A Star is Born

Ora che ho un blog e sono una star del web, mi sento in dovere di raccontarvi come è cominciato tutto.

Sono nata un giorno di dicembre, per convenzione festeggio il 26 Dicembre, che è anche Santo Stefano, ma per motivi burocratici sul passaporto c’è scritto che sono nata il 4 Dicembre, Santa Barbara, la santa protettrice dei cantieri. Ad ogni modo, sono nata un giorno di dicembre del 2016.
Mamma gatta aveva partorito nella soffitta degli uffici di un cantiere a sud dell’Etiopia. Eravamo tanti, ma lei si prendeva sempre cura di tutti. Alcuni dei miei fratelli erano molto prepotenti e non mi lasciavano mangiare. Ero molto gracilina e avevo un’occhietto fuori uso, ma ero felice di essere venuta al mondo. I giorni passavano ed io aspettavo con ansia il momento in cui mamma gatta ci avrebbe portato nella foresta. Non smetteva mai di farci le sue raccomandazioni: “quando saremo nella foresta, dovete ubbidirmi. Se vi dico di stare nascosti, non dovete uscire, se vi dico di seguirmi, non dovete perdere tempo”.

Quel giorno finalmente arrivò, arrivò per tutti, ma non per me.

Era mattino presto quando mamma gatta cominciò a portare fuori i miei fratelli uno per volta. Ero molto emozionata e non vedevo l’ora di vedere il mondo fuori da quella soffitta. Portò via tutti, ma non tornò a prendere me.

“Tra poco arriverà”, mi ripetevo “devo solo aspettare in silenzio, non devo allontanarmi, tra poco lei sarà qui”

Cercavo di ricordare l’ultima sua carezza, cercavo di ricordare il suo odore, cercavo di ricordare il sapore del latte caldo. Iniziavo ad avere fame e sete, iniziavo ad avere freddo, iniziavo a pensare che lei non sarebbe mai tornata. Avevo paura. Avevo tanta paura di morire, di non avere la possibilità di vedere il mondo fuori la soffitta.

Dopo la notte è arrivato il giorno e lo spazio sotto la soffitta si è animato di tante voci colorate. Cominciai a piangere, a piangere disperatamente, sperando che qualcuno potesse sentire e mi venisse ad aiutare. Tra tutte le voci, sentii una voce che non avrei mai più dimenticato: “Stefano, non possiamo lasciarlo morire nel controsoffitto, sai che puzza dopo!”


A dicembre ero rientrata in Italia per motivi di salute, avevo avuto l’ameba per tre mesi e praticamente non mi reggevo più in piedi. Arrivata in Italia, mi hanno operato d’urgenza di appendicite: l’ameba mi aveva salvato, evitandomi una peritonite nella foresta etiope. Finite le vacanze di Natale, il 9 gennaio siamo partiti per l’Etiopia.

Ricordo di essere arrivata in ufficio, di aver acceso il pc e di aver sentito il pianto di un gattino. Sul momento non ci feci caso: gatti in giro ce ne erano sempre stati, per cui cominciai a lavorare senza prestargli troppa attenzione. Il gattino però non smetteva di piangere e il suo pianto iniziava ad essere straziante. Cercai di capire da dove venisse e solo allora realizzai che veniva proprio dal controsoffitto dell’ufficio. Che fare? Chiamai un mio amico, l’unico che conoscessi interessato a salvare un gattino, e per due ore vagammo con una scala alla ricerca di una soluzione. Iniziava a fare caldo e quel controsoffitto stava diventando un forno. Il gattino non smetteva di piangere. Sentivo la sua voce spostarsi, probabilmente si muoveva in cerca di aiuto, ma come era finito lì?

Al tempo non lo sapevo, ma poi osservando i nostri gatti, ho scoperto che le gatte selvatiche, un paio di settimane dopo il parto, cominciano a spostare i cuccioli. Se sono troppi, abbandonano i più deboli.

Evidentemente, quel gattino era stato abbandonato da mamma gatta. La sua voce era la voce della disperazione, di chi non voleva morire.

Appena vidi rientrare in ufficio Stefano dopo il suo solito giro in cantiere, gli chiesi aiuto con un piccolo stratagemma: “Stefano, non possiamo lasciarlo morire nel controsoffitto, sai che puzza dopo!”.

Una volta convinto, era solo questione di minuti e il grande ingegnere avrebbe trovato una soluzione. Aprì la botola del controsoffitto e chiamò un ragazzo etiope molto piccolo, non di età, ma di statura e stazza, l’unico che potesse infilarsi nel cavedio. Dopo pochi minuti quel ragazzo tornò indietro con il gattino che, intelligentemente, come aveva visto al luce, si era avvicinato alla botola e si era lasciato prendere.

Ad un certo punto sentii dei rumori e poi la luce inondò lo spazio in cui mi trovavo, ebbi paura, ma l’istinto mi diceva che quella era l’unica possibilità che avevo di salvarmi, così mi diressi verso la luce e una mano mi afferrò. Trattenni il respiro e chiusi gli occhi, quando li riaprii vidi lei.

Ricordo esattamente il momento in cui vidi per la prima volta Saffolina: era microscopica, aveva un occhio pieno di pus e non smetteva di miagolare.

Non avevo la più pallida idea di cosa fare. Dopo aver passato in rassegna tutte le malattie che potevo contrarre da quel gattino, andai a cercare una scatola di cartone e degli stracci. Forse è per questo che Saffolina ama così tanto le scatole di cartone: la fanno sentire finalmente al sicuro. Le malattie che potevo contrarre erano decisamente troppe, pertanto decisi che, se volevo aiutare quel gattino, dovevo superare tutte le mie inutili paranoie e agire velocemente.

Mi procurai del latte in polvere e un contagocce e cercai in qualche modo di idratarla e nutrirla. Ricordo che non ero sola, con me c’era Jonny, un ragazzo etiope dolcissimo che ama molto gli animali. Saffolina era affamatissima, ma era veramente complicato farla mangiare.

Mandai la foto di quel gattino ai miei genitori e il commento di mio padre fu: “ma tu sei sicura che sia un gatto?” Quanto abbiamo riso in seguito su questa frase, perché, diciamocelo, quelle orecchie enormi e quella coda lunga, tutto sembrava tranne che un gatto.

“ma tu sei sicura che sia un gatto?” “Certo che sono un gatto, bipede scostumato!”.

Nonostante l’insinuazione di pessimo gusto del suo parente prossimo, lei era bellissima e mi guardava con gli occhi pieni di amore. Riuscii a bere un po’ di latte e le cose iniziarono ad andare meglio.

La sera portai Saffolina a casa, la guardavo piccola e malata, piena di pulci, avvolta nell’asciugamano ed ebbi paura, avevo paura di svegliarmi e trovarla morta. Chiamai Stefano in pieno panico dicendogli che non potevamo tenerla, che dovevo riportarla in ufficio, che se moriva io come facevo. Per fortuna Stefano seppe calmarmi e Saffolina rimase con noi. Con un barattolo di vetro, facemmo una borsa di acqua calda per riscaldarla durante la notte, dal momento che i gattini non sono in grado di termoregolarsi. Quando mi svegliai il giorno dopo, chiesi a Stefano di andare a controllare se fosse viva e lei cominciò a miagolare dalla fame.

“Tiè, certo che sono viva e se non mi dai immediatamente da mangiare ci sarà qualcun altro morto in questa stanza”

Trovandoci in mezzo alla foresta, a ore di macchina da qualsiasi cosa potesse assomigliare ad una forma di civiltà e ore di aereo da un veterinario, dovetti improvvisare. Lessi su internet che un buon rimedio per le pulci era l’aceto di mele. Andai dalla mia amica Jo a prendere un po’ di stracci e, miracolosamente, rimediai anche una bottiglia di aceto di mele, che neanche lei sapeva come facesse ad averla. Aspettai il sole caldo delle due di pomeriggio, feci bollire l’acqua e lavai Saffolina. Ero molto soddisfatta di me, ma, quando la tirai fuori dall’acqua, lei perse i sensi. Era un ghiacciolo e non si muoveva più. Non ero più soddisfatta di me, avevo fatto un disastro, avevo ucciso un gattino. Pensai in fretta e, tra le soluzioni possibili, optai per l’omelette: stenderla sul cemento bollente sotto il sole africano delle due di pomeriggio. Funzionò e il Saffolina per la seconda volta si salvò da morte certa.

“Ingegnè, ieri sera mi hai messo il barattolo dell’acqua calda perchè non sono in grado di termoregolarmi e oggi mi hai fatto il bagnetto? Quando hanno smesso di funzionare le tue sinapsi?”

L’idea del bagnetto era stata pessima, ma il risultato fu sorprendente: Saffolina riacquistò energia, l’occhietto guarì immediatamente e le pulci sparirono.

“Ho fame!!!!!!!!!!!!!!!!!!”

“Stefano, il latte in polvere non va bene: ha la pancia gonfia e non si nutre come dovrebbe, io le do il pollo”

“Il latte in polvere te lo mangi tu, a me dammi questo pollo, che non so cosa sia, ma sicuramente sarà meglio di questo schifo che mi stai dando”

A parte una mini diarrea, Saffolina si abituò subito al pollo e così io passai i successivi due mesi a bollire e frullare pollo e Stefano ad imboccarla con il contagocce.

Era passata poco più di una settimana dal ritrovamento di Saffolina, che venimmo a sapere di doverci spostare un centinaio di km più a sud. Dovevamo lasciare la nostra casa, impacchettare le nostre cose e trasferirci in un nuovo posto per ricominciare tutto da capo.

“Non possiamo lasciarla qua, morirebbe”

“Ma come facciamo a portarla? per i prossimi due mesi viaggeremo tantissimo, sono ore e ore di macchina, non possiamo portarla con noi”

“Lei viene con noi” risposi senza alcun dubbio e da quel giorno presi coscienza che per nessun motivo al mondo mi sarei mai separata dalla mia Saffolina.

Saffolina si adattò perfettamente alla nostra vita, seguendoci in estenuanti viaggi in macchina per le polverose strade africane, senza mai piangere, senza mai crearci un problema.

“Va bene tutto, va bene la macchina, va bene il mal d’auto, va bene viaggiare, va bene cambiare casa, va bene anche il latte in polvere, ma non mi abbandonate pure voi. Sarò bravissima, ma vi prego portatemi per sempre con voi”

e da quel giorno Saffolina è sempre stata con noi e ha visto tanto mondo fuori la soffitta.

Saffolina, la tua mamma non ti ha abbandonato, la tua mamma mi ha fatto un regalo perché sapeva che io avevo bisogno di te e sapeva che insieme saremmo state felici.

22 pensieri riguardo “A Star is Born

  1. Che racconto emozionante ,leggendo ho visto il controsoffitto del ufficio,sentito il colore del barattolo,ilfreddo del acqua del bagnetto ,il cemento rovente sul pelo.Leggere un tuo racconto si ha la sensazione di essere spettatrice invisibile dello stesso.Bello,bello❤❤❤❤❤

    "Mi piace"

  2. Bellissima storia…commovente e comica…mentre spunta una lacrima stai già sorridendo!! Le foto di Saffolina sono di una dolcezza disarmante ❤️

    "Mi piace"

  3. Ricordo bene tutto, ma rileggerti qui, in questo racconto a 2 voci stile Muriel Barbery ne “l’eleganza del riccio” è decisamente emozionante è commovente! Mi sovviene il nostro secondo Capodanno insieme 31/12/2016-1/1/2017: ancora non sapevate cosa vi avrebbe atteso in Etiopia 🇪🇹! Un abbraccio 🤗

    "Mi piace"

  4. Ciao Saffo!! E’ da sempre che vi segue e la storia a grandi linee la conoscevo ma è sempre bello rileggerla! Le foto della trasformazione da gattino abbandonato a regina del cantiere sono impressionanti!!

    "Mi piace"

Scrivi una risposta a Alda Cancella risposta