Storia di un passaporto

Ho aperto google e ho digitato “gatto, aereo, documenti” e ho scoperto che non sarebbe stato facile, ma ormai Saffolina faceva parte della nostra famiglia e, se c’era un modo per portarla in Italia, io lo avrei trovato.

Innanzitutto bisognava trovare un veterinario ad Addis Abeba che ci aiutasse con tutti i documenti, ed è stato cosi che abbiamo conosciuto il nostro amico Daniel.

Ricordo esattamente la prima telefonata con Daniel. Era febbraio e faceva un caldo infernale. Ero seduta sugli scalini bollenti del container e le mie chiappe si stavano arrostendo. Daniel parlava in modo concitato ed io facevo fatica a seguirlo, animato da molto entusiasmo e un grande amore per gli animali, mi spiegò con cura tutti i passaggi ed io capii che sarebbero passati mesi prima di riuscire a portare Saffolina in Italia. Bisognava aspettare che Saffo compisse tre mesi, bisognava metterle il microchip e farle la vaccinazione antirabbica. Dopo un mese bisognava prelevare un campione di sangue e mandarlo in Italia in un laboratorio accreditato per verificare che avesse sviluppato gli anticorpi e solo allora, con la titolazione in mano, avremmo potuto ottenere il passaporto. Questo implicava minimo due viaggi della speranza fino ad Addis Abeba e il reperimento di un volontario che fosse disposto a portare in Italia la provetta con il sangue di Saffo.

Ero molto scoraggiata, ma l’esperienza mi ha insegnato che quando l’impresa è impossibile c’è solo una cosa da fare: cominciare. E così presi appuntamento con Daniel per i primi di Marzo camuffando la vaccinazione di Saffo con il compleanno di Stefano.

Mi hanno chiuso in una scatoletta rossa e mi hanno detto: “Saffo oggi farai il tuo primo volo”. Ero molto perplessa sia per la scatoletta rossa, che loro chiamavano trasportino, sia per il mio primo volo, dal momento che mi avevano detto che ero un gatto e che non dovevo salire sugli alberi perché i gatti non volano. Ricordo molto bene le sue parole: “Saffo, se sali sull’albero e poi cadi, ti fai male, perché i gatti non sanno volare” ed ora invece avrei fatto il mio primo volo.

“Apri gli occhi Saffo e guarda l’Africa”.

Avrò volato centinaia di volte su questa terra e ogni volta mi sono innamorata di lei come fosse la prima volta. Solo dall’alto è possibile percepire la sua immensità, la sua gloria, la sua bellezza. Una distesa sconfinata, verde e rigogliosa nella stagione delle piogge, fragile nelle sfumature dell’oro nella stagione secca. Una distesa inarrestabile, squarciata solo dal fiume che scorre come sangue da una ferita.

Arrivati ad Addis Abeba ci siamo diretti all’Hilton. Viaggiare per l’Etiopia con un gatto non è semplice. In Etiopia gli animali sono animali e gli essere umani sono esseri umani. Nelle campagne il cane accompagna gli animali al pascolo e i gatti, che si aggirano furtivi tra le capanne, vengono guardati con diffidenza. Nelle città si sta diffondendo l’abitudine di avere un cane, in genere grossi cani da guardia, ma gatti, come animali da compagnia, non esistono. Ad Addis Abeba vivono molti occidentali che hanno portato con sé il loro gatto, ma ancora non si trova nel paese cibo per gatti, lettiera o un banalissimo antipulci. Figuratevi la faccia del concierge dell’Hilton, five stars hotel, quando mi ha visto arrivare con Saffolina. Il bello dell’Etiopia, però, è che è possibile ancora ragionare e fare qualche eccezione senza rimanere incastrati in esasperanti catene di responsabilità, autorizzazioni e permessi. “E’ un gatto etiope, l’ho trovato nella foresta, la mamma l’aveva abbandonata, non potevo abbandonarla anche io”, in genere con questa frase li conquisto e, gentilmente, trovano sempre una soluzione al mio problema.

Arrivati in stanza, chiamai Daniel che si presentò con una borsa nera e tanta buona volontà. Daniel fà quello che può. Con una laurea presa in Russia, è uno dei pochissimi veterinari del paese che si occupano di animali da compagnia e che sanno preparare i documenti per l’espatrio. Siamo diventati amici e quando possiamo gli portiamo dall’Italia alcune medicine perché in Etiopia non si trova quasi niente.

In quell’occasione, Daniel mise il microchip a Saffo e la vaccinò per la rabbia. Dopo un mese saremmo tornate ad Addis per fare il prelievo di sangue, ma ora bisognava trovare un modo per far arrivare il sangue in Italia e l’unico modo sicuro era quello di far venire in Etiopia mia madre con una performante borsa frigo.

“Saffo stai ferma, devo farti la foto per il passaporto” ed io sono stata ferma ferma perché mi avevano detto che sarei potuta andare con loro solo se avessi avuto un passaporto ed io non volevo rimanere mai più da sola.

Dopo un mese e tante foto, siamo partite di nuovo alla volta di Addis Abeba, ma questa volta solo io e lei e con la macchina, niente scatoletta con le ali. E’ stato un viaggio lunghissimo, quasi 12 ore, e molto faticoso, ma lei era felicissima perché ad Addis Abeba avrebbe rivisto la sua mamma. Siamo partite all’alba e, dopo 5 ore, siamo arrivate a Jimma, dove ci siamo fermate per fare i bisogni e mangiare qualcosa. Una volta ripartite, non ci siamo più fermate fino ad Addis Abeba perché abbiamo dovuto attraversare una zona pericolosa dove dicono che ci sono i briganti e quindi dove non è raccomandabile fare soste. Io non ho avuto problemi perché avevo la mia lettiera da viaggio, ma per lei questi viaggi sono più complicati e bisogna dosare bene la sete. Arrivate all’Hilton, abbiamo cercato il nostro amico concierge che ci ha riconosciuto e ci ha fatto entrare senza problemi. Ero molto eccitata per l’arrivo di pongy (così lei chiama la sua mamma), a quanto pare in un altro continente c’erano tante persone che mi volevano bene e non vedevano l’ora di conoscermi. Ricordo che Pongy mi fece tanti complimenti e carezze, ma ricordo soprattutto la scatoletta misto mare che mi aveva portato. Era buonissima, non avevo mai mangiato niente di così buono in vita mia, altro che pollo lesso, e me ne aveva portate una valigia piena, conquistando subito il mio cuore.

Trascorremmo pochi giorni ad Addis Abeba, giusto il tempo di stare un po’ insieme, visitare il museo nazionale e prendere un po’ di sole nei bellissimi giardini dell’albergo. La cosa più bella di quei giorni erano i nostri pigiama party: la sera mangiavamo in camera, ordinando le peggio schifezze, mentre Saffolina continuava la sua storia di amore con il misto mare della Schesir.

Ricordo quei giorni con profonda tenerezza, sono stati una inaspettata pausa in una vita frenetica. Lontana dal cantiere, dai problemi, stavo con la mia mamma e con Saffolina, non avevamo impegni, dovevamo solo far trascorrere il tempo e più trascorreva lento e meglio era.

E poi è arrivato Daniel a guastare tutto. Ricordo che non riusciva a prendere il sangue perché io ero piccola piccola e lui non aveva gli strumenti adeguati, così mi ha dovuto bucare più volte, mentre mammina piangeva disperata. Alla fine Daniel ci è riuscito e pongy è partita con la borsetta frigo e il mio sangue. La mattina seguente pingipe (così lei chiama il suo papà) l’aspettava all’aeroporto e insieme hanno portato la provetta al laboratorio accreditato che per fortuna si trova a Roma. Dopo una settimana è arrivato il risultato positivo ed io ho staccato il mio primo biglietto per l’Italia…. ma questa è un’altra storia.

Avevamo il passaporto per Saffolina, avevamo il trasportino e il guinzaglio. Di lì a poco saremmo partiti per l’Italia e Saffolina sarebbe venuta con noi. Quando l’impresa è impossibile, la prima cosa da fare è cominciarla.

12 pensieri riguardo “Storia di un passaporto

  1. Leggendo si nota “amore ” per l’Africa, per Saffolina e naturalmente per la tua mamma. Poi hai perfettamente ragione quando un’impresa sembra impossibile l’unica cosa è iniziarla!

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