I fuochi dell’Etiopia

Quando nel 2006 mi fu chiesto di partire per l’Etiopia, decisi che la prima cosa da fare era capire dove fosse questo paese, la seconda dirlo ai miei genitori.

Nel mio immaginario l’Etiopia era “we are the world”, erano le immagini della carestia del 1985 che scorrevano sulle note della famosa canzone scritta da Michael Jackson, era “la battaglia di Adua” o “le colonie italiane in Africa orientale” paragrafi di storia studiati alla fine dell’anno scolastico. La verità è che, nonostante i miei 60/60 di diplona e laurea in ingegneria, io non sapevo neanche dove fosse di preciso l’Etiopia. Cercai su google e scoprii che l’Etiopia è un Paese dell’Africa orientale che confina a Nord con l’Eritrea, a Nord-Est con Gibuti, a Est e a Sud-Est con la Somalia, a Sud con il Kenya e a Ovest con il Sudan e il Sudan del sud. Una terra di altopiani, ricca di laghi e fiumi, una terra senza il mare. 100 milioni di abitanti, circa 80 etnie e lingue diverse.

Scoperto dove fosse l’Etiopia e cosa dovessi mettere in valigia, andai dai miei genitori e gli dissi: “mamma, devo dirti una cosa”, e mia madre: “sei incinta”, ed io: “no mamma, parto per l’Etiopia”, e lei: “era meglio se fossi stata incinta”.

Da allora, la mia vita è stata legata a questo paese che ho imparato a conoscere, ad amare, nella sua complessità e nella sua bellezza e che oggi le testate internazionali annunciano essere sul baratro di una guerra civile.

Molte persone mi hanno contattato per chiedermi cosa stesse succedendo in Etiopia, io non ho una risposta, ho solo una storia da raccontarvi.

La regione dell’Etiopia è stata abitata dall’uomo fin dai tempi preistorici, nella Rift Valley sono stati scoperti i resti di molti ominidi oggi conservati nel museo di Addis Abeba. In questa valle fu trovata Lucy, lo scheletro di un australopiteco che deve il suo nome ad una celebre canzone dei Beatles “Lucy in the sky with diamonds”. Ho conosciuto personalmente Lucy e l’ho presentata a mia sorella nel 2007 e a mia madre nel 2017 .

Intorno all’VIII secolo a.C. si sviluppò nei territori corrispondenti all’odierne Eritrea e Etiopia settentrionale il regno di D’mt fortemente legato al regno yemenita dei Sabei (regno di Saba) e alla cultura ebraica. L’influenza dell’ebraismo nella tradizione religiosa etiope è evidente. Nei testi sacri della chiesa ortodossa etiope, l’Etiopia è presentata come la nuova terra dell’Alleanza, fatto simboleggiato dal dono dell’Arca che Salomone fece alla regina di Saba. Tutt’oggi la tradizione vuole che l’Arca sia nascosta in una delle chiese copte in Etiopia. Esistono migliaia di chiese e altrettante copie dell’Arca, stratagemma ideato per proteggere la vera Arca, e ogni Arca è custodita da un sacerdote designato a questo compito a vita.

Il regno di D’mt fu presto sostituito da tanti piccoli regni. Nel I secolo a.C. fu il regno di Axum ad imporsi sugli altri, regno fondato dal mitico re Menelik I, figlio della regina di Saba e di Re Salomone.

Axum si trova nella regione del Tigray ed è considerata dagli etiopi uno dei più importanti centri religiosi. In molti credono che l’Arca dell’Alleanza sia nascosta proprio nella chiesa di Nostra Signora Maria di Sion ad Axum.

Molti di voi avranno sentito parlare di Axum per vie della famosa stele portata in Italia nel 1935 dai soldati italiani che la trovarono, e restituita, tra mille polemiche, dal governo italiano all’Etiopia nel 2005. In realtà la stele restituita è una delle tante steli che caratterizzano la piana di Axum e che probabilmente avevano la funzione di segnalare la presenza di una tomba.

Il regno di Axum crebbe e prosperò, e sotto il re Ezana (secolo IV) si convertì al cristianesimo. Sempre nel IV secolo, il regno di Axum ebbe il suo momento di massima espansione, quando giunse a controllare Etiopia, Eritrea, Sudan, Egitto meridionale, Gibuti, Somalia occidentale, Yemen e Arabia Saudita, ma di lì a poco iniziò il suo declino. Il Medioevo etiope cominciò intorno all’anno mille quando la regina ebrea Giudit invase il regno di Axum e distrusse tutte le chiese cristiane.

Nel 1137 la dinastia Zagwè prese il controllo del regno e ripristinò il cristianesimo come religione di stato. Fu sotto questa dinastia che venne costruita Lalibela, la Gerusalemme d’Africa, vicino alla nuova capitale Adafa nella regione Amhara.

Il re Lalibela decise di costruire la nuova Gerusalemme in risposta alla conquista della città santa da parte dei musulmani nel 1187. Le chiese furono scolpite in blocchi monolitici di roccia rosa, dall’alto verso il basso. Ci vollero decenni per intagliare queste chiese nella roccia, ma la leggenda volle che il lavoro fu fatto dagli angeli in una notte sola.

Lalibela è stata dichiarata patrimonio dell’Unesco, è oggi meta di molti turisti, ma resta sempre uno dei principali centri religiosi dell’Etiopia. Ho visitato Lalibela due volte: la prima nel 2008 con mia sorella, la seconda nel 2015 con Stefano. E’ un posto meraviglioso, dall’atmosfera suggestiva, e non potrò mai dimenticare il rosa delle sue chiese al tramonto. Le due visite sono state molto diverse tra loro: nel 2008 c’erano pochissimi turisti, non c’erano strutture alberghiere e Lalibela era veramente persa nel nulla, nel 2015 l’hanno evidentemente ritrovata, e confortevoli e confortanti alberghi hanno reso la visita piacevole a noi e ai numerosi altri turisti muniti di cappellino e guida al seguito. Ad ogni modo, il fascino della Gerusalemme d’Africa è rimasto invariato nel tempo.

Il regno Zagwè si estendeva dagli altipiani dell’Eritrea e del Tigray fino al Lago Tana. L’ultimo re Zagwè fu ucciso nel 1270 da Yekuno Amlak che fondò la moderna dinastia salomonica facendo discendere la propria stirpe direttamente dal biblico re Salomone. Il regno divenne l’impero di Etiopia e comprendeva le regioni del Tigray, Amhara e Scioà, e gli imperatori venivano chiamati Negus. L’impero d’Etiopia ebbe fine nel 1974 , quando un colpo di stato, capeggiato dal dittatore Mengistu Haile Mariam, depose l’imperatore Hailè Selassiè. .

Tra la metà del XVII secolo e il 1855, l’Etiopia visse un periodo di isolamento chiamato “l’Era dei Principi”, durante il quale il paese fu diviso in numerosi feudi indipendenti guidati dai Ras e perennemente in guerra tra loro. Gli imperatori erano dell’etnia Oromo e avevano potere solo nella regione intorno alla capitale Gondar. Fu un periodo di ristagno culturale e arretratezza.

In realtà fino al XVI secolo i Negus non avevano una residenza fissa, ma si muovevano con la corte attraverso i loro domini vivendo in lussuosi accampamenti. A partire dal 1559, gli imperatori etiopi cominciarono a trascorrere sempre più tempo intorno al lago Tana e nel 1635 fu fondata Gondar, a nord del lago Tana nell’attuale regione Amhara. Re Fasiladas iniziò la costruzione di castelli, in perfetto stile medioevale portoghese, palazzi e chiese, quest’ultime richiamanti la tradizione etiopica.

Ho visitato Gondar per la prima volta nel 2007, esattamente l’11 settembre del 2007. Ricordo questa data perché era il capodanno del 2000 secondo il calendario etiope e il paese era in fibrillazione. L’Etiopia segue il calendario copto che è 7 anni e 113 giorni in ritardo sul nostro calendario. Era piena stagione delle piogge, la regione era molto verde e ricordo i castelli di Gondar come un insolito paesaggio per l’Africa: sembrava di stare a Camelot più che in Africa.

L’Era dei Principi terminò nel 1855, con la presa del potere dell’imperatore Teodoro II, che, dopo aver accorpato i numerosi feudi in cui era suddiviso l’Impero centralizzando in tal modo il potere, iniziò l’opera di modernizzazione dell’Etiopia. Tuttavia, nel 1868, in seguito alla detenzione di alcuni missionari e rappresentanti del governo britannico, la Gran Bretagna lanciò una vittoriosa spedizione punitiva in Etiopia, al cui termine l’Imperatore si suicidò. Con la costruzione del canale di Suez iniziò la colonizzazione dell’Africa da parte dei paesi europei. Nel 1870 cominciò la penetrazione coloniale italiana nell’Eritrea e i primi scontri con l’impero d’Etiopia, l’Eritrea fu conquistata nel 1888. Le mire espansionistiche italiane furono però bloccate ad Adua il 1 marzo 1896, dove gli Etiopi inflissero una pesante sconfitta agli italiani.

Menelik II salì al trono nel 1889 e regnò fino al 1913. Già sovrano della regione di Scioà,  unificò il suddetto regno di Scioà, i territori degli Oromo, il Tigray e l’Amhara.

Fu Menelik a spostare la capitale ad Addis Abeba con l’idea di annettere al regno del nord anche il sud del paese, infatti Addis Abeba si trova esattamente al centro dell’Etiopia. In un primo momento Menelik si stabilì sul monte Entoto, ma, narra la leggenda, che sua moglie lo fece spostare nell’attuale piana di Addis perché voleva stare vicino alla fonte termale. Tutt’oggi le ricche signore di Addis e i turisti possono continuare a bagnarsi in queste acque presso l’hotel Hilton e lo Sheraton di Addis.

Saffolina è stata ospite all’Hilton molte volte nonostante fossero vietati gli animali grazie alla gentilezza e alla comprensione del concierge.

Alla morte di Menelik II il regno passò nelle mani del nipote, che fu deposto nel corso di una rivolta, e poi in quelle dell’imperatrice Zauditù che divise conflittualmente il potere con l’erede designato, Ras Tafarì Maconnèn, che nel 1930 salì al potere con il nome di Hailè Sellasiè, in seguito all’improvvisa morte dell’imperatrice. Fu proprio Hailé Selassié il principale artefice dell’ingresso dell’Etiopia come primo stato africano nella Società delle Nazioni nel 1923.

L’attacco italiano sferrato senza dichiarazione di guerra ebbe il via il 3 ottobre 1935. Fu condannato dalla Società delle nazioni e fu condotto anche con l’utilizzo di armi proibite dalle convenzioni. Gli italiani riuscirono a sconfiggere la resistenza degli etiopi e a spingersi fino alla capitale, nella quale entrarono il 5 maggio 1936, mentre l’imperatore Hailé Selassié andò in volontario esilio. L’Etiopia fu così annessa all’Africa Orientale Italiana. Le leggi del Regno d’Italia furono applicate in tutto l’Impero e la schiavitù fu abolita. In pochi anni gli italiani costruirono un paese e le poche strade percorribili oggi in Etiopia sono un’eredità degli italiani.

Dopo la dissoluzione dell’impero coloniale italiano e la liberazione dell’Etiopia da parte degli inglesi, nel 1941, Hailè Selassiè ridivenne imperatore ricominciando la sua opera di riforma sopprimendo il potere dell’aristocrazia terriera, riformando l’esercito e promulgando la prima Costituzione nel 1955. La capitale rimase Addis Abeba, sebbene l’imperatore prese in considerazione l’idea di spostarla a Bahar Dar sul lago Tana sempre nella regione Amhara. Oggi Bahar Dar è una delle più belle città etiopi, famosa per le cascate del Nilo Blu e i monasteri costruiti sulle isole del lago.

Per me Bahar Dar rimarrà sempre il posto dove ho mangiato per la prima volta l’injera (2006), il piatto base della cucina etiope. un pane fermentato dalla consistenza inquietante, il colore grigio e il sapore acido. Per tutto il resto del mondo Bahar Dar è famosa per le chiese copte costruite sulle isole del lago Tana e per le monumentali cascate del Nilo Blu, che nasce proprio dal lago Tana, che ho visitato nel 2007.

Hailè Selassiè fu icona e “messia” della corrente politico-religiosa nota come Rastafarianesimo, riconosciuto come il ‘re dei re’ dai rastafari, il secondo cristo, il leone conquistatore della tribù di Giuda, discendente diretto di re Salomone e della regina di Saba. Nel 1948 l’imperatore donò 500 acri di terreno nei pressi della città di Sciasciamanna nella regione dell’Oromia a 250km da Addis Abeba alla Ethiopian World Federation, un’organizzazione non governativa che si occupava di permettere agli afro-americani di tornare a vivere nelle loro terre ancestrali dell’Africa. Riunite in questa comunità, le persone pregano, leggono la Bibbia e fumano la “ganja”, la cannabis, che secondo i rastafariani sollecita il risveglio spirituale

Ho visitato questo posto nel 2014. Abbassando il finestrino della macchina, si entra subito nell’atmosfera del luogo: odore di cannabis e musica reggae.

Il 12 settembre del 1974 un colpo di Stato compiuto da un gruppo di ufficiali dell’esercito etiope segnò l’inizio della guerra civile. Il Derg detronizzò Hailé Selassié e il 12 marzo del 1975 proclamò la fine del regime imperiale e la nascita di uno Stato comunista. Hailé Selassié morì il 27 agosto di quell’anno, probabilmente soffocato con un cuscino. Nel 1977, nella lotta interna tra le diverse fazioni del Derg, prevalse quella più radicale guidata dal maggiore Menghistu Hailè Mariam che instaurò per alcuni anni il cosiddetto regime del Terrore Rosso. Durante la dittatura del Derg, la componente etnica scompare dalla scena politica. Menghistu era un Wolaita, Southern Region, un etnia del sud, ma soprattutto fu la sua politica di stampo socialista e fortemente centralizzata a eliminare la dimensione etnica in favore di una visione pan-etiopica.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel 1952, le Nazioni Unite avevano stabilito che l’Eritrea (nazione prevalentemente di etnia tigrina, colonia italiana fino al 1941 e occupata dai britannici fino al 1950), fosse federata con l’Etiopia mantenendo la sua autonomia. In realtà l’Etiopia perpetuò l’occupazione dell’Eritrea per trent’anni, fino al 1991 quando, dopo anni di lotta e esistenza, il Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo scacciò l’esercito etiope fuori dei confini eritrei e supportò il TPLF (Tigray People’s Liberation Front), movimento etiope di resistenza, per rovesciare la dittatura del Derg, che cadde nello stesso anno. Nel 1998 l’Etiopia, governata dal TPLF, invase la città di Badammè, invasione che portò alla morte di circa 19000 soldati eritrei e ad un pesante esodo di civili, oltre che ad un disastroso contraccolpo economico. Il conflitto eritreo-etiope terminò nel 2000, con un negoziato che si concluse con l’Accordo di Algeri, con il quale si affidò ad una commissione indipendente delle Nazioni Unite il compito di definire i confini tra le due nazioni, ma non fu la fine delle ostilità.

Nel 1989, il Negus Rosso perse l’appoggio dell’URSS e nel 1991, la lotta armata condotta dal Tigray People’s Liberation Front (TPLF) di Meles Zenawi – alla guida di una coalizione di movimenti costituiti su basi etniche, l’Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (EPRDF) – si concluse con la destituzione di Menghistu Hailemariam e al liberazione del paese da una terribile dittatura. Menghistu fuggì in Zimbabwe. La caduta del regime del Derg  pose le basi per un profondo rinnovamento dello stato, fino ad allora fortemente centralizzato. L’etnicità fu assunta a elemento politico fondante del sistema, e le rivendicazioni dei diversi gruppi etnici furono riassunte in una comune agenda politica. Fu avviato un processo di decostruzione della narrazione pan-etiopica, su cui si fondava l’idea dello stato-nazione Etiopia, e le relazioni interetniche furono istituzionalizzate entro la cornice giuridica di una federazione volontaria. Tale articolazione si tradusse nell’adozione di una Costituzione federale, nel dicembre del 1994: i confini dei nove stati regionali che componevano la federazione furono tracciati seguendo linee etno-linguistiche, nell’ambito di un processo di territorializzazione dell’etnicità. A partire dalla fine degli anni Novanta, la netta svolta autoritaria del regime di Meles risultò funzionale a rafforzare il dominio della minoranza tigrina sulle istituzioni politiche e militari del paese. Meles Zenawi, leader del Fronte di liberazione del Tigray, restò a capo di un governo di transizione dal 1991 al 1995, quando si tennero le prime elezioni multipartitiche della nuova Repubblica, dopo le quali venne nominato primo ministro. Zenawi fu riconfermato alle elezioni del 2000, 2005 e 2010.

Alla sua morte improvvisa nel 2012 venne sostituito al potere da Hailè Mariam Desalegn, di etnia tigrina, confermato alle elezioni del 2015. Gli anni che seguirono sono stati caratterizzati da una forte incertezza politica e continue proteste da parte degli Oromo, che rappresentano il 35% della popolazione etiope. La repressione governativa, durante lo stato di emergenza, ha portato all’arresto di molte persone e ha causato un numero imprecisato di morti.

In questo contesto, è avvenuta l’ascesa di Abiy Ahmed, membro di spicco della OPD (Oromo Democratic Party). La nomina di un rappresentante Oromo alla guida del governo di Etiopia sembrò porre le basi per una rottura degli equilibri costituiti. Ed effettivamente, tra le prime misure adottate, Abiy mise fine allo stato di emergenza, decise la liberazione di numerosi prigionieri politici, annunciò aperture del sistema politico ed economico, e avviò un processo di riconciliazione con gli attori armati attivi nel paese che avrebbe condotto alla firma di accordi di pace. Tuttavia è un dato di fatto che i gruppi Oromo abbiano continuato le loro proteste perché non hanno ritenuto soddisfatte tutte le loro istanze, che gli Amhara non si siano sentiti rappresentati da un esponente Oromo e nel 2019 abbiano tentato un colpo di stato, e che i Tigrini non abbiano alcuna intenzione di rinunciare alla loro supremazia politico-economica. In politica estera avviò le trattative con Asmara per mettere fine alle ostilità tra Etiopia ed Eritrea. Nel 2019, il primo ministro etiope Abiy vinse il Nobel per la pace per “i suoi sforzi per raggiungere la pace e la cooperazione internazionale, e in particolare per la sua decisiva iniziativa nel risolvere il conflitto con la confinante Eritrea”.

“Dal premio Nobel per la pace alla guerra civile” hanno tuonato alcuni giornalisti dando prova della loro superficialità e dabbenaggine. Lo scontro armato tra il governo centrale di Addis Abeba e il Tigray People’s Liberation Front (TPLF) ha radici profonde che vanno innanzitutto comprese prima che giudicate, e probabilmente la situazione è molto più complicata di come amano presentarla certi giornalisti.

La politica di Abiy, per quanto visionaria fosse, non è stata compresa dal suo popolo o forse non c’erano le condizioni perché ciò potesse avvenire. Allentata la presa militare, la questione etnica che, per secoli ha bruciato sotto la cenere, è esplosa in tutto il paese coinvolgendo anche l’Eritrea da sempre etnicamente legata all’Etiopia.

Non ho un’opinione a riguardo. Avevo solo una storia da raccontarvi: la storia dell’Etiopia, un paese bellissimo che mi ha accolto tanti anni fa regalandomi quello che sono diventata. Vi ho raccontato la storia di quei luoghi oggi in fiamme. Vi ho raccontato la complessità di un paese che sta ancora scrivendo la propria storia e purtroppo la storia si scrive con il sangue.

10 pensieri riguardo “I fuochi dell’Etiopia

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