquistò energia, l’occhietto guarì immediatamente e le pulci sparirono.
“Ho fame!!!!!!!!!!!!!!!!!!”
“Stefano, il latte in polvere non va bene: ha la pancia gonfia e non si nutre come dovrebbe, io le do il pollo”
“Il latte in polvere te lo mangi tu, a me dammi questo pollo, che non so cosa sia, ma sicuramente sarà meglio di questo schifo che mi stai dando”
A parte una mini diarrea, Saffolina si abituò subito al pollo e così io passai i successivi due mesi a bollire e frullare pollo e Stefano ad imboccarla con il contagocce.
Era passata poco più di una settimana dal ritrovamento di Saffolina, che venimmo a sapere di doverci spostare un centinaio di km più a sud. Dovevamo lasciare la nostra casa, impacchettare le nostre cose e trasferirci in un nuovo posto per ricominciare tutto da capo.
“Non possiamo lasciarla qua, morirebbe”
“Ma come facciamo a portarla? per i prossimi due mesi viaggeremo tantissimo, sono ore e ore di macchina, non possiamo portarla con noi”
“Lei viene con noi” risposi senza alcun dubbio e da quel giorno presi coscienza che per nessun motivo al mondo mi sarei mai separata dalla mia Saffolina.
Saffolina si adattò perfettamente alla nostra vita, seguendoci in estenuanti viaggi in macchina per le polverose strade africane, senza mai piangere, senza mai crearci un problema.
“Va bene tutto, va bene la macchina, va bene il mal d’auto, va bene viaggiare, va bene cambiare casa, va bene anche il latte in polvere, ma non mi abbandonate pure voi. Sarò bravissima, ma vi prego portatemi per sempre con voi”
e da quel giorno Saffolina è sempre stata con noi e ha visto tanto mondo fuori la soffitta.
Saffolina, la tua mamma non ti ha abbandonato, la tua mamma mi ha fatto un regalo perché sapeva che io avevo bisogno di te e sapeva che insieme saremmo state felici.
I fuochi dell’Etiopia
Quando nel 2006 mi fu chiesto di partire per l’Etiopia, decisi che la prima cosa da fare era capire dove fosse questo paese, la seconda dirlo ai miei genitori.
Nel mio immaginario l’Etiopia era “we are the world”, erano le immagini della carestia del 1985 che scorrevano sulle note della famosa canzone scritta da Michael Jackson, era “la battaglia di Adua” o “le colonie italiane in Africa orientale” paragrafi di storia studiati alla fine dell’anno scolastico. La verità è che, nonostante i miei 60/60 di diplona e laurea in ingegneria, io non sapevo neanche dove fosse di preciso l’Etiopia. Cercai su google e scoprii che l’Etiopia è un Paese dell’Africa orientale che confina a Nord con l’Eritrea, a Nord-Est con Gibuti, a Est e a Sud-Est con la Somalia, a Sud con il Kenya e a Ovest con il Sudan e il Sudan del sud. Una terra di altopiani, ricca di laghi e fiumi, una terra senza il mare. 100 milioni di abitanti, circa 80 etnie e lingue diverse.
Scoperto dove fosse l’Etiopia e cosa dovessi mettere in valigia, andai dai miei genitori e gli dissi: “mamma, devo dirti una cosa”, e mia madre: “sei incinta”, ed io: “no mamma, parto per l’Etiopia”, e lei: “era meglio se fossi stata incinta”.
Da allora, la mia vita è stata legata a questo paese che ho imparato a conoscere, ad amare, nella sua complessità e nella sua bellezza e che oggi le testate internazionali annunciano essere sul baratro di una guerra civile.
Molte persone mi hanno contattato per chiedermi cosa stesse succedendo in Etiopia, io non ho una risposta, ho solo una storia da raccontarvi.
La regione dell’Etiopia è stata abitata dall’uomo fin dai tempi preistorici, nella Rift Valley sono stati scoperti i resti di molti ominidi oggi conservati nel museo di Addis Abeba. In questa valle fu trovata Lucy, lo scheletro di un australopiteco che deve il suo nome ad una celebre canzone dei Beatles “Lucy in the sky with diamonds”. Ho conosciuto personalmente Lucy e l’ho presentata a mia sorella nel 2007 e a mia madre nel 2017 .

2007 con Lucy 
2017 museo di Addis Abeba
Intorno all’VIII secolo a.C. si sviluppò nei territori corrispondenti all’odierne Eritrea e Etiopia settentrionale il regno di D’mt fortemente legato al regno yemenita dei Sabei (regno di Saba) e alla cultura ebraica. L’influenza dell’ebraismo nella tradizione religiosa etiope è evidente. Nei testi sacri della chiesa ortodossa etiope, l’Etiopia è presentata come la nuova terra dell’Alleanza, fatto simboleggiato dal dono dell’Arca che Salomone fece alla regina di Saba. Tutt’oggi la tradizione vuole che l’Arca sia nascosta in una delle chiese copte in Etiopia. Esistono migliaia di chiese e altrettante copie dell’Arca, stratagemma ideato per proteggere la vera Arca, e ogni Arca è custodita da un sacerdote designato a questo compito a vita.
Il regno di D’mt fu presto sostituito da tanti piccoli regni. Nel I secolo a.C. fu il regno di Axum ad imporsi sugli altri, regno fondato dal mitico re Menelik I, figlio della regina di Saba e di Re Salomone.
Axum si trova nella regione del Tigray ed è considerata dagli etiopi uno dei più importanti centri religiosi. In molti credono che l’Arca dell’Alleanza sia nascosta proprio nella chiesa di Nostra Signora Maria di Sion ad Axum.
Molti di voi avranno sentito parlare di Axum per vie della famosa stele portata in Italia nel 1935 dai soldati italiani che la trovarono, e restituita, tra mille polemiche, dal governo italiano all’Etiopia nel 2005. In realtà la stele restituita è una delle tante steli che caratterizzano la piana di Axum e che probabilmente avevano la funzione di segnalare la presenza di una tomba.

Axum 2015
Il regno di Axum crebbe e prosperò, e sotto il re Ezana (secolo IV) si convertì al cristianesimo. Sempre nel IV secolo, il regno di Axum ebbe il suo momento di massima espansione, quando giunse a controllare Etiopia, Eritrea, Sudan, Egitto meridionale, Gibuti, Somalia occidentale, Yemen e Arabia Saudita, ma di lì a poco iniziò il suo declino. Il Medioevo etiope cominciò intorno all’anno mille quando la regina ebrea Giudit invase il regno di Axum e distrusse tutte le chiese cristiane.
Nel 1137 la dinastia Zagwè prese il controllo del regno e ripristinò il cristianesimo come religione di stato. Fu sotto questa dinastia che venne costruita Lalibela, la Gerusalemme d’Africa, vicino alla nuova capitale Adafa nella regione Amhara.
Il re Lalibela decise di costruire la nuova Gerusalemme in risposta alla conquista della città santa da parte dei musulmani nel 1187. Le chiese furono scolpite in blocchi monolitici di roccia rosa, dall’alto verso il basso. Ci vollero decenni per intagliare queste chiese nella roccia, ma la leggenda volle che il lavoro fu fatto dagli angeli in una notte sola.
Lalibela è stata dichiarata patrimonio dell’Unesco, è oggi meta di molti turisti, ma resta sempre uno dei principali centri religiosi dell’Etiopia. Ho visitato Lalibela due volte: la prima nel 2008 con mia sorella, la seconda nel 2015 con Stefano. E’ un posto meraviglioso, dall’atmosfera suggestiva, e non potrò mai dimenticare il rosa delle sue chiese al tramonto. Le due visite sono state molto diverse tra loro: nel 2008 c’erano pochissimi turisti, non c’erano strutture alberghiere e Lalibela era veramente persa nel nulla, nel 2015 l’hanno evidentemente ritrovata, e confortevoli e confortanti alberghi hanno reso la visita piacevole a noi e ai numerosi altri turisti muniti di cappellino e guida al seguito. Ad ogni modo, il fascino della Gerusalemme d’Africa è rimasto invariato nel tempo.




Lalibela 2008 
Lalibela 2015
Il regno Zagwè si estendeva dagli altipiani dell’Eritrea e del Tigray fino al Lago Tana. L’ultimo re Zagwè fu ucciso nel 1270 da Yekuno Amlak che fondò la moderna dinastia salomonica facendo discendere la propria stirpe direttamente dal biblico re Salomone. Il regno divenne l’impero di Etiopia e comprendeva le regioni del Tigray, Amhara e Scioà, e gli imperatori venivano chiamati Negus. L’impero d’Etiopia ebbe fine nel 1974 , quando un colpo di stato, capeggiato dal dittatore Mengistu Haile Mariam, depose l’imperatore Hailè Selassiè. .
Tra la metà del XVII secolo e il 1855, l’Etiopia visse un periodo di isolamento chiamato “l’Era dei Principi”, durante il quale il paese fu diviso in numerosi feudi indipendenti guidati dai Ras e perennemente in guerra tra loro. Gli imperatori erano dell’etnia Oromo e avevano potere solo nella regione intorno alla capitale Gondar. Fu un periodo di ristagno culturale e arretratezza.
In realtà fino al XVI secolo i Negus non avevano una residenza fissa, ma si muovevano con la corte attraverso i loro domini vivendo in lussuosi accampamenti. A partire dal 1559, gli imperatori etiopi cominciarono a trascorrere sempre più tempo intorno al lago Tana e nel 1635 fu fondata Gondar, a nord del lago Tana nell’attuale regione Amhara. Re Fasiladas iniziò la costruzione di castelli, in perfetto stile medioevale portoghese, palazzi e chiese, quest’ultime richiamanti la tradizione etiopica.
Ho visitato Gondar per la prima volta nel 2007, esattamente l’11 settembre del 2007. Ricordo questa data perché era il capodanno del 2000 secondo il calendario etiope e il paese era in fibrillazione. L’Etiopia segue il calendario copto che è 7 anni e 113 giorni in ritardo sul nostro calendario. Era piena stagione delle piogge, la regione era molto verde e ricordo i castelli di Gondar come un insolito paesaggio per l’Africa: sembrava di stare a Camelot più che in Africa.

Gondar 2007 
Gondar 2007
L’Era dei Principi terminò nel 1855, con la presa del potere dell’imperatore Teodoro II, che, dopo aver accorpato i numerosi feudi in cui era suddiviso l’Impero centralizzando in tal modo il potere, iniziò l’opera di modernizzazione dell’Etiopia. Tuttavia, nel 1868, in seguito alla detenzione di alcuni missionari e rappresentanti del governo britannico, la Gran Bretagna lanciò una vittoriosa spedizione punitiva in Etiopia, al cui termine l’Imperatore si suicidò. Con la costruzione del canale di Suez iniziò la colonizzazione dell’Africa da parte dei paesi europei. Nel 1870 cominciò la penetrazione coloniale italiana nell’Eritrea e i primi scontri con l’impero d’Etiopia, l’Eritrea fu conquistata nel 1888. Le mire espansionistiche italiane furono però bloccate ad Adua il 1 marzo 1896, dove gli Etiopi inflissero una pesante sconfitta agli italiani.
Menelik II salì al trono nel 1889 e regnò fino al 1913. Già sovrano della regione di Scioà, unificò il suddetto regno di Scioà, i territori degli Oromo, il Tigray e l’Amhara.
Fu Menelik a spostare la capitale ad Addis Abeba con l’idea di annettere al regno del nord anche il sud del paese, infatti Addis Abeba si trova esattamente al centro dell’Etiopia. In un primo momento Menelik si stabilì sul monte Entoto, ma, narra la leggenda, che sua moglie lo fece spostare nell’attuale piana di Addis perché voleva stare vicino alla fonte termale. Tutt’oggi le ricche signore di Addis e i turisti possono continuare a bagnarsi in queste acque presso l’hotel Hilton e lo Sheraton di Addis.
Saffolina è stata ospite all’Hilton molte volte nonostante fossero vietati gli animali grazie alla gentilezza e alla comprensione del concierge.

2017 all’Hilton 
2017 Saffolina all’Hilton
Alla morte di Menelik II il regno passò nelle mani del nipote, che fu deposto nel corso di una rivolta, e poi in quelle dell’imperatrice Zauditù che divise conflittualmente il potere con l’erede designato, Ras Tafarì Maconnèn, che nel 1930 salì al potere con il nome di Hailè Sellasiè, in seguito all’improvvisa morte dell’imperatrice. Fu proprio Hailé Selassié il principale artefice dell’ingresso dell’Etiopia come primo stato africano nella Società delle Nazioni nel 1923.
L’attacco italiano sferrato senza dichiarazione di guerra ebbe il via il 3 ottobre 1935. Fu condannato dalla Società delle nazioni e fu condotto anche con l’utilizzo di armi proibite dalle convenzioni. Gli italiani riuscirono a sconfiggere la resistenza degli etiopi e a spingersi fino alla capitale, nella quale entrarono il 5 maggio 1936, mentre l’imperatore Hailé Selassié andò in volontario esilio. L’Etiopia fu così annessa all’Africa Orientale Italiana. Le leggi del Regno d’Italia furono applicate in tutto l’Impero e la schiavitù fu abolita. In pochi anni gli italiani costruirono un paese e le poche strade percorribili oggi in Etiopia sono un’eredità degli italiani.

mappa delle strade italiane in Etiopia 
Saffolina in viaggio sulle strade imperiali
Dopo la dissoluzione dell’impero coloniale italiano e la liberazione dell’Etiopia da parte degli inglesi, nel 1941, Hailè Selassiè ridivenne imperatore ricominciando la sua opera di riforma sopprimendo il potere dell’aristocrazia terriera, riformando l’esercito e promulgando la prima Costituzione nel 1955. La capitale rimase Addis Abeba, sebbene l’imperatore prese in considerazione l’idea di spostarla a Bahar Dar sul lago Tana sempre nella regione Amhara. Oggi Bahar Dar è una delle più belle città etiopi, famosa per le cascate del Nilo Blu e i monasteri costruiti sulle isole del lago.
Per me Bahar Dar rimarrà sempre il posto dove ho mangiato per la prima volta l’injera (2006), il piatto base della cucina etiope. un pane fermentato dalla consistenza inquietante, il colore grigio e il sapore acido. Per tutto il resto del mondo Bahar Dar è famosa per le chiese copte costruite sulle isole del lago Tana e per le monumentali cascate del Nilo Blu, che nasce proprio dal lago Tana, che ho visitato nel 2007.

lago Tana 2006 
lago Tana 2006 
Cascate del Nilo Blu 2007 
Cascate del Nilo Blu 2007
Hailè Selassiè fu icona e “messia” della corrente politico-religiosa nota come Rastafarianesimo, riconosciuto come il ‘re dei re’ dai rastafari, il secondo cristo, il leone conquistatore della tribù di Giuda, discendente diretto di re Salomone e della regina di Saba. Nel 1948 l’imperatore donò 500 acri di terreno nei pressi della città di Sciasciamanna nella regione dell’Oromia a 250km da Addis Abeba alla Ethiopian World Federation, un’organizzazione non governativa che si occupava di permettere agli afro-americani di tornare a vivere nelle loro terre ancestrali dell’Africa. Riunite in questa comunità, le persone pregano, leggono la Bibbia e fumano la “ganja”, la cannabis, che secondo i rastafariani sollecita il risveglio spirituale
Ho visitato questo posto nel 2014. Abbassando il finestrino della macchina, si entra subito nell’atmosfera del luogo: odore di cannabis e musica reggae.

Sciasciamanna 2014 
Sciasciamanna 2014
Il 12 settembre del 1974 un colpo di Stato compiuto da un gruppo di ufficiali dell’esercito etiope segnò l’inizio della guerra civile. Il Derg detronizzò Hailé Selassié e il 12 marzo del 1975 proclamò la fine del regime imperiale e la nascita di uno Stato comunista. Hailé Selassié morì il 27 agosto di quell’anno, probabilmente soffocato con un cuscino. Nel 1977, nella lotta interna tra le diverse fazioni del Derg, prevalse quella più radicale guidata dal maggiore Menghistu Hailè Mariam che instaurò per alcuni anni il cosiddetto regime del Terrore Rosso. Durante la dittatura del Derg, la componente etnica scompare dalla scena politica. Menghistu era un Wolaita, Southern Region, un etnia del sud, ma soprattutto fu la sua politica di stampo socialista e fortemente centralizzata a eliminare la dimensione etnica in favore di una visione pan-etiopica.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel 1952, le Nazioni Unite avevano stabilito che l’Eritrea (nazione prevalentemente di etnia tigrina, colonia italiana fino al 1941 e occupata dai britannici fino al 1950), fosse federata con l’Etiopia mantenendo la sua autonomia. In realtà l’Etiopia perpetuò l’occupazione dell’Eritrea per trent’anni, fino al 1991 quando, dopo anni di lotta e esistenza, il Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo scacciò l’esercito etiope fuori dei confini eritrei e supportò il TPLF (Tigray People’s Liberation Front), movimento etiope di resistenza, per rovesciare la dittatura del Derg, che cadde nello stesso anno. Nel 1998 l’Etiopia, governata dal TPLF, invase la città di Badammè, invasione che portò alla morte di circa 19000 soldati eritrei e ad un pesante esodo di civili, oltre che ad un disastroso contraccolpo economico. Il conflitto eritreo-etiope terminò nel 2000, con un negoziato che si concluse con l’Accordo di Algeri, con il quale si affidò ad una commissione indipendente delle Nazioni Unite il compito di definire i confini tra le due nazioni, ma non fu la fine delle ostilità.
Nel 1989, il Negus Rosso perse l’appoggio dell’URSS e nel 1991, la lotta armata condotta dal Tigray People’s Liberation Front (TPLF) di Meles Zenawi – alla guida di una coalizione di movimenti costituiti su basi etniche, l’Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (EPRDF) – si concluse con la destituzione di Menghistu Hailemariam e al liberazione del paese da una terribile dittatura. Menghistu fuggì in Zimbabwe. La caduta del regime del Derg pose le basi per un profondo rinnovamento dello stato, fino ad allora fortemente centralizzato. L’etnicità fu assunta a elemento politico fondante del sistema, e le rivendicazioni dei diversi gruppi etnici furono riassunte in una comune agenda politica. Fu avviato un processo di decostruzione della narrazione pan-etiopica, su cui si fondava l’idea dello stato-nazione Etiopia, e le relazioni interetniche furono istituzionalizzate entro la cornice giuridica di una federazione volontaria. Tale articolazione si tradusse nell’adozione di una Costituzione federale, nel dicembre del 1994: i confini dei nove stati regionali che componevano la federazione furono tracciati seguendo linee etno-linguistiche, nell’ambito di un processo di territorializzazione dell’etnicità. A partire dalla fine degli anni Novanta, la netta svolta autoritaria del regime di Meles risultò funzionale a rafforzare il dominio della minoranza tigrina sulle istituzioni politiche e militari del paese. Meles Zenawi, leader del Fronte di liberazione del Tigray, restò a capo di un governo di transizione dal 1991 al 1995, quando si tennero le prime elezioni multipartitiche della nuova Repubblica, dopo le quali venne nominato primo ministro. Zenawi fu riconfermato alle elezioni del 2000, 2005 e 2010.
Alla sua morte improvvisa nel 2012 venne sostituito al potere da Hailè Mariam Desalegn, di etnia tigrina, confermato alle elezioni del 2015. Gli anni che seguirono sono stati caratterizzati da una forte incertezza politica e continue proteste da parte degli Oromo, che rappresentano il 35% della popolazione etiope. La repressione governativa, durante lo stato di emergenza, ha portato all’arresto di molte persone e ha causato un numero imprecisato di morti.
In questo contesto, è avvenuta l’ascesa di Abiy Ahmed, membro di spicco della OPD (Oromo Democratic Party). La nomina di un rappresentante Oromo alla guida del governo di Etiopia sembrò porre le basi per una rottura degli equilibri costituiti. Ed effettivamente, tra le prime misure adottate, Abiy mise fine allo stato di emergenza, decise la liberazione di numerosi prigionieri politici, annunciò aperture del sistema politico ed economico, e avviò un processo di riconciliazione con gli attori armati attivi nel paese che avrebbe condotto alla firma di accordi di pace. Tuttavia è un dato di fatto che i gruppi Oromo abbiano continuato le loro proteste perché non hanno ritenuto soddisfatte tutte le loro istanze, che gli Amhara non si siano sentiti rappresentati da un esponente Oromo e nel 2019 abbiano tentato un colpo di stato, e che i Tigrini non abbiano alcuna intenzione di rinunciare alla loro supremazia politico-economica. In politica estera avviò le trattative con Asmara per mettere fine alle ostilità tra Etiopia ed Eritrea. Nel 2019, il primo ministro etiope Abiy vinse il Nobel per la pace per “i suoi sforzi per raggiungere la pace e la cooperazione internazionale, e in particolare per la sua decisiva iniziativa nel risolvere il conflitto con la confinante Eritrea”.
“Dal premio Nobel per la pace alla guerra civile” hanno tuonato alcuni giornalisti dando prova della loro superficialità e dabbenaggine. Lo scontro armato tra il governo centrale di Addis Abeba e il Tigray People’s Liberation Front (TPLF) ha radici profonde che vanno innanzitutto comprese prima che giudicate, e probabilmente la situazione è molto più complicata di come amano presentarla certi giornalisti.
La politica di Abiy, per quanto visionaria fosse, non è stata compresa dal suo popolo o forse non c’erano le condizioni perché ciò potesse avvenire. Allentata la presa militare, la questione etnica che, per secoli ha bruciato sotto la cenere, è esplosa in tutto il paese coinvolgendo anche l’Eritrea da sempre etnicamente legata all’Etiopia.
Non ho un’opinione a riguardo. Avevo solo una storia da raccontarvi: la storia dell’Etiopia, un paese bellissimo che mi ha accolto tanti anni fa regalandomi quello che sono diventata. Vi ho raccontato la storia di quei luoghi oggi in fiamme. Vi ho raccontato la complessità di un paese che sta ancora scrivendo la propria storia e purtroppo la storia si scrive con il sangue.
Wally
C’è una grande acacia nella scarpata sotto la nostra casa, uno dei pochi alberi che sono riusciti a crescere su queste aride colline. Ha affondato le sue radici trai sassi e a fatica tende le sue foglie al vento.
‘Raccontami la storia di Wally’ chiese il gatto colorato all’acacia.
‘Già conosci la storia di Wally’ rispose l’acacia.
‘Raccontamela ancora’ insistette il gatto colorato
‘Wallyna è nata nella foresta un giorno di maggio, era appena cominciata la stagione delle piogge e la sua mamma, per mettere al mondo la sua prima cucciolata, si era riparata in un buco tra le radici di un grande albero.
Il papà di Wallyna era un gattopardo, mentre la sua mamma era un bellissima micetta bianca con le strisce grigio perla. Nacquero 3 cuccioli in una notte di pioggia. l’ultima era una femminuccia, era piccolina, era bianca e grigia come la sua mamma e come il suo papà aveva una macchiolina leopardata sulla pancia, era la nostra Wally.
I giorni passavano lentamente sotto una pioggia scrosciante, il cielo era nuvolo e la notte buia senza la luna. I fratelli di Wallyna crescevano velocemente e avevano già aperto gli occhi sul mondo, solo Wallyna rimaneva rannicchiata al buio tra il pelo della sua mamma.
La notte che Wallyna decise di aprire gli occhi, il cielo era limpido e la luna dipinse di giallo i suoi occhi di cucciolo. La cucciolata crebbe e i gattini cominciarono ad esplorare il mondo, ma, mentre i suoi fratelli correvano per la foresta, Wallyna andava sempre in una direzione, attratta come una calamita, e ogni giorno si avvicinava sempre di più al limite invalicabile che divideva la foresta dal villaggio degli umani. Con il tempo divenne sempre più difficile per la sua mamma controllare questo cucciolo irrequieto e così intervenne il suo papà: “Wally, figlia mia, lascia stare gli umani. loro non sono come noi, loro non conoscono la legge della foresta, non conoscono la pietà degli alberi, l’onestà della luna, la generosità della pioggia. Da loro avrai solo dolore, figlia mia lascia stare gli umani.”
Wallyna lo guardava con i suoi immensi occhi gialli e non voleva credere alle sue parole. Wallyna era convinta ci fosse del buono tra gli uomini, glielo aveva detto la luna, e alla luna aveva promesso che avrebbe insegnato agli umani la sua magia.
“Wally” insistette suo padre “se decidi di andare, sarà per sempre. la foresta non ti permetterà di tornare”.
Wallyna distolse lo sguardo dal suo papà, guardò un’ultima volta la sua mamma e andò verso il mondo degli umani. Procedeva lentamente, con il suo inconfondibile passo a papera, aveva paura, ma aveva fatto una promessa alla luna. Ad un tratto pensò alla sua mamma, al suo pelo profumato, ebbe un attimo di incertezza, si voltò per cercare il suo sguardo trai rami, ma non la vide, non vide più nessuno. Arrivata alla rete, prese un grosso respiro, chiuse gli occhi e passò attraverso di essa. fu un attimo e sentì un forte dolore, la punta del suo orecchio non c’era più, avrebbe voluto correre dalla sua mamma, tornare indietro, ma ormai era troppo tardi. senza un orecchio e con tanta paura iniziò la sua nuova vita.
L’inizio della convivenza non fu facile, Wallyna imparò a suon di calci e sassate che era meglio stare lontano dagli essere umani. Non c’era modo di ricevere nulla da loro, neanche uno sguardo. Riusciva a sopravvivere rubando un pò di cibo e bevendo alle pozzanghere. I giorni passavano e wallyna non capiva perchè la luna le avesse mentito: non c’era nulla in quel mondo che assomigliasse alla profondità della foresta.
Wallyna girava tra le scatole di metallo degli umani, cercando di trovare il buono che le aveva promesso la luna ma ogni giorno che passava era un’altra delusione fino a quando vide qualcosa che la incuriosì parecchio. Un gatto, un gatto colorato che viveva insieme a degli umani in una scatola di metallo. Wallyna si appostò fuori la loro scatola di metallo e li osservava da lontano, non aveva voglia di prendersi altri calci. Con il tempo si convinse che quel gatto era felice, che quelle strane creature che vivevano con lui erano buone. Cominciò ad avvicinarsi a quella scatola di metallo e un giorno una mano le offri del cibo.
Wallyna guardò la luna e sorrise.
Nei giorni successivi, trovò sempre una mano ad offrirle del cibo e così ogni sera tornava a quella scatola di metallo fino al giorno in cui quella porta smise di aprirsi. Wallyna diede agli umani il beneficio del dubbio e continuò a tornare ogni sera, ma la scatola rimase chiusa. La delusione di Wallyna fu immensa, era talmente arrabbiata e mortificata che senza pensare all’avvertimento di suo padre, corse verso la foresta. La foresta non le permise di entrare e qualcosa di brutto le si scagliò contro ferendola terribilmente.
Wallyna ora era sola, ferita e terribilmente arrabbiata con la luna.
Era circa metà settembre, la scatola di metallo era chiusa da parecchi giorni, il gatto colorato era andato via, non c’era nessuno che potesse aiutarla e lei stava veramente messa mala con una zampina rotta e un buco nel costato. Non riusciva a camminare, non riusciva a cacciare, non riusciva a respirare. I suoi grandi occhi gialli si riempirono di rabbia, guardò la luna e le disse: “non voglio morire”. Wallyna era disperata, talmente disperata che decise di tentare il tutto per tutto e si trascinò di nuovo tra le scatole di metallo, Le ore passavano e il dolore aumentava, la fame e la sete erano insopportabili, fino a quando ad un certo punto rivide quel gatto, il gatto colorato che viveva con gli umani. Era tornato e con lui quelle strane creature dall’aspetto umano, ma con gli occhi profondi come la foresta.
Wallyna si avvicnò a loro e le strane creature la nutrirono, la curarono, le diedero amore e Wally piano piano guarì.
La luna aveva ragione, tra gli uomini c’è del buono. Ci sono strane creature che conoscono la legge della foresta e hanno un cuore grande. Il gatto colorato lo sapeva bene.
Wallyna, senza il suo orecchio e con la sua macchiolina leopardata sulla pancia, cominciò a vivere con loro e queste strane creature si presero cura di lei con amore e pazienza”.
‘Dove credi che sia ora?’ chiese il gatto colorato dopo un lungo silenzio.
‘E’ tornata qui’
Buon viaggio amico Pittore
Buon viaggio amico pittore, ci piace pensare di averti lasciato un po’ di noi, delle nostre vite, della nostra follia, ci piace pensare che i colori di questa terra abbiano sporcato i tuoi acquarelli e i suoni della foresta abbiano graffiato la tua anima.
Buon viaggio amico pittore, racconta i nostri cuori sospesi in questa vallata e i nostri sogni che corrono sul fiume, racconta l’impronta nella terra, gli uccelli in volo, il vecchio ponte e i suoi segreti, racconta gli occhi neri.
Buon viaggio amico pittore, non dimenticare ogni singolo battito d’ali di farfalla, non dimenticare le parole regalate.
Buon viaggio amico pittore, portaci via da questo incantesimo, portaci via dai nostri ricordi, portaci via anche solo un istante.
Buon viaggio amico pittore, non voltarti, non cercarci trai tuoi appunti, saremo il rosso, il verde e il giallo dei tuoi acquerelli.
(al mio amico Stefano Faravelli)
L’albero genealogico

Saffolina 
Rocco 
Forrest 
Wally 
Wallyni 1 
Birba 
Arya Lia Elmo Macchia Etta 
Gatto Bianco 
Wallyno 2 + Wallyni 3

la colonia 
Gattoboy, Geco e Gufetta 
Wallyni 3 
Mirimiri etc 
Mirimiri
Al principio fu Saffolina e poi tuttigatti.
Saffolina, è stata trovata a 100km di distanza dal luogo dei nostri racconti ed infatti è fisicamente e caratterialmente molto diversa da tutti gli altri gatti. Ha le orecchie esageratamente grandi con i ciuffetti sulla punta, è slanciata e molto poco accondiscendente. E’ stata la calamita che ha attirato a sé tutti i gatti che sono poi entrati a far parte della nostra vita.
Wally è arrivata senza un orecchio, con un buco nel costato e una zampa rotta. L’abbiamo curata e non l’abbiamo più abbandonata, e anche ora che non c’è più non passa un giorno che io non pensi a lei. Wally era la gattina della luna, era la parte migliore di me. L’abbiamo trovata al villaggio dove abbiamo vissuto per due anni e poi è venuta con noi al campo dove abbiamo vissuto gli ultimi anni, e poi purtroppo l’ho portata in Italia. Il suo spirito è tornato in Africa e ora veglia sulla sua numerosa progenie. Wally ha avuto tre gravidanze: quattro Wallyni 1 con Silvestro, tre Wallyni 2 con Rocco e tre Wallyni 3 con Gatto Bianco…. gattina di facili costumi. Abbiamo perso le tracce dei Wallyni 1. Della seconda cucciolata è sopravvissuto solo un Wallyno, che è diventato grande e forte e, per motivi territoriali, si è allontanato. Sono sopravvissuti solo due dei tre Wallyni 3: il maschio si è spostato alla colonia, mentre la femmina, identica a Wally per dimensioni e facili costumi, sta al campo.
Birba è arrivata piccolissima con una corda al collo che voleva essere un guinzaglio, dopo una prima rocambolesca settimana ha deciso di adottarci. Birbetta ha avuto tre cucciolate e tutte con Gatto Bianco… gattina di sani principi. La prima cucciolata era composta da Elmo, Lia, Macchia, Etta e Arya. Elmo è scomparso, Lia è in Italia con i miei genitori, Arya e Birba sono in Italia con Ornellina e Macchia e Etta vivono nei pressi della colonia. la seconda cucciolata, Gattoboy, Geco e Gufetta,sono state adottate da un nostro amico. La terza cucciolata è diventata la colonia giù alla piana.
Rocco e Forrest hanno fatto parte della nostra vita per un pò, giusto il tempo di mettere incinta Wally (Rocco) e di riempire di botte Birba e Wally (Forrest). Anche Forrest ha avuto dei cuccioli da quel rubacuori di Rocco. Non sono venuti con noi al campo perché la loro casa era il villaggio.
Gatto Bianco è uscito dalla foresta quando siamo arrivati al campo. E’ il vero maschio alfa e non fa avvicinare nessun altro gatto al suo territorio e alla popolazione femminile che vi abita. I due maschi di Wally una volta cresciuti sono stati cacciati, così come qualsiasi altro gatto maschio che ha provato ad avvicinarsi, incluso il temibile Scarface.
Non entriamo nel dettaglio delle seconde generazioni perché abbiamo finito i nomi, ma i cuccioli sono cresciuti e continuano a crescere, vivono ai bordi della foresta in uno stato praticamente selvatico e in loro c’è un po’ dei nostri gatti che abbiamo tanto amato.
Da menzionare solo la prima cucciolata di Etta e la piccola Mirimiri. L’avevo portata a casa per farla morire circondata d’amore, ma lei ha deciso che non aveva proprio voglia di morire ed ora il mio piccolo miracolo è qui con me.
Li abbiamo amati tutti: alcuni hanno chiesto il nostro aiuto, altri hanno attraversato la nostra vita per poi tornare nella foresta, altri ci hanno lasciato, altri ancora sono rimasti con noi, ma tutti ci hanno fatto battere il cuore, tutti fanno parte delle Storie di Saffolina.


































































